Pare avesse delle braghe autografate da lui: Zanetti in persona. La leggenda narra (dai racconti, dei racconti, dei racconti degli amici, arrivati ad una chiacchierona come me) che la moglie li avesse cacciati in lavatrice facendoli tornare candidi-candidi: un lutto. Fu un lutto domestico (durato settimane). Eppure, lui sarebbe un uomo con ben altre soddisfazioni dalla vita, ma la sua Inter (si narra) sarebbe comunque una bella fetta del suo amore sportivo (e del suo svago). Così, superato il drammone dell’autografo (tristemente) lavato via, il giovane signore ha cercato nuove occasioni. Ha lavorato per conquistare un altro (tangibile) segno. Un altro ricordo del suo mitico capitano: l’immarcescibile giocatore che riempiva il suo cuorone d’interista (certi amori sono per sempre!).
Dopo anni, decide d’andare allo stadio, non per una partita qualsiasi, ma per la sua Inter nella sua Firenze. Roba ghiotta: datata (manco a dirlo) San Valentino, 14 febbraio 2016. La partita finisce come finisce (poca gioia e poche soddisfazioni).
Ma la vita offre sempre qualche scappatoia e nell’intervallo, in tribuna, voilà: spunta fuori lui (!), il grande capitan Zanetti. Quello delle braghe da calcio slavazzate malamente dalla povera moglie. Quello della squadra che fu. Quello che lui e solo lui. Così, sfodera il nuovissimo smartphone, si avvicina al suo capitano, sorride amichevolmente, chiede, ottiene: ora il faccione del suo idolo è accanto al suo. Da non credere! Un sogno ad occhi aperti.
Inizia ad armeggiare con il nuovo cellulare a padella, ma lo schermo restituisce segnali equivoci. Cerca invano la sua freddezza interiore. Si perde nell’emozione e spippola a vanvera. Si arrende. Comincia a premere col ditone, qua e là. Sorride con la morte nel cuore sapendo che quel maledetto coso sta cileccando. Zanetti (smiling) aspetta un segno che non arriva. L’uno accanto all’altro per qualche interminabile secondo ed una mezza dozzina d’inutili ditate sopra quel porco di un telefonino nuovo.
Poi, l’innamorato comprende: la sua chance è finita. Ringrazia il suo eroe (amorevolmente). Lo rassicura: “È venuta, è venuta capitano! La foto è venuta”. Perché il suo capitano non deve (e non può) lasciare alcun tifoso deluso. Mai. Anche qualora fosse un pirla che non sa domare un cellulare. Si salutano.
Ritrova il suo posto a sedere. Al finto sorriso di circostanza subentra il musone. Controlla bene: niente da fare: nessuna foto. Nulla di nulla: il porco non ha compiuto il suo dovere. Poi il rumoreggiamento di un messaggio. Legge. Rilegge ancora. Rilegge. Non capisce: perché quell’amico scrive su di lui e Zanetti? Si guarda intorno. Forse è nei pressi. Dopo pochi secondi, un nuovo messaggio. Un altro amico (interista) con la stessa domanda. Poi ancora, di nuovo un altro. Stessa solfa.
Alla fine gli dicono: non avrà avuto la capacità di cogliere l’attimo, avrà pure perso quei pochi centimetri che lo separavano dal successo, ma esiste un destino: il regista della tv a pagamento che in quell’intervallo dava fiato alle immagini dello stadio, aveva pensato bene che una bella inquadratura su un allegro e felice tifoso (accanto a Zanetti, per un selfie) fosse un’immagine da mandare in diretta. Così, anziché una foto ai suoi amici, i suoi amici hanno avuto di meglio e di più: una lunga inquadratura di loro due, accanto, sorridenti.
Così racconta (divertito) un amico ad una chiacchierona. La quale, a sua volta, può così finalmente svelare il segreto della differenza tra Meucci (che per 250 dollari non brevetta il telefono) e Zuckerberg (che per dileggiare quattro ragazze inventa Facebook). La vita è davvero fatta di errori ed occasioni perdute, di quegli attimi e di quei pochi centimetri svaniti che solo il destino ti potrebbe (solo se volesse) regalare ancora
Il selfie con capitan Zanetti
Pare avesse delle braghe autografate da lui: Zanetti in persona. La leggenda narra che la moglie li avesse cacciati in lavatrice facendoli tornare candidi-candidi.

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