
Il 10-13 giugno 1946 il governo da lui stesso nominato il 10 dicembre 1945 mise Umberto II al bivio: rimanere in Italia, a rischio di uno scontro armato tra opposte fazioni, o allontanarsene. Nella certezza di un pacifico rientro, il re optò per l’espatrio. Appena arrivato in Portogallo, però, confidò a Falcone Lucifero, ministro della Real Casa, di essere rimasto vittima di un “trucco”. I maggiorenti dei sei partiti al governo gettarono alle ortiche monarchia e monarchici ma avevano bisogno di una classe dirigente per far funzionare la macchina dello Stato. Si registrò un cambio ai vertici di tutti i settori dell’amministrazione pubblica. Ne era avvenuto un altro vent’anni prima, con il passaggio dalla democrazia parlamentare al regime di partito unico. Come ha ampiamente documentato Guido Melis nel magistrale La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista (ed. il Mulino), il governo Mussolini impose ai pubblici impiegati l’iscrizione al partito nazionale fascista, ma fece fuoco con la legna che c’era: una dirigenza che si era formata tra fine Ottocento ed età vittorioemanuelina-giolittiana. Il “ricambio” richiese quasi un decennio (1922-1931). Lo stesso avvenne nel 1943-1948, con due differenze rispetto a quel precedente. Avvenne a scaglioni, secondo tempi e aree geo-politiche diverse, a partire dal “regno del Sud” alla liberazione di Roma e sino, undici mesi dopo, ai governo presieduti da Ferruccio Parri e da Alcide Degasperi (come il segretario della Democrazia cristiana si firmava). Lo Stato aveva (come ha) bisogno di classe dirigente. Per formare u alto funzionario o un dirigente apicale non basta la tessera di parrito: occorrono venti-trent’anni di “lavoro sul campo”. Pertanto, uniti nella cancellazione del fascismo e della monarchia, i partiti (a cominciare dal quello comunista pilotato dal navigato Palmiro Togliatti) fecero incetta del personale che aveva cognizione della “macchina”: quello che aveva fatto apprendistato prima del regime e si era affinato nel suo corso. Nel 1945 un prefetto di 60 anni aveva alle spalle una “carriera” iniziata almeno nel 1915: varie ere geologiche prima, secondo la narrazione basata sulle cronache dei partiti.
La necessità di far leva su personale competente fu dettata anche dal baratro aperto tra vertice dello Stato e Paese con lo scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni (2 agosto 1943) e dalla conseguente paralisi del Senato del regno: un vuoto durato sino all’elezione della Assemblea costituente e alle elezioni del Parlamento il 17-18 aprile 1948, in un “mondo” del tutto diverso rispetto a quello del 1945-1946. In piena “guerra fredda” all’esarchia del Comitato di liberazione nazionale, comprendente comunisti e socialisti , era seguita una coalizione di centro, incardinata su democrazia cristiana, liberali, repubblicani e socialdemocratici. Ne ha scritto magistralmente Aldo G. Ricci in “La rinascita dei partiti in Italia” (Fondazione Ug Spirito). I costituenti cercarono di diversificare le due Camere, differenti per età dei loro componenti (venticinquenni i deputati, almeno quarantenni i senatori) e corpo elettorale. Era fatale che divenissero sempre più simili. Però, meno male, sono due. Così, benché ormai pressoché identiche, si possono correggere a vicenda.
Diversa era stata l’età monarchica, con la netta differenziazione tra la Camera elettiva e il Senato, di nomina regia e vitalizio. Giova ripercorrerne alcune vicende dal primo Novecento al regime di partito unico.
Un’Italia in bilico
A fine Ottocento frange clericali asserivano che l’Italia era preda dell’“Internazionale giudaica”. I socialisti davano per scontato che la “rivoluzione” dovesse passare attraverso l’eliminazione della monarchia e di tutti i suoi istituti monarchici, a cominciare dal Senato. Il 14 novembre 1901 un regio decreto stabilì che le nomine di presidente, vicepresidenti e membri del Senato sarebbero state deliberate “indi innanzi” dal governo, ma non ebbe attuazione. Presidente del Senato era l’ottantenne Giuseppe Saracco. Nel 1904, dopo l’elezione della nuova Camera, il re nominò presidente del Senato il settantaseienne Tancredi Canonico, che nel 1908 fu sostituito dal piacentino Giuseppe Manfredi, patriota intemerato e giureconsulto di rango supremo, come documentato dal mai abbastanza rimpianto Corrado Sforza Fogliani.
Numericamente stabile (358 membri nel giugno 1900; 348 alla vigilia delle elezioni del 1904; 371 nel maggio del 1909; 380 il 3 giugno 1911, cinquantenario del Regno), nell’età giolittiana la Camera Alta resse agli assalti di quanti cercarono di renderla almeno parzialmente elettiva. Per consolidarla il re e il presidente del Consiglio Giolitti non esitarono a includervi radicali come Malachia De Cristoforis, già gran maestro del Grande Oriente italiano (GO-I), ammanicato con quello di Francia, e il repubblicano Adolfo Engel, gran maestro aggiunto del GOI, furente essere stato sconfitto da un cattolico nel collegio di Treviglio alle elezioni del 1904. Vi entrarono anche repubblicani. Il re era il Capo dello Stato di tutti gli italiani e il Senato era il loro specchio.
Giolitti mirava alla conciliazione silenziosa tra lo Stato e i cattolici eletti deputati, consiglieri provinciali e comunali, membri delle amministrazioni di casse di risparmio, ospedali, scuole…: ma uti singuli, non come esponenti di un partito. Questo sarebbe stato una sciagura sia per lo Stato, sia per la Chiesa. Mirò a prevenirla con la laicizzazione silenziosa. In un’Italia le cui piazze si empivano ora di tardive proteste contro il rogo di Giordano Bruno ora di processioni salmodianti, lo statista rimase l’uomo delle conciliazioni incrociate.
Luigi Luzzatti ripropone la parziale elettività della Camera Alta
In coincidenza con l’introduzione del suffragio quasi universale maschile (1912, sperimentato l’anno seguente) fu riproposto l’annoso tema della parziale elettività del Senato. Ogni elezione politica ebbe per contorno infornate di nuovi patres: cattolici, anticlericali, positivisti, fideisti, destra e sinistra, artisti e imprenditori…, l’Italia qual era, insomma. Il laticlavio continuò a non comportare emolumenti di sorta. Al tempo stesso intese onorare anche persone di condizioni modeste, proprio per confermare che la monarchia non era fortilizio del privilegio, bastione contro l’ascesa di chi avesse come unici titoli personali talenti e volontà. Minimo comune denominatore erano e rimasero la fedeltà all’Italia. La Camera alta conservò il requisito di “partito dello Stato”.
Personalità, che erano altrettanti capitoli di storia d’Italia, confluivano in un cenacolo che di anno in anno andava oltre la dimensione di mero organo politico-legislativo e diveniva sempre più un consesso di “saggi”: vera e propria “riserva della Corona” per i momenti del bisogno, quando fossero messe in gioco le sorti dello Stato e il re dovesse far leva su uomini votati alla continuità dello Stato.. Non per caso la Prima Camera all’occorrenza diveniva Alta corte per giudicare i ministri indiziati di reati compiuti nell’esercizio delle funzioni (fu il caso di Nunzio Nasi, condannato a pene esorbitanti per piccole distrazioni amministrative mentre era apprezzato ministro della Pubblica Istruzione) ed era unico giudice dei propri stessi componenti: condizione, codesta, che ne faceva un corpo sacro all’interno dell’ordinamento statutario, come scrissero i più acuti studiosi dello Statuto, da Emilio Crosa a Giuseppe Maranini e ha ripetuto Aldo Pezzana in Gli uomini del Re (ed.Bastogi)
Memore delle critiche nel 1892 rivoltegli da Andrea Guarneri, nel 1913 l’onnipotente Giolitti concordò con il re l’ingresso in Senato di molti “busti insigni” della Terza Italia. Altrettanto fece il suo successore, Antonio Salandra. Dopo i ministri della Guerra Domenico Grandi (29 marzo 1914) e Vittorio Zupelli (15 novembre) vennero creati senatori Luigi Albertini, comproprietario e direttore del “Corriere della Sera”, Lelio Bonin Longare, Roberto Brusati (fratello del primo aiutante del re), Guglielmo Marconi, Francesco Ruffini, Leone Wollemborg, Giuseppe Pitrè…: quanto di meglio l’Italia contasse dall’antropologia alle invenzioni, dall’imprenditoria alla comunicazione di massa, dalle armi alle arti e al pensiero giuridico. Quei laticlavi coronavano il successo di quanti avevano dedicato la vita allo studio, al lavoro, al servizio dello Stato. Se Napoleone aveva detto che ogni soldato aveva nello zaino il bastone di maresciallo, così si poteva ripetere che ciascun italiano avrebbe potuto conseguire il laticlavio senatoriale, non riservato dominio di una casta e, meno ancora, di una sola parte politica. I senatori erano boni viri e il Senato non era mala bestia proprio perché al suo interno si raccoglievano in operosa dialettica le posizioni più disparate.
Eppure continuava ad aleggiare la richiesta che divenisse almeno in parte elettivo.
Il 28 aprile 1910 Luigi Luzzatti (Venezia, 1841 – Roma, 1927), presidente del Consiglio dal 31 marzo di quell’anno al 30 marzo 1911, illustrò alla Camera Alta il progetto di riforma: dalla sessione parlamentare ventura la Corona avrebbe demandato al consesso l’elezione di presidente e vicepresidenti. Propugnò inoltre una “legge interpretativa dello Statuto” per “ammodernare” il Senato. Al progetto lavorarono alcuni tra i giuristi più prestigiosi. Presieduta da Gaspare Finali, la Commissione, appositamente istituita, ebbe Giorgio Arcoleo quale relatore di maggioranza. Questi propose il numero chiuso, una quota di membri nominati motu proprio dal re e un’altra formata con elezioni di secondo grado da corpi accademici e ordini professionali. Il tutto risultò farraginoso. Non conduceva comunque all’elettività diretta, sollecitata dai radicali, da alcuni liberali progressisti e vista con favore dai socialisti riformisti.
Il progetto dette ala all’ultimo dibattito di elevato tenore su natura e scopi della Camera Alta. Il senatore calabrese Antonio Cefaly dichiarò la sua netta avversione nei confronti del numero chiuso, giacché sin dall’istituzione la libertà di modificarne la composizione era stata garanzia per il superamento di contrapposizioni rigide tra i due rami del Parlamento. La proposta incappò in altri ostacoli insormontabili. Il duca Riccardo Carafa d’Andria scrisse nella “Nuova Antologia” che essa non era “giustificata da necessità urgente. Il Senato è stato sempre assai scrupoloso, e specialmente in questi ultimi anni, nell’evitare conflitti con l’altro ramo del Parlamento e non si è mai opposto a leggi o riforme che fossero o paressero ispirate da un’idea di progresso o di libertà. Qualche legge sociale ebbe la precedenza in Senato ed in Senato, per esempio, sarebbe quasi certamente approvata una legge che regolasse il divorzio, mentre non so quale sorte essa potrebbe incontrare nella Camera elettiva.” La riforma avanzata da Luzzatti altro non era che “una concessione all’Estrema Sinistra in compenso di tutte le cose che le si negavano”. In conclusione, “il Senato, composto in grandissima parte di uomini che combatterono e soffrirono per l’unità e l’indipendenza del Paese, sarà favorevole ad ogni passo diretto verso una maggiore armonia fra la sua funzione ed i tempi nuovi, ma resisterà ad ogni tentativo di sopraffazione di plebi le quali, come dice Socrate, non possono far né i grandi beni né i grandi mali”.
Rattazzi-Giolitti: così com’era il Senato aveva reso e poteva rendere grandi servizi alla monarchia
Il 17 novembre 1910, da Roma, Urbano Rattazzi jr rispose a una lettera di Giolitti, sinora non ritrovata, sulla spinosa e ormai incombente parziale elettività della Camera alta. “Avverso sin dal primo giorno alla proposta di riforma lanciata con cinica leggerezza da Luzzatti al Paese che non la chiedeva e vi è tuttora indifferente”, egli scrisse, “ero in questi giorni molto preoccupato per il timore che la vanità della Commissione, e specialmente dell’on. Arcoleo, non che quella di senatori che si prestano con sciocche interviste a riempire le colonne dei giornali, potessero davvero dar corpo a quest’ombra e rovinare un’istituzione che, così com’è, ha reso e può rendere ancora in momenti difficili grandi servizi al Paese e alla Monarchia (…). Le tue considerazioni così elevate, chiare e precise demoliscono con poche parole tutto l’edificio di carta pesta costruito dalla maggioranza della Commissione, e non ti nascondo che mi piacquero e mi persuasero tanto da non saper resistere alla tentazione di comunicarle ai comuni amici Inghilleri, Cefaly, Todaro, Filippo Mariotti e pure a Manfredi (presidente del Senato, NdA), i quali tutti le accolsero con plauso e dichiararono di associarvisi intieramente (…) mi parve doveroso di sgombrare dall’ambiente del Senato il dubbio che tu, pur troppo designato in Parlamento e ovunque quale padre e sostenitore di questo ministero presieduto da un cattivo pazzo, avessi anche la responsabilità della riforma del Senato, la quale, ove fosse davvero accolta sarebbe il principio di una prossima fine delle istituzioni monarchiche.”
Il 9 febbraio 1911 Vittorio Scialoja, suscitando “approvazioni vivissime e commenti”, sentenziò in Senato: “Se venisse in quest’Aula un ambasciatore, come avvenne nei tempi remoti di Roma, e chiedesse: ‘Che fa quest’Assemblea così solenne? Che fa questa adunanza di uomini così insigni ’ e noi gli rispondessimo: ‘Cerca di riformarsi perché non è di sé contenta’, resterebbe alquanto meravigliato e dovrebbe pensare essere l’Italia la più fortunata delle nazioni, se a tanta Assemblea ne può facilmente sostituire una migliore”. Negò poi che la progettata riforma rispondesse a una necessità sentita in quel momento dal popolo italiano e ammonì: “Il modificare articoli dello Statuto ha sempre un lato pericoloso”. “Ora quali sono gl’inconvenienti che si sentono ogni tanto deplorare? Nessuno ha mai messo in dubbio l’alta dignità del Senato: nessuno! Dunque qualche riformetta ci vuole, ma sia la medicina adatta al male, non la clinica chirurgica per un piccolo raffreddore.” Scialoja respinse infine la pretesa che la Camera Alta dovesse farsi copia dell’altra: “L’avere due Camere di funzione politica dello stesso tipo, è assai peggio che l’averne una sola (…). La Camera fa gli Annali, il Senato deve essere il custode della Storia, il custode delle linee fondamentali, direttive del progresso italico”.
A Luzzatti non restò che gettare la spugna. Lo fece però scoprendo la Corona. Il 15 febbraio ringraziò i patres della “lieta accoglienza fatta alla proposta della elettività per il seggio della presidenza”. “Presi gli ordini sovrani, come li avevo presi per la comunicazione del 28 aprile scorso, e in conformità a deliberazione concorde del consiglio dei ministri”, preannunziò apposito disegno di legge e prese atto che le discussioni sulla proposta dell’elettività, “ispirata dal culto degli istituti monarchici rappresentativi, frutteranno decoro alla patria nostra, che, fiaccola di vita perenne, si tramanderà più bella, più libera, più grande, alle generazioni future, sotto la guida sicura della Dinastia di Savoia, vigilante a guardia della nostra indipendenza, custodia indefettibile delle guarentigie costituzionali”.
La proposta di rendere almeno parzialmente elettiva la Camera alta si perse per via. Non se ne sentiva bisogno mentre per l’elezione della Camera dei deputati venne introdotto il suffragio quasi universale maschile, che suscitò le riserve di Arcoleo, propenso a conferire alle donne almeno quello amministrativo giacché, diversamente, “a fil di logica, il censo, l’alfabeto, il voto avrebbero carattere sessuale: prolifico per gli uomini, sterile per le donne”. Bisognava difendere il Parlamento mentre i partiti estremi bollavano il Senato come “assemblea di retrogradi o di antenati” e il socialmassimalista Benito Mussolini lo definiva “gerontocomio”.
Quel Senato, di nomina regia e vitalizio, concorse a reggere le sorti dell’Italia durante la Grande Guerra. E poi? Il seguito merita di essere rievocato.
Aldo A. Mola
DIDASCALIA: Luigi Luzzatti (Venezia, 1 marzo 1841-Roma, 27 marzo 1927), economista di fama europea, iniziato alla massoneria, pioniere delle banche popolari e di una moneta unica europea, ministro più volte, presidente del Consiglio (1910-1911), propugnò la parziale elettività del Senato. Una proposta che avrebbe generato un ibrido, mezzo di nomina regia (vitalizio), mezzo elettivo (a tempo): due categorie di difficile conciliazione. Il Regio Senato (o Camera Alta), di cui fu componente dal 1921, era un cenacolo di uomini “per lo Stato”. L’urgenza di riflettere sul ruolo della monarchia sabauda nella dello Stato d’Italia emerge dal recente saggio “Il fantasma della nazione. Per una critica del sovranismo”. In oltre 200 pagine il suo autore, Alessandro Campi, compie il piccolo capolavoro di citare tutti (Bossi, La Malfa, Togliatti, Salvini…) tranne i re da Carlo Alberto a Umberto II, gli Istituti e gli Uffici della monarchia. Come scrivere la storia della Chiesa dell’Otto-Novecento tacendone i papi da Pio VII a Pio XII, il collegio cardinalizio e gli Ordini religiosi.
Aldo A.Mola

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