C’era una volta un Paese con Re inamovibile. All’inizio era amato, poi con il passare del tempo solo sopportato. Molti avevano cercato di scalzarlo ma nessuno ci riusciva. Sui confini delle sue terre abitavano popoli molto bellicosi. Chi aveva visitato quelle regioni raccontava di una vita quasi impossibile per i sudditi. Così la popolazione del regno preferiva tenersi il suo sovrano piuttosto che correre il rischio di una vita difficile e piena di pericoli. Con il tempo, all’ombra del Re, era cresciuta una classe di nobili dedita agli affari. Praticamente avevano il monopolio di tutti i commerci. Godevano della fiducia del Re e ripagavano quella fiducia con l’ubbidienza e qualche dono. I Nobili si arricchivano sempre di più ma, abituati a commerciare con l’aiuto e la benevolenza del Sovrano, non riuscivano ad estendere i loro traffici fuori dei confini del Paese.
Un giorno scoppiò la rivoluzione nelle terre confinanti. I contadini, stanchi di soprusi e angherie, uccisero tutti i regnanti ed elessero nuovi sovrani. I Nobili colsero la palla al balzo. Era giunta l’ora di eliminare anche il vecchio, inamovibile Re. Senza dare troppo nell’occhio appoggiarono le accuse di “condotta immorale” che da qualche anno i Sacerdoti del Tempio rivolgevano al Sovrano. E con quel pretesto, o forse con quella verità, ma comunque senza figurare in prima persona, lo deposero. I Nobili erano felici. Senza il vecchio Re potevano non solo estendere i loro commerci ma soprattutto accaparrarsi tutte le ricche Contee che fino a quel momento erano state nella piena disponibilità della Corona. Per scegliere il nuovo sovrano organizzarono una grande adunata di popolo. Naturalmente avevano già individuato chi faceva al caso loro, solo che a quell’assemblea si presentò un signorotto che fino ad allora aveva vissuto alla periferia dell’Impero, arringò la folla in modo suadente e fu scelto come nuovo Re. I Nobili rimasero molto male. Passato il primo momento di rabbia, e d’accordo con i Sacerdoti, arruolarono degli strilloni e li fecero girare per tutte le terre del regno raccontando, sul nuovo Re, tutte le nefandezze possibili. La reazione del popolo non si fece attendere. Il Re fu costretto ad andare in esilio. Furono anni felici. I Nobili facevano sempre più soldi occupando e sfruttando tutte le terre della Corona. Un bel giorno però il Signorotto tornò. Arringò nuovamente la folla e spodestò il Sovrano, amico di Nobili e Sacerdoti. Memore dell’esperienza passata, questa volta il Signorotto aveva preso prese delle precauzioni e riuscì a governare il Paese per un tempo abbastanza lungo. Ma Nobili e Sacerdoti non mollarono la presa. Pagarono a peso d’oro un numero ancora maggiori di strilloni e li mandarono in tutti i villaggi, anche quelli più sperduti. “Il Re è un pagliaccio” dicevano. “Passa tutto il tempo a pensare ai suoi
interessi e non si cura del bene del popolo” e così via. I Sacerdoti, tutte le volte che ne avevano l’occasione, rincaravano la dose. Il popolo osservava tutto con grande distacco fino a che un bel giorno…..
IL VECCHIO RE, I NOBILI E IL SIGNOROTTO
Un vecchio re che dopo tanto tempo viene spazzato via dalla rivoluzione; nobili avidi sempre pronti ad appoggiare chi favorisce i loro interessi, un signorotto non atteso, esiliato, tornato a furor di popolo e ora in bilico. Invitiamo i lettori a scrivere loro il finale della favola…..

Finchè un bel giorno, il popolo si convinse o fu convinto a rincorrere sirene antiche, nella speranza di ritovare certezze eterne, che, probabilmente, invece non trovò…
Fu allora, che un nuovo signorotto, portatore di (altri) interessi collettivi (chiaramente non universali, nel qual caso la carriera parrebbe necessariamente un’altra……), si fece avanti e arringò la folla.
E la folla rispose prima dubbiosa, poi festante e una nuova corte di notabili circondò il novello incantatore.
Tuttavia, ben presto, le antiche sirene ricominciarono a suonare e il popolo pian piano nuovamente accorse, restaurando equilibri conosciuti e rassicuranti.
Passò del tempo, e una nuova figura apparve……
… è la “ciclicità della Storia, bellezza!…..”
visto che non riuscivano a scalzare il signorotto, alcuni nobili presero una nave e si recarono al centro dell’Impero ove
Esposero la situazione che era effettivamente di disagio, perché il signorotto incarcerva e giustiziava gli oppositori.
Ma fu un altro punto che colpì i Grandi Dignitari dell’Impero.
– Ohibò, dissero, ma dove sono le regole democratiche?
I nobili non seppero rispondere:da secoli gli avvicendamenti avvenivano per deposizioni
e per pronunciamenti militari.
-E’ inammissibile! Bisogna instaurare la democrazia. Ci pensiamo noi! Occorre un’operazione di Polizia internazionale
E fu così che in quel lontano Paese si continua a combattere da decenni
Al Re Travicello, caduto ai ranocchi, milevo il cappello, mi piego i ginocchi.
Che bello, che bello! il Re travicello.
…………,
….finchè ad un certo momento le chiacchiere dei sacerdoti e dei nobili si diffusero in una parte del popolo che divenne smaniosa di spodestare il signorotto diventato sovrano; un’altra parte del popolo restò fedele al sovrano. E le due parti, sempre più arrabbiate e in conflitto tra loro, dettero vita ad una sanguinosa guerra civile che pareva non terminare mai.
A Bruxelles la notizia giunse al Grande Imperatore il quale, preoccupato che i disordini si potessero estendere a tutto l’impero decise di rimettere ordine nominando un suo delegato.
Finchè un giorno il popolo cominciò a dividersi e a pensarla in modi diversi. Per evitare risse e duelli sanguinosi che di danto in tanto provocavano anche lutti, gli abitanti del regno decisero di nominare dei capitani, armati di dialettica e coraggio, che parlassero e si esponessero per loro.
Gli scontri diminuirono e crebbe l’autorevolezza dei nuovi capitani.
I capitani che guidavano i seguaci dei nobili e dei sacerdoti che volevano deporre nuovamente il signorotto fattosi re, e quelli che guidavano i seguaci del signorotto pensarono che non era conveniente per loro combattere agli ordini altrui. Avrebbero guadagnato in prestigio, si dissero, se avessero continuato la battaglia tra loro, ma senza aspettare gli ordini dei grandi sacerdoti e del Sovrano.
Fu così che piano piano sacerdoti e nobili si trovarono ridimensionati nel loro potere, anche se non persero le loro ricchezze. Il Sovrano si ritirò nei suoi possedimenti. E il popolo scoprì che era bello un gioco antico, che tutti avevano dimenticato. Lo chiamavano gioco della democrazia ed era un po’ come il gioco dell’oca. Al posto dei dadi si tiravano fogli di carta detti schede elettorali. E in base a quelle venivano occupate le caselle.
La vita, nel regno, riprese a scorrere ordinata e tranquilla.