
La pandemia avrebbe dovuto insegnarci una cosa fondamentale: nelle emergenze sanitarie la comunicazione non è un elemento secondario, ma parte stessa della risposta pubblica. Non a caso l’OMS ha introdotto il concetto di “infodemia” per descrivere quel flusso continuo e disordinato di informazioni – corrette, scorrette, parziali o fuori contesto – che accompagna ogni crisi epidemica e rende difficile distinguere ciò che conta davvero. Ed è proprio questo il punto centrale: l’infodemia non coincide semplicemente con la disinformazione. Anche dati scientificamente corretti possono generare percezioni distorte se vengono diffusi senza contesto, senza proporzioni, senza spiegare la reale dimensione del rischio. Numeri isolati, confronti mancanti e titoli sensazionalistici finiscono così per alterare la comprensione pubblica più delle fake news stesse. Durante il Covid numerosi studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali hanno evidenziato come la gestione dell’informazione sia ormai parte integrante della preparazione sanitaria moderna. Eppure terminata la fase più acuta della pandemia il sistema mediatico è rapidamente tornato alle sue dinamiche abituali: velocità, frammentazione, ricerca dell’impatto emotivo, competizione sul titolo più allarmante. Così la salute pubblica viene spesso trattata con gli stessi meccanismi narrativi della cronaca quotidiana. A questo si aggiunge un problema strutturale del giornalismo contemporaneo. Negli ultimi decenni il giornalismo scientifico italiano ha progressivamente perso spazi, investimenti e autonomia. Molte redazioni specializzate sono state fortemente ridimensionate, e le notizie sanitarie finiscono affidate a cronisti dell’attualità. Si tratta di professionisti preparati e rapidissimi, ma non sempre dotati degli strumenti epidemiologici necessari per interpretare fenomeni complessi. Di conseguenza prevalgono spesso le logiche narrative tipiche della cronaca: il caso eccezionale, il dettaglio drammatico, la storia individuale, lo scenario peggiore. Ma le epidemie raramente possono essere comprese attraverso la sola lente emotiva della cronaca nera, perché il rischio reale e il rischio percepito non coincidono quasi mai. Un virus molto letale ma poco trasmissibile può avere un impatto collettivo inferiore rispetto a un virus meno aggressivo ma capace di diffondersi rapidamente. È un principio basilare dell’epidemiologia, eppure nel racconto mediatico questa distinzione tende a scomparire.
Angelo Santoro

Lascia un commento