
Il gelo diplomatico a porte chiuse contrasta con l’escalation militare in Medio Oriente e il pesante impatto economico per Washington.
L’incontro bilaterale tra il Vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance e il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz è stato definito ufficialmente un “incontro storico”, ma la forma ha tradito la sostanza. La totale assenza di una stretta di mano pubblica e il rifiuto di concedere la classica foto opportunity segnalano una profonda rigidità diplomatica.
L’amministrazione statunitense continua a esercitare pressioni per una de-escalation, ma si scontra con la linea intransigente del governo israeliano. Il protocollo ridotto all’essenziale dimostra che la vicinanza strategica tra i due paesi è attualmente gravata da forti divergenze sulla gestione del conflitto.
Il Ministro Katz ha gelato le speranze di una tregua immediata sul fronte settentrionale dichiarando che Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal Libano. Questa posizione blinda la strategia delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), finalizzata a smantellare permanentemente le infrastrutture di Hezbollah lungo il confine.
Per l’opinione pubblica internazionale e per gli alleati occidentali, l’affermazione di Katz rappresenta un punto di non ritorno che allontana l’applicazione della risoluzione ONU 1701 e prefigura un’occupazione prolungata o una zona cuscinetto permanente nel sud del Libano.
Mentre la diplomazia arranca, i combattimenti sul terreno registrano un continuo aumento delle perdite civili e militari. Gli ultimi raid aerei e terrestri dell’IDF nel sud del Libano hanno causato la morte di 7 persone. Le operazioni militari parallele nell’enclave palestinese hanno provocato altre 9 vittime nelle ultime ventiquattro ore.
La conduzione simultanea della guerra su due fronti satura le difese regionali e aggrava la crisi umanitaria, rendendo sempre più complessi i tentativi di mediazione internazionale guidati da Stati Uniti, Qatar ed Egitto.
Il sostegno incondizionato a Israele sta presentando un conto politico ed economico altissimo per le casse di Washington. Secondo le ultime stime finanziarie, la guerra è costata finora agli Stati Uniti circa 40 miliardi di dollari.
Questo flusso massiccio di denaro pubblico sta alimentando un acceso dibattito interno al Congresso americano, dove crescono le critiche sulla sostenibilità a lungo termine di una simile spesa a fondo perduto.
L’apparente paradosso di un incontro definito “storico” ma privo di calore umano riflette la trappola strategica in cui si trovano gli Stati Uniti: l’impossibilità di interrompere il supporto al principale alleato mediorientale, unita all’incapacità di controllarne le scelte militari e l’espansione del conflitto.
Israele fa la guerra in Libano principalmente per due motivi: fermare i continui lanci di razzi da parte del gruppo armato Hezbollah e permettere a migliaia di famiglie israeliane, scappate a causa dei bombardamenti, di tornare a vivere al sicuro nelle loro case al nord del Paese. Il motivo principale è la sicurezza dei confini.
Di fronte a chi ha come unico obiettivo la tua distruzione, le trattative sono una resa travestita da pace. Israele combatte perché non ha altra scelta se non vuole essere cancellato dalla carta geografica, mentre il resto del mondo libero preferisce il suicidio culturale e materiale all’orgoglio della propria sopravvivenza.
Giuseppe Basilico

Lascia un commento