
Di sera, la casa andava acquietandosi poco alla volta. Il click dell’interruttore della luce di zia Ines, sempre l’ultima ad andare a letto, consegnava tutti al definitivo silenzio.
Il silenzio di Venezia.
Il silenzio è l’amico più intimo di Venezia. Il completamento alla sua incommensurabile bellezza.
Il silenzio di Venezia non è il vuoto, il nulla. È una bambagia che accoglie suoni ben percepibili, cristallini, delicati ma soprattutto temporanei.
Nel silenzio notturno della casa sentivo i passi cadenzati di occasionali passanti in calle (i tacchi delle donne sibilavano come sciabolate!), lo sciabordio delle acque del rio provocato dall’onda di una barca forse lontana, l’improvviso esplodere di una altisonante baruffa fra gatti. Tuttavia, per quanto di tanto in tanto interrotta, l’atmosfera rimaneva silenziosa, ciò che sentivo dava vita al silenzio, non lo finiva.

“Che silenzio”. Tutti coloro che sono passati a trovarmi, prima o poi lo hanno detto. O quando eravamo in casa o passeggiando o attraversando le parti più deserte della città.
Sottocasa c’è un grande giardino, parte del quale di una scuola. Al mattino, verso le 10, quasi sempre i bimbi ci sciamano e giocano. Ovviamente strillano, fanno casino. Eppure è stato proprio in quell’occasione, dopo pochi minuti, che un mio ospite ha detto: “che silenzio” e mentre le campane diffondevano i loro rintocchi.
Venezia ispira il silenzio, non è necessariamente silenziosa.
Sono i rumori non naturali, il rombo dei motori, il brusio costante delle attività che annullano il silenzio e che lo rendono sterile. È la confusione del rumore di fondo che inibisce i suoni e ci infastidisce, ci toglie concentrazione. Non c’è silenzio in Canal Grande, nel bacino di San Marco, nella confusione della folla delle Mercerie. Ma, fuori da questi luoghi, a Venezia il silenzio c’è.
A Venezia il silenzio si vede. Di notte, nel buio dei canali interrotto solo da sparse e deboli luci (come il silenzio è interrotto da sparsi e deboli suoni) ma anche di giorno nei riflessi della città nelle sue acque che avvolgono nell’indefinito le sue forme.
Forse per il suo silenzio “vivo di suoni” Venezia è entrata, come io credo, nel cuore di musicisti e poeti, in particolare stranieri.

Wagner amava tantissimo Venezia e qui vi è morto. Nella sua autobiografia scrisse che in una notte d’insonnia, nel silenzio delle tre del mattino, sentì per la prima volta il canto antico dei gondolieri che si rispondevano gli uni con gli altri in un dialogo ad intervalli spesso assai lunghi. Quei canti e quei silenzi ispirarono il secondo atto di Tristano e Isotta.
Anche Stravinsky, musicista a volte esplosivo e rumoroso, amava Venezia e i suoi silenzi musicali, sebbene morto a New York, volle farsi seppellire nel cimitero di San Michele, l’isola dei morti veneziana.
Con loro anche il poeta americano Ezra Pound e il russo Josif Brodsky uniti nell’amore a Venezia e uniti nella sepoltura a San Michele.
Musicisti, poeti valorizzano le loro opere con le pause, gli stacchi, le attese. Come Venezia valorizza sé con i propri silenzi.
“Uno dei punti su cui il direttore russo (Yuri Temirkanov) insisteva era proprio la gestione dei silenzi all’interno dei brani, perché una sinfonia è fatta più di silenzi che di note”. Maria Teresa Palermo: “Andare a tempo – La musica e la vita”.
Francesco Pellizzari


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