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In Israele un voto che vale la vita

Le elezioni del 27 ottobre colgono lo Stato ebraico nella crisi più grave dalla fondazione. I due schieramenti, guidati da Netanyahu ed Eisenkot, quasi si equivalgono nei sondaggi, molto dipenderà dai partiti arabi. Ma la posta in gioco è esistenziale. Impressioni di viaggio, suggerimenti e una nota di speranza in questo reportage in presa diretta.

di Marco Mayer Valeria Fargion | 26 Ottobre 2026

Le elezioni del 27 ottobre colgono lo Stato ebraico nella crisi più grave dalla fondazione. I due schieramenti, guidati da Netanyahu ed Eisenkot, quasi si equivalgono nei sondaggi, molto dipenderà dai partiti arabi. Ma la posta in gioco è esistenziale. Impressioni di viaggio, suggerimenti e una nota di speranza in questo reportage in presa diretta.

Appunti di viaggio dal Mar Morto, da Gerusalemme, da Haifa e Tel Aviv. A pochi giorni dal voto in Israele si avverte un clima di grande attesa e si tocca con mano un processo di ulteriore e radicale polarizzazione. 

 Bibi SÌ o Bibi NO? Il dilemma è al centro del dibattito pubblico, di ogni discussione in famiglia, tra amici, nei bar, negli autobus, alla televisione, nei social media. Tuttavia la frattura verticale sull’operato e sulla figura di Binyamin Netanyahu non corrisponde all’immagine percepita (o meglio immaginata) in Europa, ovvero quella di una presunta divisione tra “falchi e colombe”.

La polarizzazione è sì tra leader e schieramenti, ma il nocciolo della discussione tra i cittadini israeliani si concentra su un tema centrale: quale strategia di sicurezza nazionale sarà capace di garantire a Israele di difendersi con efficacia per continuare a esistere come Stato. 

Ciò che i media internazionali mainstream non riportano e di cui non si rende conto l’opinione pubblica europea è che la grande maggioranza delle persone in Israele si sente sotto assedio. 

Non vi è abitazione o ufficio privo di un rifugio sotterraneo. Il massacro del 7 ottobre è il trauma maggiore, ma anche gli oltre 37 mila missili, razzi e droni lanciati contro Israele dalla Striscia di Gaza, dal Libano, dall’Iran, dall’Iraq e dallo Yemen hanno inciso in profondità nei sentimenti della popolazione. D’altra parte, le dichiarazioni – più o meno esplicite – che auspicano l’eliminazione di Israele come “cancro da estirpare” alimentano l’antisemitismo e l’antisionismo, che non a caso si stanno espandendo in tutto il mondo. 

È proprio sul fronte della sicurezza che le critiche contro i governi Netanyahu che si sono succeduti negli ultimi 15 anni sono più forti e circostanziate. Esse non si limitano al massacro del 7 ottobre, ma riguardano anche gli anni precedenti. 

Parlando con i cittadini le domande si fanno sempre più incalzanti. Perché dopo il sanguinoso colpo di Stato di Hamas contro L’ANP (12-15 giugno 2007) è stato consentito alle Brigate Izz ad-Din al-Qassam di trasformare la Striscia di Gaza in un gigantesco arsenale di guerra? Perché Netanyahu e Smotrich hanno “civettato” con Hamas per mettere in difficoltà Abu Mazen? Perché é stato impedito al Mossad di monitorare Gaza, lasciando questo compito solo allo Shin Bet? Perché Netanyahu critica gli arresti degli studenti (ultraortodossi) delle yeshivot renitenti alla leva? Perché i riservisti locali delle Forze di difesa israeliane (Idf) talvolta – anche se non sempre – sono complici dei coloni quando assaltano i palestinesi durante la raccolta delle olive? Perché il pericolo rappresentato da Hezbollah in Libano, dagli huthi in Yemen e dalle milizie filo-iraniane in Iraq è stato per lungo tempo sottovalutato? A cosa è servita la lunga amicizia di Netanyahu con Vladimir Putin?  Quali sono stati gli opachi rapporti con il Qatar, in particolare quelli gestiti dai collaboratori dell’ufficio del primo ministro? 

Questa lista di domande che gli israeliani si stanno ponendo in vista delle elezioni di martedì prossimo potrebbe essere molto più lunga.  L’interrogativo che inquieta e irrita di più la gente è il seguente: perché il governo nel corso di questi tre anni non ha voluto una commissione statale di inchiesta sul 7 ottobre? Di cosa ha paura Binyamin Netanyahu? Cosa vuole nascondere? 

Non c’è dubbio che l’eccidio del 7 ottobre, di gran lunga il più grave dalla Shoah, resterà un ricordo indelebile nella storia del popolo israeliano e nella storia degli ebrei e della loro millenaria persecuzione. Nella mente degli israeliani la connessione tra i due eventi è granitica.

Per noi che viviamo lontani da quella realtà vale comunque la pena di ricordare che a 80 anni di distanza il numero degli ebrei nel mondo non è ancora tornato ai livelli precedenti la Shoah. Prima della Seconda guerra mondiale gli ebrei erano 16,6 milioni, oggi sono 15,8 (0,2 % della popolazione mondiale). E occorre aggiungere un altro dato spesso ignorato che riguarda la loro distribuzione geografica nei paesi arabi del Nord Africa e del Medio Oriente: nel 1948 gli ebrei che vivevano in quei paesi erano più di 850 mila, oggi sono praticamente azzerati in Egitto, Libia, Siria, Yemen, Algeria e solo circa 4 mila sono rimasti tra Marocco e Tunisia. La riduzione della presenza ebraica è estremamente marcata anche in Europa: rispetto agli oltre 6 milioni di ebrei del 1938 nel 2024 ce ne sono 790 mila.

Ma torniamo alle elezioni e al racconto del conflitto israelo-palestinese che ci propongono quotidianamente i giornali e le televisioni. L’attenzione è pressoché esclusivamente concentrata sulle grandi e indiscriminate distruzioni e sulle ancor più riprovevoli uccisioni di migliaia e migliaia di civili a Gaza, sui bombardamenti dei villaggi in Libano, sugli assalti dei coloni in Cisgiordania, sulle ambizioni territoriali dei messianici (per fortuna una piccola minoranza) che sognano il Grande Israele. 

Non sono invece sotto i riflettori dei media mainstream e dei social i continui attacchi di Hezbollah a partire dalla rete di tunnel sotterranei,l’espansione della potenza militare delle Brigate Al Qassam nella Striscia né tantomeno la loro cultura di morte e la loro esaltazione “religiosa” del martirio. 

Vi è poi una ulteriore questione che nessuno sembra interessato a sollevare. A Gaza (e per la verità anche nel caso delle gallerie di Hezbollah in Libano) sono stati scavati centinaia di chilometri di tunnel con una esclusiva finalità di carattere logistico-militare. A differenza di quanto, ad esempio, è accaduto durante la guerra del Vietnam, quando grotte e gallerie erano anche luoghi di protezione dei civili, nel caso di Gaza alle famiglie palestinesi con donne, anziani e bambini è stato impedito di rifugiarsi nei tunnel. 

Insomma, quella che ci viene proposta ogni giorno è una visione sostanzialmente unilaterale in cui i torti sono tutti e solo da una parte. Non come ci ha detto a Tel Aviv una nostra saggia interlocutrice: “Ci sono aggressori e aggrediti da entrambi le parti”. A costo di violare una ferrea tradizione religiosa e di ferire i familiari delle vittime, secondo noi Israele ha sbagliato a non mostrare all’opinione pubblica mondiale le inimmaginabili atrocità di cui sono stati protagonisti i miliziani di Hamas il 7 ottobre. Questo forse avrebbe aiutato a rendere più veritiero il racconto mediatico e a comprendere lo stato d’animo che oggi segna la quotidianità della grande maggioranza degli israeliani.

Senza tener conto di questi fatti e di queste percezioni è impossibile descrivere e interpretare la campagna elettorale che sta per concludersi in Israele. Il referendum su Netanyahu in fin dei conti è in larga parte su quanto abbiamo raccontato sin qui: la difesa, la sopravvivenza e il futuro di Israele.

Gli ultimissimi sondaggi danno un leggero vantaggio per Yashar, il partito di Gadi Eisenkot sul Likud di Benjamin Netanyahu, ma nessuna delle due coalizioni sembra in grado di raggiungere la maggioranza dei 61 membri della Knesset. Un’ipotesi sul tavolo è un eventuale appoggio esterno dei due partiti arabi alla coalizione guidata da Eisenkot. Un altro e rilevante elemento di incertezza riguarda la capacità dei piccoli partiti di superare lo sbarramento perché questo dato può cambiare il risultato complessivo.

Vedremo gli esiti delle elezioni. Ma un aspetto che ci ha colpito negativamente nel nostro viaggio è la diffusa sottovalutazione dell’importanza per Israele di impegnarsi nella guerra cognitiva e di promuovere il soft power. È ovvio che chi è sotto il tiro dei missili tende a non dare grande importanza alla comunicazione politica internazionale, ma in un mondo così interdipendente le narrazioni contano.

In fondo il messaggio da trasmettere è relativamente semplice: con il disarmo di Hamas, degli Hezbollah e degli huthi le soluzioni politiche restano difficili ma diventerebbero finalmente percorribili, se sostenute da adeguate capacità diplomatiche. Il Qatar, la Turchia, le componenti più estremiste dei Fratelli musulmani hanno investito miliardi di dollari per accrescere la loro influenza negli Stati Uniti, in Europa e nel mondo. Forse sarebbe l’ora che anche Israele si occupasse di public diplomacy. Anche perché, se la narrativa dominante pro-Pal continuerà a dominare la scena, non solo Israele ma anche le comunità ebraiche nel mondo saranno sempre più a rischio. 

Concludiamo con una nota positiva. Il 16 ottobre sulle rive del Mar Morto in una località riservata abbiamo partecipato come osservatori al Forum dei giovani federalisti palestinesi e israeliani (erano più di ottanta). Si tratta di un gruppo di giovani colti, preparati e soprattutto pragmatici nato l’anno scorso a Ventotene grazie ad un progetto di JEF Europe. La loro posizione è molto semplice: “Se dopo quattro secoli di guerre sanguinose la Francia e la Germania, partendo dal carbone e dall’acciaio, sono riuscite a trovare forme istituzionali di coesistenza e convivenza, anche noi possiamo tentare di seguire una strada simile”. Un impensato incrocio tra Spinelli e Jean Monnet.

In una situazione diversa ma non meno drammatica di quella in cui tre visionari scrissero il manifesto di Ventotene, questi giovani, anziché spararsi, si riconoscono reciprocamente e sottoscrivono una carta che delinea un framework federale di cui dovrebbero far parte lo Stato israeliano e il futuro Stato palestinese. Ma mentre prospettano questa visionaria prospettiva politica, mettono le mani in pasta, confrontandosi (attraverso un esercizio di simulazione decisionale a piccoli gruppi) su come affrontare i problemi connessi alla gestione dell’acqua, dell’energia, del cambiamento climatico, della mobilità, della sicurezza.

È un movimento appena nato, che ha democraticamente eletto un Joint Federal Committee, costituito da 4 israeliani e 4 palestinesi. Per come li abbiamo conosciuti, ci sembrano due élite giovanili su cui investire nella speranza che nei due campi crescano leader più lungimiranti di quelli attuali. 

Marco Mayer e Valeria Fargion

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Marco Mayer Valeria Fargion

Valeria Fargion è professore associato di scienza politica, titolare ( dal 2004) di una Cattedra Jean Monnet presso la scuola di scienze politiche “Cesare Alfieri” dell’università di Firenze, dove insegna “Politics of European Integration” nell’ambito della laurea magistrale in relazioni internazionali e studi europei (RISE). Fino al 2020 ha coordinato il percorso di Studi Europei ed è stata responsabile delle relazioni internazionali per la Scuola di Scienze Politiche. La sua attenzione prioritaria per la dimensione internazionale e per il dialogo tra studiosi provenienti da ambiti disciplinari e da contesti socio-politici e culturali diversi la hanno portata negli anni a ricoprire ruoli di coordinamento in una serie di reti accademiche transnazionali: è stata per due mandati ( 2002-2006 e 2006-2010) membro elettivo nell’Executive Board del Research Committe 19 “Poverty, Social Welfare and Social Policy” dell’International Sociological Association ; dal 2002 al 2007 membro del comitato esecutivo di ESPANET (il network europeo degli studiosi di politiche sociali) e dalla sua fondazione al 2014 Co-Chair di ESPANET-Italia; dal 2008 al 2010 ha svolto il ruolo di esperto nazionale per la DG Employment della Commissione europea e dalla sua fondazione nel 2014 al 2019 è stata condirettrice e poi direttrice della rivista “Politiche Sociali/Social Policies”, edita da Il Mulino. Nel contesto degli impegni assunti su scala internazionale, ha organizzato nel 2007 un convegno finalizzato ad aprire un confronto tra studiosi del nord e del sud del mondo, con la discussione di relazioni da parte di 90 ricercatori provenienti da tutti e cinque i continenti (https://www.dsps.unifi.it/vp-322-social-policy-in-a-globalizing-world-developing-a-north-south-dialogue.html); per quanto riguarda invece le tematiche connesse all’integrazione europea ha organizzato, in particolare, un ciclo di conferenze sui “Costi della non Europa” cui hanno partecipato anche Romano Prodi e Giuliano Amato (https://www.rise.unifi.it/vp-194-the-costs-of-non-europe-2010-2011.html), e in occasione dei 25 (https://www.rise.unifi.it/vp-211-erasmus-generation-conference-31-maggio-1-giugno.html) e dei 30 anni del programma Erasmus ha realizzato – nell’ambito delle attività del Centro di eccellenza Jean Monnet -due iniziative che hanno permesso a 54 studenti – due per ciascuno dei 27 Stati Membri – di avanzare le loro proposte di intervento sui temi di maggior rilevanza a rappresentanti delle istituzioni europee, tra cui anche l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Federica Mogherini (https://www.rise.unifi.it/vp-343-conferenza-28-ideas-from-the-erasmus-generation.html). Le sue pubblicazioni sono per la maggior parte in lingua inglese; i lavori in lingua italiana hanno riguardato il welfare state italiano in prospettiva storica e comparata, i rapporti centro-periferia, il ruolo delle regioni italiane nell’ambito delle politiche sociali e la performance regionale nella gestione dei fondi strutturali. Nell’arco dell’ultimo decennio, i suoi interessi di ricerca si sono progressivamente spostati dalle politiche dei paesi industrialmente avanzati al ruolo dell’Unione Europea in ambito internazionale, con particolare attenzione per le questioni di Sanità Globale e per l’analisi della cooperazione allo sviluppo in Africa.
Marco Mayer nell’arco degli ultimi trenta anni ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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