
Giorgia Meloni è tornata a mostrare il volto combattivo delle grandi occasioni. Nel premier time al Senato la presidente del Consiglio ha scelto di abbandonare per qualche ora i toni prudenti della diplomazia internazionale e della gestione delle crisi geopolitiche per riprendere il linguaggio diretto della battaglia politica interna. Un vero e proprio “ruggito”, rivolto soprattutto a Giuseppe Conte e alle opposizioni, accusate dalla premier di limitarsi a slogan, accuse e propaganda senza riconoscere i risultati economici ottenuti dal suo governo rispetto alle precedenti esperienze “giallo-verdi” e “giallo-rosse”. Meloni ha rivendicato la crescita dell’occupazione, la riduzione della precarietà, la tenuta dei conti pubblici nonostante le guerre e la crisi energetica, insistendo sul fatto che molte delle attuali difficoltà economiche derivino ancora oggi dall’eredità pesantissima lasciata dal Superbonus e dalle politiche dei governi Conte. Non a caso il presidente del Movimento Cinque Stelle era presente a Palazzo Madama proprio nel giorno in cui la premier ha scelto di rilanciare il confronto politico più duro, quasi a voler trasformare il question time in un anticipo della campagna elettorale permanente che ormai attraversa il Paese.
Ma il passaggio politicamente più significativo della giornata è probabilmente arrivato dal duello, ormai rituale, tra Meloni e Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva ha definito l’esecutivo “la famiglia Addams”, ironizzando sulle continue polemiche, sui ministri in difficoltà e sulle tensioni che attraversano la maggioranza. Una battuta che ha acceso immediatamente il dibattito politico e mediatico, ma che fotografa anche un dato reale: il governo Meloni continua a mantenere un consenso elettorale rilevante pur vivendo una fase di evidente logoramento interno. La premier ha replicato con sarcasmo e durezza, scegliendo ancora una volta la strada dello scontro diretto anziché quella della mediazione. È la sua cifra politica. Ed è anche il segnale che Palazzo Chigi considera ormai aperta una fase nuova, nella quale il confronto con le opposizioni viene vissuto come una lunga vigilia elettorale. Del resto il referendum perso sulla separazione delle carriere ha lasciato cicatrici profonde nella maggioranza e ha accelerato tensioni che erano già presenti sulla politica economica, sui rapporti con l’Europa e soprattutto sulla nuova legge elettorale.
Proprio qui si concentra oggi il vero scontro politico. Meloni ha proposto alle opposizioni un tavolo di confronto sulla riforma elettorale, cercando formalmente un dialogo istituzionale. Ma la risposta del centrosinistra e del Movimento Cinque Stelle è stata sostanzialmente negativa. Le opposizioni accusano la premier di avere aperto al confronto troppo tardi, quando il testo sarebbe già sostanzialmente definito nei suoi equilibri fondamentali. Dietro il rifiuto c’è però anche una valutazione politica molto precisa: nessuna opposizione vuole concedere a Meloni il vantaggio di presentarsi come leader dialogante e responsabile proprio mentre il centrodestra prova a blindare una nuova architettura elettorale che potrebbe consolidarne il potere nei prossimi anni. La partita sulla legge elettorale non è soltanto tecnica. È la vera anticamera delle future elezioni politiche. Si discute di premi di maggioranza, di governabilità, di rapporto tra coalizioni e rappresentanza parlamentare, ma in realtà si sta decidendo il futuro assetto del sistema politico italiano. E Meloni sa bene che su questo terreno si gioca una parte decisiva della sua eredità politica.
Il problema della premier è che tutto questo avviene mentre il quadro internazionale continua a peggiorare. La guerra economica globale, la crisi energetica, le tensioni in Medio Oriente e l’incertezza americana legata alla presidenza Trump producono effetti diretti sulla vita quotidiana degli italiani. Inflazione, bollette, salari e crescita economica restano i veri punti sensibili del consenso popolare. Per questo Meloni alterna continuamente due registri: quello della leader internazionale rassicurante e quello della combattente politica interna. Il “ruggito” del Senato appartiene chiaramente alla seconda dimensione. Serve a ricompattare la maggioranza, a parlare all’elettorato del centrodestra e soprattutto a ricordare agli italiani che, nonostante le difficoltà, la presidente del Consiglio ritiene il proprio governo più stabile e credibile delle coalizioni che l’hanno preceduta. Ma proprio l’insistenza continua sui governi Conte, sul Superbonus e sulle eredità del passato lascia intuire anche una certa preoccupazione politica. Perché quando un esecutivo sente il bisogno di guardare continuamente indietro, spesso significa che avverte davanti a sé un futuro più complicato del previsto.
Cesare Mannucci

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