
Non è solo una questione di toponomastica. È una partita politica che si gioca sul filo della memoria, dell’identità e del coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Nove consiglieri comunali di opposizione – tra socialisti, progressisti e esponenti del centrosinistra – hanno lanciato un sasso nello stagno del dibattito pubblico beneventano, presentando una mozione per intitolare una strada o una piazza a Giacomo Matteotti, il deputato socialista trucidato dai fascisti nel 1924 per aver denunciato, con lucidità temeraria, le violenze del nascente regime mussoliniano.
Perché proprio ora?
La scelta non è casuale. In un’Italia dove il revisionismo storico serpeggia in alcuni discorsi pubblici e dove certe frange politiche provano a riscrivere la storia con un pennello imbevuto di ambiguità, riportare alla luce la figura di Matteotti è un atto di resistenza culturale. L’ANPI di Benevento, promotrice dell’iniziativa, non nasconde l’obiettivo: «Rendere visibile e quotidiana la memoria di chi ha pagato con la vita la fedeltà alla libertà». Ma c’è dell’altro. In un territorio come il Sannio, storicamente segnato da logiche clientelari e da una certa opacità amministrativa, dedicare uno spazio a Matteotti , simbolo della lotta alla corruzione e all’illegalità , suona come una stilettata al conformismo.
Il testo, firmato da De Longis, De Lorenzo,Megna, Farese e dagli altri consiglieri, non si limita a un esercizio di retorica. Richiama esplicitamente il «patto di fedeltà alla Repubblica» e invita a fare della toponomastica un «luogo simbolico di riflessione civica». Numeri alla mano, però, la sfida è tutt’altro che scontata. La maggioranza di centrodestra, guidata dal sindaco Clemente Mastella dovrà decidere se accogliere la proposta o affossarla. E qui il nodo si fa intrigante: in un consiglio comunale dove le forze si equilibrano, basterà un voto trasversale per trasformare la mozione in realtà? O prevarrà la linea del “non è prioritaria”, come già accaduto in altre città?
Matteotti, un nome che scotta ancora
Quel corpo martoriato, gettato in una fossa alla periferia di Roma, non ha mai smesso di parlare. Matteotti non è un ricordo imbalsamato nei libri di scuola: è un monito contro l’indifferenza, un’icona scomoda per chi oggi preferisce celebrare i “valori nazionali” senza fare i conti con le pagine buie. Intitolargli una strada a Benevento significherebbe riconoscere che l’antifascismo non è folklore da cerimonia, ma linfa vitale della Costituzione. Eppure, c’è chi storce il naso. «Perché non dedicare la strada a un personaggio più “condiviso”?, bisbigliano in alcuni salotti. Ma è proprio questo il punto: Matteotti non può essere “condiviso”. Deve essere ricordato, studiato, e soprattutto sfidato, perché la sua eredità chiede di sporcarsi le mani con il presente.
L’ANPI ha già mobilitato le sezioni locali, pronta a trasformare la battaglia in una campagna popolare. «Non permetteremo che la memoria diventi un optional», tuona il presidente provinciale. Sul fronte opposto, il silenzio della maggioranza è assordante. Qualcuno azzarda: «Siamo favorevoli alla memoria, ma senza strumentalizzazioni». Una formula vaga, che tradisce l’imbarazzo di chi, pur di non urtare sensibilità, rischia di svuotare la storia del suo sale.
Se la mozione passerà, Benevento potrebbe diventare un caso nazionale. Non solo per il gesto in sé, ma per il messaggio: in un Sud spesso dipinto come refrattario alla cultura della legalità, dedicare una strada a un martire della democrazia sarebbe un segnale potente. Se invece naufragherà, resterà la domanda: cosa teme davvero una classe dirigente che esita a celebrare chi combatté per la libertà di parola?
Il finale è aperto
Ma una cosa è certa: a quasi 100 anni dal delitto Matteotti, la sua ombra continua a camminare tra noi. E a Benevento, oggi, qualcuno ha deciso di non voltarsi dall’altra parte.Perché una strada non è solo asfalto. È il campo di battaglia dove si decide chi vince: l’oblio o la coscienza.
Daniela Piesco

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