Garuda volava e ricordava. Pochi giorni prima era uscito dall’uovo e già molti eventi si erano accumulati. Volare era il modo migliore per pensare, per ripensare. Chi aveva visto per primo? (R. Calasso, Ka)

Secondo Aristotele, i primi a “parlare in termini di natura” – e cioè a praticare il modello di scienza o fisica sperimentale da noi ereditato e basato sull’osservazione della realtà sensibile – furono i pensatori fisici, comunemente detti filosofi, di un estremo lembo dell’Asia minore, la Ionia, intorno al VII-VI secolo a.C[1].
In realtà, come hanno inoppugnabilmente dimostrato tantissimi ricercatori e analisti dei secoli XIX e XX, e in particolare i due autori di Il mulino di Amleto, Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, “l’umanità è il prodotto di un lunghissimo processo di trasmissione e accrescimento, di perdita e di ri-nascimento delle conoscenze scientifiche”[2]. E tra tutti coloro, cito specialmente anche Lokamanya Bal Gangadhar Tilak, che, nel complesso della sua opera[3], attesta la presenza di un <linguaggio scientifico> all’interno dei più antichi testi “sacri” della più antica tradizione hindu, di cui sono eredi le tradizioni, in qualche modo diverse, sia parsi che greca. Così che gli stessi autori di Il mulino di Amleto concludono: “Che poi tra gli innumerevoli eredi (e modificatori) dell’antica terminologia ci sia stato chi ha preso alla ‘lettera’ le formule cosmologiche e le ha trasformate in azioni <religiose> – come nel caso, appunto, dell’uccisione rituale del re – è un fatto che non va ascritto alla terminologia, ma con ogni probabilità a questi eredi”[4].
E pertanto accade che, immediatamente dopo l’epoca contraddistinta dal pensiero socratico, e per questo detta “postsocratica”, l’osservazione e l’analisi di una supposta realtà fisica si trasforma piuttosto in una forma di “religione scientifica”, e cioè un modo di misurare o credere a tutto ciò che della Natura si manifesta ai nostri occhi di architetto o fedele osservante della regola. E’ la legge di Protagora, prontamente inviso ai molti. In estrema sintesi, Platone fa dire a Protagora: “ciascuno di noi è misura delle cose che sono e delle cose che non sono”[5]. Una forma estrema di relativismo, che i molti s’impegneranno a trascendere, in senso sia fisico che metafisico[6].
Pertanto, la prima forma di religione scientifica è nota come stoicismo. La fisica stoica postula un continuum naturale coincidente con una forza attrattiva che i fisici stoici chiamano generalmente pneuma e diversamente nell’uomo, in quanto puro intelletto, etere.
Nel solco tracciato dallo stoicismo, s’innesta la risposta dell’atomismo. Il fondamentodella nuova religione scientifica è rappresentato da una sorta di principio d’inerzia ovvero l’idea che gli atomi siano la più elementare particella di materia o massa, ovvero il costituente essenziale della Natura, e si muovano nello spazio “illimitato” (apeiron) di Anassimandro. Per il modello degli atomisti, il problema tuttavia permane legato al modo per mezzo del quale gli atomi si muovano. Tanto che Epicuro parlerà di “caso”. Così come del resto fanno molti fisici contemporanei.
E allora, ritornando ai presocratici e in definitiva al pensiero di Parmenide: si passa dall’idea di un continuum etereo[7] o pneumatico all’idea di un continuum spaziale o geometrico. Parmenide è l’erede della più antica tradizione, altresì vedica, del pensiero scientifico. Contrariamente al pensiero di una comune vulgata, Parmenide è un fisico (e un matematico)[8]. Il merito essenziale di Parmenide è di avere esteso il principio necessario dell’eternità, e in specie immortalità della vita umana[9], all’estensione spaziale e tridimensionale delle cose. E tuttavia, la dimostrazione di Parmenide non può andare oltre l’enunciazione del siffatto principio di indifferenza dell’essere, che è e non può non essere.
Giorgio de Santillana esplicita il significato della “sintesi”, validamente ed efficacemente operata da Parmenide, “sugger(endo) pertanto di trattare ovunque la parola <Essere> come termine indefinito, sostituendola in tutto il testo con x (…) Ora, se teniamo la mente <monda di pregiudizi>, come suggeriva Bacone, e cerchiamo di definire x unicamente dal contesto, troveremo che esiste un altro concetto, e solo quello, che può sostituirsi a x senza generare assurdità e contraddizioni, e questo concetto è il puro spazio geometrico stesso, per il quale i Greci non possedevano ancora un termine tecnico (è noto che i primi Elementi erano essenzialmente bidimensionali)”[10].
E pertanto il quesito fondamentale concerne (ancora) la struttura del continuo, il cui fondamento è inteso da Parmenide in termini che diciamo <metamatematici>. A tale proposito, De Santillana aggiunge: “Leibniz la chiama (metamatematica) il Labirinto del continuo (ed) è ciò su cui si fonda la matematica stessa. Visto da lì il mondo della fisica, ciò che <ha luogo> nel continuo, riceve la propria giustificazione metafisica”[11].
In tal senso, una sintetica espressione tratta dal saggio, e condivisa dall’Autore, fornisce una conferma a tutto questo anche secondo gli esiti definibili <incerti> dell’attuale fisica quantistica: “Quindi la meccanica quantistica trasgredisce lo spazio e il tempo in un senso molto profondo” [Anton Zeilinger (Zeilinger 2017)].
Nel tentativo di trovare una giustificazione <fisica> e, per così dire, <pratica> al continuo, Aristotele introdurrà le categorie e quindi provvederà a definire gli enti, secondo un tipo di logica che postula l’<essere> e gli <enti> ma non li ri-solve ovvero non li giustifica secondo necessità ovvero in base al principio che le <cose> siano e non possano essere necessariamente diverse dal modo che logicamente le rappresenta.
E quindi si era già pensato e si penserà di nuovo di fare ricorso a un diverso modello, anticipato sia da Platone che da Pitagora, ovvero una terza forma di religione scientifica che Giorgio de Santillana definisce per l’appunto neoplatonica.
A differenza di Aristotele, che invece sa che – al di là della verità scientifica <di> Parmenide, per <ciò che> Platone e Pitagora hanno identificato come “bene” – occorre far sì che ogni scoperta scientifica sia essenzialmente <funzionale> all’organizzazione della società o meglio al modo di vivere dell’individuo nella società o polis greca. Pertanto, la scienza e la fisica dovranno diventare, e diventeranno così, funzionali all’uso delle scoperte di cui l’umanità dovrà servirsi, senza più l’esigenza di sapere “che cosa è che una cosa è”[12]. Aristotele non <crede> (e cioè non misura l’essere) né allo spiritualismo dei platonici né al meccanicismo dei numeri di Pitagora.
L’impostazione della teoria aristotelica reggerà all’urto dell’Essere parmenideo, eternamente impattante, fino all’avvento della fisica newtoniana. Infatti, sarà lo stesso Newton a revocare ancora una volta in dubbio le false certezze della fisica ovvero il fondamento sul quale la scienza e la fisica, da Aristotele in poi, aveva veleggiato: l’ubicazione univoca e la concretezza. E in ordine alla <concretezza>, almeno a partire da Democrito.
A seguito della scoperta della gravitazione universale, Newton abbandonerà l’idea della concretezza e dell’ubicazione univoca ma si rifiuterà di formularne un’espressione: “Io non la capisco e non intendo inventare ipotesi”. In proposito, riguardo alla teoria della gravitazione universale, gli autori di Il mulino di Amleto così sintetizzano: “matematicamente inoppugnabile, fisicamente inspiegabile”[13].
L’intero sistema sarebbe presto caduto e andato in rovina; così che l’umanità si sarebbe affidata (ad fidem) di nuovo alla matematica, come in passato, secondo quello che è stato definito il linguaggio degli dei[14] e non viceversa il più antico linguaggio degli uomini. Galileo Galilei, considerato comunemente il padre della scienza moderna, sosterrà che “il mondo naturale va descritto con il suo linguaggio e questo linguaggio è la matematica”[15].
Ma presto – dopo David Hilbert e il suo Programma di formalizzare tutte le teorie matematiche esistenti attraverso un insieme finito di assiomi e dimostrare che questi assiomi non conducevano a contraddizioni,presto negatoda Kurt Godel mediante la dimostrazione dei suoi Teoremi d’incompletezza (anche se il matematico austriaco non esclude la possibilità di una prova finitistica, tale per cui Nagel e Newman concludono che in un mondo causale la realtà non può essere rappresentata e quindi spiegata e quindi giustificata mediante i numeri[16]) – cambierà tutto di nuovo.
E così, il tentativo di pervenire a una completa <meccanizzazione> del cosmo sembra andare definitivamente in frantumi, anche se, nel linguaggio godeliano, resta la possibilità di “una prova finita” che giustifichi l’intero sistema e, in stretta analogia, il funzionamento della Natura.
Rispetto all’incalzare delle nuove teorie quantistiche, che gli stoici in qualche modo avevano già anticipato, Albert Eistein assevererà “in termini concisi: <Se è certo, non è fisica. Se è fisica, non è certo>”[17]. I postulati della fisica moderna diventeranno di nuovo quesiti e le “osservazioni” introdotte da Heisenberg si ergono alla stregua di nuove colonne d’Ercole; resta comunque che nuovi postulati potrebbero essere pur sempre funzionali a un uso pratico della scienza. Così come in Aristotele, secondo una forma principale di orientamento della scienza che oggi definiamo applicata: il metodo scientifico e le conoscenze che si ottengono per mezzo di esso sono finalizzate al raggiungimento di obiettivi pratici e cioè utili, in qualche modo, all’uomo.
Nel solco di questa tradizione millenaria, e in scia alle applicazioni della fisica moderna, Giulio Prisco si dice fiducioso che la scienza di una <nuova> Meccanica Irrazionale “infine aprirà la porta a viaggi più veloci della luce, viaggi nel tempo, ingegneria psichica, capacità divine, e alla resurrezione dei morti” e “finirà per diventare il fondamento di una nuova religione, ispirata dalla scienza piuttosto che da una o altra rivelazione, ma comunque capace di offrire tutte le consolazioni delle religioni tradizionali”.
Di se stesso, l’Autore dice che “il suo stile di apprendimento”, direi analogamente la sua via di ricerca è <“a fiuto, caotico, profondamente sregolato”, come raccomandavano i futuristi italiani [Albini 2003, Campa 2012]>. E del suo saggio, egli stesso dice che “non è una teoria scientifica della meccanica irrazionale, ma uno schizzo narrativo che cerca di comunicare il sapore di ciò che potrebbe essere una scienza futurista della meccanica irrazionale”.
E cioè: se l’universo è eterno, come sosteneva ancora Parmenide, nulla può vietare che un domani si possa replicarne il contenuto. Se l’universo e quanto contiene risponde a precise leggi fisiche, che noi possiamo comprendere (il dubbio permane ed è chiaramente espresso dallo stesso Autore: “Non siamo vicini alla soluzione del problema difficile, ma esistono promettenti teorie preliminari della consapevolezza. E forse il problema difficile non è neanche un problema, ma semplicemente il modo in cui vanno le cose”), allora la nostra <creazione> potrebbe replicare i meccanismi della Natura medesima. Parmenide dice che “lo stesso è pensare e essere”[18]. Analogamente, l’Autore pensa che “qualcosa di simile (a quanto narrato nel libro) potrebbe benissimo essere o diventare realtà”. E, in definitiva, che il suo “è un libro di saggistica che è anche una specie di fantascienza”; e, personalmente, sono d’accordo con lui.
In futuro, potremmo scoprire che perfino ciò che non è stato concesso al Dio delle religioni, costituisce invece la realtà, e innanzitutto cambiare l’ordine del tempo così che sia il presente a determinare il passato (retrocausalità): “Le nuove cifre si creano davvero con il passare del tempo” [Wolchover 2020]; considerato che l’Autore condivide l’idea che “non è una necessità logica” la regola secondo cui “le regole del determinismo globale (quali che siano) selezionino una e una sola storia dell’universo”. Parafrasando il detto di Parmenide, se è vero che l’essere è e non è possibile che non sia, allora potrebbe essere altrettanto vero il detto letto dall’altro verso, e cioè: tutto ciò che è possibile che sia, è.
Il saggio è scritto in modo lineare: le idee e i concetti sono proposti con semplicità e quindi in qualche modo comprensibili anche al lettore che non sia fornito di adeguate conoscenze in materia; la narrazione è svolta in modo colloquiale: in ordine ai principi della Nuova Meccanica Irrazionale, il saggio è infatti corroborato dagli esiti delle ricerche e dei dialoghi che l’Autore ha intrattenuto e intrattiene con alcuni tra i maggiori specialisti, sia di un più recente passato che di un quasi immediato presente. E quindi un saggio di fisica contemporanea, attuale, working in progress.
E comunque, laddove le proposizioni scientifiche in sé, come detto, dovessero risultare piuttosto ostiche per il lettore – l’Autore rinvia oltremodo al suo primo libro [Prisco 2020] e alle “versioni complete gratuite di tutti i (suoi) libri online (vai semplicemente al mio sito web turingchurch dot com”. E comunque, è lo stesso Autore, rivolgendosi in particolare a coloro che egli chiama “burocrati della scienza” a scrivere nel saggio: “prima scrivete un buon libro di scienza per le masse, e poi sentitevi liberi di parlare”.
Terminata la lettura, il saggio si rivela a suo modo geniale, nel senso più estensivo del termine: che nasce cioè da una felice intuizione, sia essa stessa un’idea, una scoperta, una realizzazione o, dall’inizio alla fine, una trovata geniale. Ed è in definitiva all’inizio – e, come dice Martin Heidegger, al “pensiero dell’inizio che è ogni inizio che è” – che il pensiero scientifico di Giulio Prisco ci rinvia. Al pensiero di un’epoca, in qualche modo simile all’attualità, in cui Lucrezio poetava in versi la signoria e, con termine caduto oggi un po’ in disuso, la signorilità dell’uomo nel (e non sul) cosmo.
Tempo già fu che tristamente in terra
languia la vita de’ mortali, oppressa
da religioso orror; dall’alto cielo
sugli uomini incombea, con minaccioso
volto, de’ numi il pauroso inganno;
allor che primo un uomo di greca stirpe
li occhi mortali sollevar contr’esso
osò, fissarlo osò. Né l’ampia fama
del divin0 poter, né la scagliata
folgor, né il cupo mormorar del cielo,
valse a domarlo; ma di più vivace
impeto in cor gli suscitò la brama
d’infranger, primo, le sbarrate porte
del ciel, drizzando all’universo il volo.
E sua viva virtù vinse: l’estremo
lembo dei mondi, e l’etere fiammante,
e la profonda immensità del tutto,
con l’ala aperta del pensier trascorse;
e vittorioso a noi recò la luce
del novello saper: quali nel mondo
forme di vita nascano, e di quali
non sia concesso il nascere; qual sia
d’ogni cosa creata il fine, e quale
l’irremovibil termine che ad esse
ed al loro poter natura pose.
Onde a sua volta sotto il piè prostrata
della conquista conoscenza umana
religion si giace, e la vittoria
or l’uomo esalta al culmine dei cieli[19]
Molti tra i fisici attuali aprono oggi alla possibilità che in futuro l'<umanità> non sia man-tenuta nella sua essenza attuale ma assuma un’essenza diversa in una prospettiva che noi oggi diciamo <postumana>.
Idea questa che senz’altro è più difficile praticare e operare se ci serviamo di un pensiero e di una meccanica ancora <razionale>, ma più agevole se ci serviamo di un pensiero intuitivo e immediato e di una scienza meccanica, per i fisici antichi propria dell'<intelletto> e per i fisici moderni, quale Giulio Prisco è, <irrazionale>.
E dunque siamo nel corso di una nuova “rivoluzione” scientifica, ancorata al <principio dell’indeterminazione>, ma anche <probabilistica>, legata a un concetto piuttosto vago di <informazione>, ma che ha già prodotto notevoli risultati, così come, in sintesi, li evidenzia il fisico Carlo Rovelli: “Non c’è solo la bomba, grazie al cielo. La teoria dei quanti è stata applicata a atomi, nuclei atomici, particelle elementari, alla fisica dei legami chimici, alla fisica dei materiali solidi, a quelli liquidi e ai gas, ai semiconduttori, ai laser, alla fisica delle stelle come il Sole, alla fisica delle stelle di neutroni, all’universo primordiale, alla fisica della formazione delle galassie … e via e via, potrei continuare per pagine. Ha portato a comprendere interi pezzi di Natura, per esempio la tavola periodica degli elementi, ad applicazioni mediche che hanno salvato milioni di vite umane, a nuove apparecchiature, nuove tecnologie, ai computer. La teoria ha predetto fenomeni nuovi mai osservati né sospettati prima: correlazioni quantistiche a chilometri di distanza, computer quantistici, teletrasporto … tutte predizioni che si sono rivelate corrette. La serie dei trionfi dura ininterrotta da un secolo, e continua”[20].
Una nuova rivoluzione, che potrebbe addirittura mutare lo stesso <de-stino> – termine che Emanuele Severino traduce con la seguente espressione: “lo stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo” – dell’ente, che ancora chiamiamo <uomo>. E allora, l’interrogativo si fa ancora più pressante: cosa ci riserverà il futuro?
Leggendo il saggio, sarà altresì come gettare uno sguardo sul futuro che potrebbe essere, sui sentieri intrapresi agli albori del secolo scorso da Heisenberg, Bohr, De Broglie, Schrodinger, Dirac, Pauli, Born, Jordan e lo stesso Einstein. Su una nuova via, ma relativa pur sempre a un modo e in tal guisa al modo secondo cui, non solo l’uomo, ma ogni cosa agisce su qualcos’altro. E pertanto, potremmo dire, l’eterna riproposizione dell’eterna questione relativa al migliore dei destini o al migliore dei modi di stare <nel mondo> oppure, in un modo o nell’altro, <fuori dal mondo>. Questione che, emblematicamente, un noto sociologo e filosofo futurista come Riccardo Campa ripropone pubblicamente da almeno due decenni circa, e cioè senz’altro a partire dalla pubblicazione del suo saggio Etica della scienza pura (Sestante Edizioni 2007).
In merito alla scelta di proseguire per la via della <scienza pura>, insieme al compito precisato di fissare un’etica, vale però anche il giudizio che della scienza pura ha dato Giorgio de Santillana: “è sempre qualcosa di azzardato e incompleto, che erge le sue strutture sull’ignoto in un equilibrio precario e rischioso (…) Per poter essere accettata da una società realista, essa deve dare risultati indiscutibili e sorprendenti, come accadde con le leggi di Newton. Altrimenti le si dirà di stare alla larga e di non disturbare senza necessità la nostra tranquillità spirituale“[21].
Ab imis fundamentis[22], è tutto ciò che abbiamo sempre fatto e facciamo e quindi, probabilmente, ancora faremo. Leggere il saggio di Giulio Prisco, oltre ad aprire la mente e lo spazio (configurato come illimitato già da Anassimandro, e altri prima di lui), e dare un’ulteriore possibilità o chance al futuro[23], serve essenzialmente a cercare di comprendere tutto questo.
Angelo Giubileo
*Prefazione alla versione italiana del saggio del fisico Giulio Prisco, dal titolo “Meccanica irrazionale. Schizzo narrativo di una scienza futurista e di una nuova religione” (Moira 2025)
[1] G. de Santillana, Le origini del pensiero scientifico, Sansoni editore, Firenze 1966.
[2] G. de Santillana – H. von Dechend, Il mulino di Amleto, Adelphi VIII edizione 2000, p. 417.
[3] Di L. B. G. Tilak si segnalano in particolare: Origine polaire de la tradition védique, Archè Milano, 1979; Orione, Ecig 1991.
[4] G. de Santillana – H. von Dechend, op. cit., p. 416.
[5] Platone, Teeteto 166d.
[6] Quanto al significato del termine <metafisica>, Parmenide aveva già detto tutto ciò che in seguito sarebbe stato detto, fino alla ri-velazione definitiva di Martin Heidegger; ma, del suo significato, mi occuperò brevemente nel corpo del testo che segue.
[7] Un vuoto assimilabile all’elemento incerto che componeva il corpo di Prajapati e che mai l’umanità sarebbe stata capace di ricomporre interamente.
[8] Cfr. G. de Santillana, Prologo a Parmenide, in Fato antico e fato moderno, Adelphi III edizione 1993, pp. 81-128.
[9] In proposito, valida ed efficace è la sintesi di Plutarco: “se la conoscenza e il pensiero della realtà venissero meno, l’immortalità non sarebbe più vita, ma tempo” (Iside e Osiride, 35 E).
[10] Ibidem, p. 103 s.
[11] Ibidem, p. 125.
[12] Cfr. M. Heidegger, Il detto di Anassimandro in Sentieri interrotti, traduzione di Pietro Chiodi, La Nuova Italia Editrice 1968, pp. 299-348.
[13] G. de Santillana – H. von Dechend, op. cit., p. 91.
[14] Cfr. P. Zellini, La matematica degli dei e gli algoritmi degli uomini, Adelphi 2016.
[15] G. Galilei, I due massimi sistemi del mondo, in G. Galilei, La prosa, Sansoni Firenze 1978, pp. 361-362.
[16] E. Nagel – J. R. Newman, La prova di Godel, Bollati Boringhieri 1993.
[17] Cfr. G. de Santillana, Prologo a Parmenide, in Fato antico e fato moderno, Adelphi III edizione 1993, p. 125.
[18] Parmenide di Elea, Frammento 3.
[19] In: G. de Santillana, Le origini del pensiero scientifico, op. cit., p. 296. Traduzione di Giussani.
[20] C. Rovelli, Helgoland, Adelphi 2020, p. 32.
[21] G. de Santillana, Le origini del pensiero scientifico, p. 289.
[22] Scrivono gli autori di Il mulino di Amleto cit., p. 278: “Fu Vismavitra che, adirato, creò un secondo mondo e numerose stelle a partire da Sravana … Egli è in grado di ardere i tre mondi con il suo splendore, di far tremare la terra pestando (il piede). E’ in grado di staccare il gran Meru dalla terra e di lanciarlo a qualsiasi distanza. E’ in grado di fare il giro dei dieci punti della terra in un attimo” (Radloff, citato in Roscher, 1918, p. 1 sg.).
[23] A tale proposito, ritengo estremamente significativo un brano dell’Autore sugli attuali sviluppi delle ricerche legate all’IA, che qui pertanto riporto interamente: “I tentativi di fermare lo sviluppo della tecnologia dell’AI “non faranno altro che cedere il futuro” [Kissinger 2021] a coloro che continueranno a svilupparla. Anche se un divieto mondiale della ricerca sull’AI fosse realisticamente fattibile, si può essere certi che tutte le nazioni continuerebbero la loro ricerca sull’AI in segreto. Le grandi aziende continuerebbero la loro ricerca sull’AI in segreto. Non vogliono fermare l’AI, ma possedere l’AI. Vogliono tenere l’AI fuori dalle mani di altri giocatori e, naturalmente, fuori dalle mani della gentuccia qualunque come te e me. Vaj sottolinea con astuzia che le élite al potere temono che una diffusione capillare dell’AI impedisca loro di mantenere il “controllo sulla nostra civiltà”, cioè sulla gentuccia come noi. Su questo punto hanno ragione, mentre Vaj [Vaj 2023] ha ragione su tutto il resto”.

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