
C’è un odore familiare che torna a salire da sotto i grattacieli di Manhattan. È l’odore dei subprime, il mostro che l’America pensava di aver sepolto per sempre dopo il 2008. Ma i mostri, si sa, non muoiono: cambiano forma.
Oggi non si chiamano più mutui tossici, ma credito al consumo, prestiti auto, carte revolving, fondi strutturati. È lo stesso veleno, solo versato in un bicchiere più elegante. Le famiglie americane si indebitano per mantenere il tenore di vita, i tassi sono alti e i salari reali faticano a inseguire l’inflazione. La Federal Reserve parla di atterraggio morbido, ma la realtà racconta un’altra storia: insolvenze in crescita, carte di credito al limite, e banche locali che traballano sotto il peso di un sistema che vive ormai di debito su debito.
Nel frattempo la politica americana continua a comportarsi come se niente fosse. L’onda lunga del trumpismo ha lasciato un’eredità pericolosa: deregolamentazione selvaggia, controlli bancari allentati, una fede cieca nel mercato che si autoregola, salvo poi chiedere soccorso allo Stato quando tutto crolla. È il paradosso americano: gridare contro l’intervento pubblico e poi bussare a Washington quando le perdite si accumulano.
Se questo castello di carte dovesse cedere, le conseguenze sarebbero pesanti. Il dollaro ne uscirebbe indebolito, i rendimenti dei titoli salirebbero, la fiducia nelle istituzioni economiche americane vacillerebbe. E stavolta non ci sarebbe margine per un salvataggio in grande stile come nel 2008: il debito federale è già gigantesco, la liquidità pubblica ridotta, la pazienza degli investitori in esaurimento.
E l’Europa? Nonostante si illuda di vivere in un mondo separato, resta legata all’economia americana come una barca al suo rimorchiatore. Le banche europee sono piene di titoli in dollari, i mercati finanziari si muovono all’unisono con Wall Street, e ogni scossa oltreoceano arriva da noi come un’onda lunga. Un’altra crisi americana ci travolgerebbe di nuovo, con la differenza che questa volta l’Europa è più fragile e più lenta.
Il rischio è che si ripeta lo stesso copione: gli Stati Uniti giocano con la benzina e l’Europa si ritrova a spegnere l’incendio. La lezione del 2008 sembra dimenticata, e il prezzo di questa amnesia lo pagheranno in molti, forse tutti.
L’America dovrebbe ricordarsi che la forza economica non è solo capacità di consumo o di stampa di moneta. È anche responsabilità, disciplina e memoria. E l’Europa dovrebbe smettere di vivere come se il destino del mondo non dipendesse ancora da un pugno di banchieri e da una politica che confonde il coraggio con l’imprudenza.
Piero Terracina

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