Per onestà intellettuale, mi dichiaro subito : non sono un fan di Veltroni e sono convinto che molti degli elementi del ritratto al vetriolo dedicatogli da Giampaolo Pansa sull’ultimo numero dell’Espresso dal titolo : “Un perdente di successo “ , siano verità appena accentuate dalla polemica . Ritengo che le affabulazioni veltroniane, accompagnate dal turibolo impressionante ed accordato all’unisono dei media nazionali siano un tentativo di copertura e non di cambiamento dell’empirismo senza principi che è la cifra caratteristica di chi guida il centro-sinistra italiano dal 1992, passando disinvoltamente dal liberismo delle merchant bank all’antiamericanismo militante , passando talvolta dalle parti della socialdemocrazia.
Ma, senza la pretesa di essere il decimillesimo commentatore dell’ennesima “discesa in campo”, vorrei portare all’attenzione dei lettori due fra i tanti elementi che il nuovo ruolo di Walter Veltroni ha portato alla luce.
Il primo è che sono poco rassicuranti le prese di posizione in materia di legge elettorale del nuovo leader del PD , che mantiene la sua rovinosa opzione per un modello , quello del “sindaco d’Italia” che , oltre a non funzionare come ben spiegato da Sartori, conferma la scelta del gruppo dirigente della Fgci degli anni ottanta per la ricerca di scorciatoie e bypass per evitare di fare i conti con la propria storia e con quella della sinistra italiana , cercando di far rimodellare gli schieramenti politici attraverso il “forcipe elettorale” e non attraverso la politica.
Il secondo è che la chiamata a raccolta dei gruppi dirigenti Ds e Dl dietro un leader , del quale per di più le ultime posizioni politiche conosciute sono quelle di alcuni anni, ha già avuto al Nord l’effetto di far cessare il pur timido dibattito interno al nascituro e già sconfitto PD. Nel giro di poche ore , diessini e diellini che si erano perfino spinti a litigare su autonomia e “maggioranze variabili” si sono trasformati in veltroniani antemarcia, senza essere nemmeno sfiorati dal dubbio che l’esperimento di candidare un sindaco di Roma a premier è già stato fatto ed ha dato da queste parti risultati deprimenti .
Si tratta di questioni che preoccupano , perché il mondo riformista , aspirante o sedicente, del PD è il primo interlocutore per la costruzione di una sinistra moderna e riformista .
E lo è in particolare qui a Milano ed al Nord , dove lo stato di salute della sinistra dopo un anno di governo Prodi è tale da aver fatto dire ad un importante esponente Ds che in molte aree del paese la sinistra si trova ad essere “antropologicamente estranea” al contesto politico e sociale.
La partita politica che si giocherà con l’elezione del sindaco e del successore di Formigoni , già in sé molto difficile, richiede da subito la disponibilità e la capacità dei riformisti di elaborare risposte concrete , costruire un progetto ed identificare delle candidature all’altezza : non ci sarà né il tempo né il modo per essere ancora una volta limitati da schemi di partito e di potere lontani anni luce dalla realtà del Nord .
Occorre prendere rapidamente coscienza di una verità che per la verità dovrebbe già fare parte del nostro genoma politico : la leadership riformista e modernizzatrice si conquista solo attraverso una battaglia politica a viso aperto , prendendo dei rischi molto elevati e non puntando alla salvaguardia di piccole posizioni di rendita ormai più presunta che reale. Lo dimostra il fatto che i due sindaci riformisti che abbiamo al Nord, a Torino e Venezia , sono emersi battendo la destra solo dopo aver sconfitto in campo aperto la sinistra conservatrice massimalista , come invece non si riesce a fare da tanti , troppi anni , nella nostra Milano.
Ho il sospetto che avere alla guida dei “Democratici” il beneficiario politico della scelta del centro-sinistra di “abolire il Nord” dal proprio programma di Governo , coprendo il “buco” della sanità laziale con un miliardo e mezzo di euro ed inondando di denaro il Comune di Roma con la legge su Roma capitale, ci porterà più a perdere altre Monza o Rho che non a riconquistare Palazzo Marino o il Pirellone.
Franco D’Alfonso

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