… questa donna è druda …
Ai miei vent’anni, nei rimbombi di una ingenua, incontrollata e ignota volontà di potenza, vagavo notturno a raccogliere predestinazioni o vaticini. Un rito per il quale mi affidavo a sibille improvvise. Prostitute errabonde scacciate dai templi della lascivia.
Così, versando l’obolo – vieppiù rassicurando sull’inusitata richiesta che suonava offesa per la rinuncia alla loro carne – mi portavo a conversare sui temi più vari.
Supponevo – oggi, credo non potrei supporre – che le prostitute assorbissero l’interezza della connotazione umana nel momento che essa si manifestava nella più intima condizione, senza indulgenze o mistificazioni. Ritenevo che esse ne potessero essere narratrici, seppure inconsapevoli.
Ad un tempo vestali , pizie e prostitute sacre: la miscela del femminino dominante sfiorato, ma non corroso, dalla fuga maschile verso la ignominia, la distruzione.
Di alcune ricordo, ora, il nome: Titina, Rosalia, Maria, Nunzia, Pasqualina; e, riemergono le loro storie.
Maria, dalla parlata cadenzata per una narrazione, ripetitiva e ossessiva, nel vanto di essere, la sua vita, trama per un racconto di un celebrato scrittore: “ la donna piangeva mentre giaceva in terra … venne un uomo … la sollevò e disse – ti porto con me, Maria!- … questo è il mio nome : Maria! … questa è la mia storia! “.
Nunzia, che si vestiva di discendenza da un genio; sempre in strada, anche la vigilia di Natale; vantandosene – avidamente e imprecando – raccontava di ricchezze che non conosceva; svelate, soltanto, in un futuro possesso dell’eredità.
Titina, che mi si dedicava al colloquio amicale alle tre del mattino, al termine del “lavoro”, e che una volta mi disse: “ domani vado al bagno “…” con i bambini… vienimi a prendere così faccio vedere una famiglia”.
Ma, di tutte, al nome di Pasqualina è legato il mio vagabondare nella curiosità del conoscere. L’incontro fu su una panchina del lungomare, nel pomeriggio. Alle spalle, un piccolo luna park che non aveva raccolto clienti.
Da un “sei solo?” che mi rivolse, fui convolto nel racconto della sua vita di miseria. Era di un paese della provincia e per venire a prostituirsi a Napoli aveva lasciato i due figli, di tenera età, abbandonati, in casa.
Inorgoglito dall’occasione – di potermi riconoscere nel principe sul bianco cavallo del sogno della principessa dormiente – la convinsi al ritorno alla sua casa.
L’accompagnai alla Circumvesuviana. Ho impresso il momento del saluto. Lei piangeva, agitando un fazzoletto bianco.
Per caso, alcun giorni dopo, lessi su un giornale il suo nome legato alla notizia su una prostituta che aveva accoltellato una donna; per difendere il suo amante.
Oggi, con animo compassionevole verso lei e la sua vita a me ignota – anche, verso la mia gioventù romanzesca – mi chiedo se per caso, in quell’incontro, non avessi, ignaro, partecipato a riprese di un film di Pasolini: sarebbe stata, questa, grande artisticità della vita inconsapevole.
Cenni di improvvisati apprendimenti della coscienza del femminino. Dopo cinquant’anni, condensa per la mia tragedia “marguerite”.
Da quel discorrere appresi l’arte del sedurre e che l’unica seduzione può essere portata verso chi per sacralità, per possibilità, per destino ha risonanze, rinvii, di emozioni, di poesia, di inganno.
Appresi, nel sedurre, che il maschile vive le realtà visionarie degli abissi o la sconfitta del sangue. Non sa – o non può – scivolare sulle acque, generare l’abbandono.
Fui libertino immalinconito nei rammarichi. Non conobbi Don Giovanni.
Seducendo, affiorava lenta, ma perentoria, la consapevolezza che tutte le seduzioni conducano a dissimulare le genesi del vero/falso della unità perduta.
Così, il divino, l’angelico e il demoniaco, l’umano androgino, sorgono dalle lontananze del mito; e la fantasia contempla, racchiude in se, tutte le verità possibili.
Si narra, nei vari libri e linguaggi, che il maschile fosse separato dal femminile.
Il seme possibile separato dall’ovulo certo. Perché, forse, al principiare della storia umana, la prosecuzione delle generazioni fosse tutelata nelle condizioni dell’insicuro e del provvisorio dell’essere prede.
Recuperando, nel tempo, la esigenza della ri-svelazione delle complementarietà del femminile e del maschile, per ri-apprendere, ri-componendo, la totalità, l’unico, dell’androginia negata.
Ma, il perdersi tra le regioni del “fu” – più che l’erudizione del noto/ignoto – istiga il ripiegamento ad osservazioni sull’oggi e sul come l’oggi possa dare prosieguo e destinazione nell’unico.
Si narra, anche in vari libri e linguaggi, che il maschile fosse escisso dal femminile.
Si può non condividere il desiderante femminile di richiedere la parte che le fu tolta?
Gli occhi disincantati di un vecchio pazzo, avvezzo a selezionare le forme e la loro armonia di rapporti, non si sono distratti dall’osservare le intervenute mutazioni della morfologia – e dell’essere nel mondo – femminile; sempre più prossima, se non già sopravanzante, a quella del maschile.
Dalla perdita della adiposità muliebre alla elasticità muscolare, dalla capacità di resistenza vitale al determinismo esistenziale; con una separazione comportamentale tra sensualità/sessualità e maternità.
Di contro, il maschile retrocede nella emotività sentimentale “isterica” e femmineamente esibita; quindi, nella impotenza sessuale e riproduttiva; ancorando il lutto della perdita alla rabbia e, poi, alla violenza.
Il maschile degrada il suo requisito fondante: la logica. Il femminile la esalta, anche nella magnificazione della sua eccellenza: l’inganno di Odisseo.
Le discendenti delle vestali, delle pizie, delle prostitute sacre conoscono e ri-esplorano, in sé, il gioco dei sensi nei ginecei e le destinazioni dei propri parti e recitano in mantra, come inno di rivolta, i misteri eleusini.
Il femminile già sapeva che la sensualità/sessualità è nel rapporto emotivo/creativo tra parti eguali e, oggi, sa che il fecondante può essere scelto nello spazio/tempo più opportuno alla maternità: commerciando il seme nei laboratori, escludendo l’obbligo della propria disponibilità al maschile.
Da vecchio pazzo ipotizzo e temo (ma, poi, perché temere considerata la mia mancanza al tempo?) che il mondo futuro sarà il mondo del femminile, ove le donne, liberatesi del pene, relegato a inutile orpello, organizzeranno una società di sensualità creativa.
Nel cuore di Saffo si avvererà il percorso dell’androginia.
Il cielo e la terra genereranno nuovi figli, nuovi dei.
Si avrà, al tempo, memoria del viaggiatore tra Termodente e Lesbo: il vecchio pazzo che leva, ai sogni, il “Canto beduino” in onore di lei e in onore di un altro vecchio pazzo?
Una donna s’alza e canta
La segue il vento e l’incanta
E sulla terra stende
E il sogno vero la prende.
Questa terra è nuda
Questa donna è druda
Questo vento è forte
Questo sogno è morte.
(Giuseppe Ungaretti)

ne consiglio la lettura
https://cartesensibili.wordpress.com/2012/04/26/la-dea-madre-quando-dio-era-femmina/