
In politica i partiti non contano nulla se non hanno persone capaci di incarnarli. I simboli non spostano voti, le persone sì.
Lo dimostra ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, dove la crescita dei consensi verso il socialismo non nasce da un improvviso innamoramento ideologico, ma dalla figura di leader come Zohran Mamdani, il sindaco di New York che ha riportato credibilità in un ambiente politico logorato da cinismo, privilegi e dinastie familiari.
Mamdani non ha costruito consenso con slogan, ma con la sua persona: serietà, onestà, capacità di parlare ai bisogni reali della città, visione sociale e coraggio politico. È questo che attira la gente, non il nome del partito.
Quando un leader dimostra di essere leale, di non usare il potere per sistemare parenti ed amici, di non trasformare la politica in un palcoscenico personale, allora il popolo risponde.
Lo stesso vale in Europa, dove Pedro Sánchez ha trascinato il socialismo spagnolo non con la retorica, ma con la sua postura: fermezza, coraggio, capacità di aggregare invece di dividere. Sánchez ha riportato voti perché ha mostrato ciò che manca a troppi leader europei: la volontà di difendere il popolo anche quando significa esporsi, rischiare, parlare contro i potenti.
Lo si è visto chiaramente all’ONU, nella riunione dove l’Italia ha scelto di non esserci: la premier ha preferito la passerella della Fashion Week a Milano, delegando a Tajani la rappresentanza del Paese mentre il mondo discuteva di guerra, diritti umani e crisi globale proprio perché andare all’ONU avrebbe significato prendere posizione pubblicamente contro Trump e Netanyahu, cosa che il governo italiano non ha voluto fare.
In quell’aula, mentre l’Italia era assente, Sánchez e Macron sono stati gli unici leader europei ad avere il coraggio di criticare apertamente la linea di Donald Trump e le scelte del governo israeliano guidato da Netanyahu, proprio perché nessuno ha il coraggio di nominare ciò che sta accadendo: un genocidio. Una tragedia umanitaria che la maggior parte dei leader evita di denunciare per paura di incrinare equilibri diplomatici, mentre loro hanno scelto di esporsi, di parlare, di non voltarsi dall’altra parte.
E quando Netanyahu è salito al microfono, la scena ha parlato da sola: la maggior parte dei delegati si è alzata e se n’è andata, lasciandolo solo con la sua cricca. Un gesto politico potentissimo, che nessun comunicato potrà mai cancellare.
È questo che distingue un leader da un politico: il leader non scappa, non si nasconde, non si inginocchia davanti ai potenti, non sacrifica la dignità del proprio Paese per un’apparizione televisiva o una sfilata. Il leader difende i principi, non gli equilibri di potere. Il leader non tradisce il popolo per proteggere la propria cerchia di parenti ed amici. E quando un leader così esiste, i consensi arrivano. Non perché la gente diventa improvvisamente socialista, progressista o qualunque altra etichetta, ma perché riconosce qualcuno che finalmente non li tratta come sudditi, ma come cittadini.
Mamdani a New York, Sánchez e Macron all’ONU sono figure che dimostrano che la politica non è morta, sono morti i politici che la usano come passerella.
I consensi non li porta un partito, li porta una persona che merita di essere seguita.
Angioletta Massimino

Lascia un commento