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Il vero negoziato non è con Cameron

Pessimo fine d’anno per i nostri rapporti con l’Unione europea, Ue, e la Germania.
  

di Gianni Bonvicini | 3 Gennaio 2016

Pessimo fine d’anno per i nostri rapporti con l’Unione europea, Ue, e la Germania. Non si ricordano periodi altrettanto tesi e recriminazioni così violente su entrambi i fronti.

La querelle fra Roma e Bruxelles sulle modalità di salvataggio delle nostre quattro banche e la quasi contemporanea lista di accuse di Matteo Renzi nei confronti della cancelliera tedesca hanno creato negli ambienti tradizionalmente europeisti del nostro Paese un senso di disagio e scetticismo.

Due pilastri della politica estera dell’Italia, Ue e Germania, vengono messi in questione non solo su una serie di fatti concreti, ma anche sulla visione strategica dell’orientamento da dare all’integrazione europea.

Scontro Renzi–Merkel
Diciamo subito che per quanto riguarda i nostri dissapori con la Germania si ha la netta sensazione che l’atteggiamento di sfida di Renzi sia rivolto più all’opinione pubblica interna che al resto dell’Ue.

Se non fosse stato per una recente intervista del nostro premier al Financial Time, pochi in Europa si sarebbero in effetti accorti dei supposti contrasti Renzi-Merkel in seno all’ultimo Consiglio europeo dell’anno.

Ma a parte l’amara considerazione del sempre scarso peso dell’Italia negli organismi comunitari, a cominciare dallo stesso Consiglio europeo, non vi è dubbio che il clima dei nostri rapporti con Berlino abbia subìto un inaspettato peggioramento. Con l’inizio dell’anno è probabile che interverrà un chiarimento diretto fra i due leader e che i dissapori in parte rientrino. Tuttavia sarebbe bene riflettere a fondo sui nodi strutturali che sono all’origine dello scontro, o del quasi scontro, in atto.

Va innanzitutto precisato che lo stretto rapporto Roma-Berlino è stato quasi sempre legato al tema dell’Ue e ai suoi sviluppi, in genere positivi. Al di là quindi degli ottimi legami commerciali ed economici e degli interessi reciproci, la visione strategica dei due paesi sulla necessità di costruire una più forte Unione è stata quasi sempre condivisa.

Il ruolo dell’Italia si è caratterizzato nell’offrire il proprio sostegno alle iniziative di sviluppo dell’integrazione europea, a cominciare dall’Euro, che originavano da quello che veniva considerato il “motore” dell’Europa: l’accordo fra Francia e Germania.

Oggi, tuttavia, al di là del conflitto su interessi concreti, dai rapporti con Mosca alla politica energetica, il rapporto fra Roma e Berlino all’interno dell’Ue sconta due grandi debolezze strutturali.

Tandem franco-tedesco sbilanciato
La prima è che si assiste al progressivo, inarrestabile indebolimento proprio del “motore”, con una Francia sempre più ripiegata su sé stessa e priva di quello spirito europeo che in alcune stagioni della sua storia politica l’avevano aiutata a superare il suo connaturato nazionalismo. Il tandem franco-tedesco è ormai completamente sbilanciato ed è solo l’agenda di Berlino a dettare il cammino dell’Ue.

Sempre più potere al Consiglio europeo 
Qui si manifesta il secondo elemento di debolezza strutturale che incrina i rapporti fra Roma e Berlino. Si tratta della degenerazione del sistema decisionale comunitario, cioè il radicale spostamento dell’esercizio del potere nella direzione del Consiglio europeo, quale supremo organo dell’Ue.

È infatti evidente che all’interno di un collegio dove vale la regola del consenso, alla fine a prevalere è la volontà del Paese più forte ed autorevole. Di qui l’accusa di un’Unione sempre più “tedesca”.

Non è però certo Angela Merkel ad averla plasmata così: la responsabilità va fatta risalire a tutti i 28 membri dell’Ue, Italia compresa, che con l’accettazione del Trattato di Lisbona e delle ulteriori modifiche originate dalla gestione della crisi dell’Euro hanno finito con il rafforzare un sistema di “governance” prettamente intergovernativo.

Se quindi si vuole attaccare la cancelliera su questo evidente sbilanciamento decisionale, bisogna anche essere pronti a proporre delle riforme coraggiose dell’assetto comunitario.

Lettera Gentiloni-Hammond
Se questo deve essere l’obiettivo di un percorso politico volto a salvare l’Ue non si può però prescindere da una forte alleanza con Berlino. Non è certo strizzando l’occhiolino a Londra sul tema del rinegoziato con l’Ue che si controbilancia la forza di Berlino.

La lettera congiunta Gentiloni-Hammond può essere una cortese mossa nei confronti del governo di Sua Maestà, ma non sposta di un millimetro la questione centrale del nostro rapporto con Berlino che continua a rimanere decisivo per il futuro dell’Ue e degli interessi italiani in essa.

Da Londra non abbiamo mai ricevuto né sostegni né vantaggi, anzi. Per Renzi e per l’Italia è quindi opportuno non giocare sullo scacchiere europeo spostandoci senza reale necessità da una capitale all’altra, ma piuttosto chiarire onestamente il contenzioso con Berlino e costruire quindi una rinnovata, visionaria alleanza con la Germania per bloccare la deriva verso una progressiva frammentazione dell’Ue.

Non perdiamo quindi tempo a fare i primi della classe nel negoziato con David Cameron che da solo è andato a infilarsi nel vicolo cieco del referendum sull’Ue. Concentriamoci su ciò che è utile per noi, ricordando che all’Italia conviene un’Ue più integrata e democratica. Obiettivo che si può raggiungere solo con il convinto appoggio di Berlino.

Pubblicato in : Primo pianoTag: angela merkel, banche, bruxelles, consenso, crisi, europa, francia, futuro, germania, governo, intervista, italia, la germania, matteo renzi, merkel, referendum, renzi, riforme, roma, sostegno, sviluppo

Info Gianni Bonvicini

Gianni Bonvicini è vicepresidente vicario dello IAI.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Claudio Fogazza

    3 Gennaio 2016 alle 17:57

    Non dimentichiamo che l’Italia è il pilastro dell’Europa – ne è la seconda potenza economica e la prima potenza militare – per questo apprezzata in tutto il mondo

    Rispondi

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