
“Il silenzio è d’oro” è un proverbio che indica come tacere sia spesso preferibile al parlare senza conoscere davvero l’argomento affidandosi al sentito dire, magari origliato distrattamente sui social. È ciò che talvolta accade al Vicepremier Matteo Salvini, che ama lanciarsi in affermazioni avventurose e perentorie. L’ultima riguarda la difesa appassionata dell’agente che a Lambrate ha sparato a un pusher, uccidendolo, sostenendo che si fosse trattato di legittima difesa contro una pistola rivelatasi poi finta e, pare, neppure appartenente alla vittima ma collocata accanto al cadavere. Una vicenda complessa, che richiederebbe prudenza e rispetto per il lavoro della magistratura, non battute. Queste crociate brancaleonesche non sono nuove al segretario della Lega, al punto che spesso diventa difficile distinguere quando parli seriamente e quando, invece, stia solo calcando la mano per alimentare il consenso. Viene da chiedersi perché non godersi, per esempio, il successo olimpico degli atleti italiani e concedersi qualche ora di pausa dalle telecamere. Perché andare all’attacco a petto nudo senza conoscere fino in fondo i fatti? La politica dovrebbe misurare le parole, non usarle come clave. Sembra che tutto sia cominciato, simbolicamente, in un’estate al Papeete, quando tra un mojito e una diretta social si invocavano “pieni poteri” con enfasi teatrale. Da allora la comunicazione pare essersi trasformata in una corsa continua all’effetto speciale, alla frase che colpisce prima ancora di essere verificata. E come Diogene cercava con la lanterna un uomo onesto, così oggi si insegue una verità che però richiede pazienza, studio, silenzio. Una caccia che sembra averlo assorbito del tutto, al punto da non riuscire più a fermarsi, nonostante si sia stancato persino il cane che lo accompagnava pazientemente da tempo. Senza abbaiare, perché lui sì, il segugio, ha capito che per prendere la preda serve fiuto ma anche attesa.
Angelo Santoro

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