Siamo nella Sicilia degli anni ‘80, la guerra tra le varie cosche mafiose provoca sempre più morti, a Palermo si festeggia Santa Rosalia. Anche in una villa in riva al mare, con una festa di famiglia e Famiglie, si inneggia alla santa e si brinda all’accordo tra i capi.
Ma già dalle prime scene si intuisce che accordo non c’è. Don Masino Buscetta , capo delle vecchia Cosa Nostra, si aggira preoccupato per le stanze, vorrebbe non partecipare alla foto di gruppo e vede la falsità nel sorriso degli uomini che manifestano ancora rispetto nei suoi confronti. Sente il pericolo mentre guarda il figlio Benedetto, il suo anello debole, e decide di tornare in Brasile .
Non c’è nessun riscatto per Buscetta nel film di Bellocchio che racconta la cattura e l’estradizione in Italia di colui che da alcuni è considerato un eroe (dimenticando che è anche lui un assassino, un trafficante di droga) e da altri, soprattutto gli ex compagni di mafia, un “infame”.
Ma partiamo dal titolo. Traditore è Buscetta? E’ Cosa Nostra? E’ Pippo Calò? E’ la nuova mafia di Riina e i corleonesi? Oppure è lo Stato? Lo Stato si oppone alla mafia o, allo stesso tempo, si lascia fagocitare?
A queste domande si può rispondere solo con una certezza . Ognuno di loro è un traditore e nessuno di loro è un pentito.
Non lo è Buscetta che nei colloqui con Giovanni Falcone precisa fin dall’inizio di “essere un uomo d’onore” e di non aver alcun motivo per essere un pentito. Lo gridano i mafiosi chiusi nelle gabbie durante il maxi processo, affermando la propria innocenza e additando “quell’infame” come unico vero traditore.
Parlano per 45 giorni Falcone e Buscetta , entrambi consapevoli che la morte attende loro come ogni altro essere umano, perché la morte sa attendere il momento opportuno, come la mafia. Quando Falcone chiede di cominciare a fare i nomi, Buscetta guardandolo dice “ Dottore qui dobbiamo decidere solo una cosa, chi deve morire prima , io o lei?”e Falcone replica “Qui non esistono intoccabili…non mi fraintenda, ma temo più lo stato che la mafia.”
Ma la figura di Buscetta ha troppi lati oscuri, colui che era detto “l’eroe dei due mondi” per il suo continuo andare e venire tra il Brasile e la Sicilia per curare i suoi affari e aumentare le sue ricchezze, grazie alla droga. è costretto a girare in bicicletta fra due muri, quelli del lungo corridoio del commissariato in cui viene interrogato.
Buscetta crede ancora che a tradire sia la nuova Cosa Nostra dei corleonesi che si sono allontanati dai presunti valori morali che, oltre a esigere obbedienza e fedeltà alla Famiglia , sostenevano che i bambini non si toccano.
Gli incontri di Falcone e Buscetta sono ripresi da Bellocchio con un continuo serrato campo e controcampo, come la contrapposizione fra le due idee di Stato.
Ben diversamente viene ripreso il confronto fra Buscetta e Calò. Uno accanto l’altro, in guerra fra di loro, ma insieme nella stessa aula. Fra di loro uno spazio vuoto in cui lo spettatore può immaginare quel “convitato di pietra” , appena intravisto da Buscetta nello specchio di una sartoria , ma ben presente nelle ultime scene attento alle parole del suo difensore, quell’Andreotti poi assolto, che Buscetta chiama in causa come mandante dei delitti del giornalista Pecorelli e del generale Dalla Chiesa
Maria Rita Monaco

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