Qualche settimana fa sono stato invitato a un dibattito alla Sapienza di Roma con un gruppo di studenti universitari. Tema, la professione giornalistica. Ragazzi preparati, colti, informati: diciamo il meglio che l’università italiana possa sfornare. Mi hanno chiesto che ne pensavo della legge-bavaglio. E io ho risposto – come faccio sempre – che la libertà di stampa non è incondizionata, in una società liberale deve essere bilanciata con il rispetto di altre libertà fondamentali. Quella alla riservatezza delle comunicazioni private, per esempio, sancita addirittura nella Costituzione (e si capisce: i padri costituenti erano freschi di un regime in cui la polizia apriva la posta).
Ma non c’è solo il problema della privacy. C’è anche una garanzia processuale da assicurare agli imputati: quella di non subire la pena accessoria della gogna pubblica nella fase delle indagini preliminari, visto che può anche succedere che poi il processo li assolva.
La mia risposta non è piaciuta a una parte del pubblico. Ha preso dunque la parola un giovane che ha svolto più o meno il seguente ragionamento: «Ma è proprio perché gli imputati possono poi essere assolti che noi vogliamo sapere dalle loro conversazioni telefoniche che cosa hanno veramente fatto. C’è una verità processuale, ma poi c’è la verità sostanziale. Sappiamo tutti che la giustizia è lenta, e se hai un buon avvocato te la cavi. A questo servono le intercettazioni: a permettere all’opinione pubblica di emettere un giudizio sui politici e sulla casta che la giustizia forse non sarà mai in grado di emettere».
Se riflettete bene, questo argomento è formidabile, ed è secondo me la vera ragione per cui tanta gente per bene difende la gogna mediatica delle intercettazioni. Dentro ci sono molte cose: per esempio una sostanziale sfiducia nella giustizia italiana, singolare da parte di chi esalta il ruolo dei pm. E c’è anche un sostanziale pessimismo sulla possibilità di cambiare per via elettorale lo stato delle cose: dunque, se non li puoi battere, per lo meno sputtanali. Ma, più di ogni altra cosa, c’è un totalitarismo moralizzatore da Grande Fratello che dice: l’unico modo di stanare il malaffare è ascoltarvi, entrare nelle vostre case, rovistare tra le vostre lenzuola. Più grande sarà l’occhio che guarda, più largo sarà l’orecchio che ascolta, più voi avrete paura di peccare e vi asterrete.
Tra i tanti argomenti che si possono usare contro lo sciopero indetto per oggi dalla Fnsi contro la legge sulle intercettazioni, questo è ciò che mi ha convinto a non aderire. Perché una tale concezione del bene pubblico, che intende le intercettazioni come strumento di moralizzazione e di controllo prima ancora che come strumento di repressione dei reati, mi spaventa e mi angoscia. Io so benissimo che se questo corto circuito è avvenuto in tanta parte del popolo della sinistra è perché il malaffare in Italia appare così dilagante e così impunito, e il berlusconismo così imbattibile, da giustificare ogni mezzo. Ma la libertà non si vende a pezzi, e ogni frammento di libertà che cediamo prima o poi ci verrà ritorto contro. Neanche le disgraziate condizioni del nostro paese mi possono indurre ad augurarmene uno peggiore. È vero, per i demagoghi di destra e di sinistra la democrazia è il peggiore dei sistemi politici; però con l’eccezione di tutti gli altri, aggiungeva un vero liberale.
Poi ci sono tutte le altre ragioni che sconsigliano lo sciopero: mettersi per un giorno il bavaglio che si proclama di voler combattere, per protestare contro una legge che non sappiamo ancora se ci sarà e come sarà, non è proprio la forma di lotta più intelligente. Penso d’altro canto anch’io, come Luca Ricolfi, che la legge andrebbe contestata più per la mordacchia che mette ai pm in taluni casi che per il bavaglio che mette alla stampa, alla quale si chiede solo di spostare in avanti il termine oltre il quale si possono pubblicare atti giudiziari, e in definitiva di rispettare limiti che già oggi esistono ma che nessuno è in grado di far rispettare (come spiega bene l’articolo del procuratore Magrone che pubblichiamo oggi in prima pagina). La pubblicità del processo resta intatta, e non potrebbe essere altrimenti, ma le indagini sono riservate o addirittura segrete. La stessa possibilità del processo accusatorio, di rito anglosassone, nel quale la prova si forma in dibattimento, è impensabile senza questa distinzione.
Il Riformista dunque, la cui redazione a maggioranza ha deciso ieri di non aderire allo sciopero, domani sarà in edicola. Continueremo a scrivere del disegno di legge sulle intercettazioni ciò che pensiamo, e cioè che è una legge mal fatta e che tradisce in troppi punti l’intenzione di limitare le inchieste sulla corruzione dei politici. Ma continueremo anche a difendere il principio liberale che non consente di sacrificare nemmeno a un interesse collettivo le libertà fondamentali dell’individuo.
Antonio Polito (Il Riformista, 8 luglio 2010)

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