Mercoledì scorso la suggestiva sala degli Elementi di Palazzo Vecchio si è rivelata insufficiente ad accogliere quanti si sono ritrovati nel ricordo dell’ex sindaco di Firenze, il repubblicano Lando Conti – ucciso dai brigatisti rossi il 10 febbraio 1986 mentre si recava in Consiglio comunale – insieme a familiari, amici ed a chi ne ha condiviso l’esperienza politica. Dalle loro testimonianze, per quelli che, come me, non hanno avuto la possibilità di conoscerlo basterebbe, per coglierne la cifra, considerare la regola aurea che adottava: non fare danni. Se solo questa massima fosse stata un po’ meno disattesa da molti dei governanti di oggi ci saremmo risparmiati tanti disastri! Persone come lui di solito vengono chiamate in causa quando le cose non vanno per il meglio: allora c’era da rimediare ad una maggioranza di sinistra in panne (ai giorni nostri mi viene da pensare al liberale Antonio Patuelli alla presidenza dell’ABI). Ma questa regola dà anche la misura dell’umiltà con cui Conti si disponeva ad affrontare i problemi. Perché per chi viene da quella tradizione culturale nessuno possiede la verità che tutto risolve, piuttosto, si arriva alla meno peggio delle soluzioni solo per tentativi ed errori, attraverso il confronto civile fra diverse opinioni. Ed una delle qualità più apprezzate di Conti era proprio quella di saper ricomporre le divergenze fra i diversi partiti ed all’interno degli stessi dando così forza nell’unità alle decisioni prese. Questo metodo, sia detto per inciso, ha dato i suoi frutti: se oggi il centro di Firenze è meno congestionato, lo si deve ai progetti deliberati in quella breve stagione. È proprio questo, ciò che più odiavano, l’essenza della democrazia liberale che i vigliacchi assassini di Conti volevano colpire. Sebbene fosse un obiettivo anche fin troppo facile, non fu scelto a caso. Erano ben informati sulla caratura della persona non nota al grande pubblico, ma molto apprezzata fino ai più alti livelli della politica nazionale. Conti si era esposto contro Prima Linea, era uno degli uomini più vicini a Spadolini – che all’epoca era ministro della Difesa – e possedeva una quota ereditata simbolica (uno 0.2 per cento!) di una società costruttrice di radar ad uso civile e militare. Per questo un infame manifesto di Democrazia Proletaria lo additava come un mercante d’armi. Si trattava chiaramente di una bieca strumentalizzazione, ma quanto bastava per infiammare gli animi di un fanatismo ideologico frustrato ed ormai esanime che cercava così un insensato rilancio. In realtà, in quel pomeriggio uccisero il presidente dell’Associazione Generale delle Cooperative Italiane eletto da pochi mesi. Eppure cooperazione dovrebbe essere una parola densa di significato per chi dice di ispirarsi ai valori della Sinistra! Ciò testimonia, al di là dell’efferatezza, la contraddittorietà dell’atto. Ma questa ricorrenza ben si presta a evocarne un’altra: i novanta anni dalla morte di Piero Gobetti (15 febbraio) diretta conseguenza della violenza di un opposto estremismo, quello fascista. La scelta del ricorso al dialogo e alla cultura come strumenti per agire li accomuna nel ricordo. Dell’esecutore materiale dell’omicidio di Conti ancora nulla si sa. Ha ragione Lorenzo, uno dei figli: prima di parlare di altro ci vuole giustizia e verità storica. Tuttavia, chi per farsi valere le teste, invece di contarle, le elimina è destinato alla sconfitta e all’oblio. A ciò si attagliano bene le parole di Walter Tobagi, altra vittima del terrorismo rosso, pubblicate postume come introduzione al suo ultimo libro e dedicate ai propri genitori: «… anni dopo, i miti si stemperano nella riscoperta d’una verità antica come la storia dell’uomo: non sono le parole tonanti ma i comportamenti di ogni giorno che modificano le situazioni, danno senso all’impegno sociale: il gradualismo, il riformismo, l’umile passo dopo passo sono l’unica strada […] Ecco la lezione che le “dure repliche della storia” ripetono ancora una volta. È la lezione che ci venne, giorno dopo giorno, dalla paziente educazione familiare. Ed è del tutto naturale, perciò, che questo libro sia dedicato ai miei genitori, […], il cui insegnamento è valso e vale più di qualsiasi astratta ideologia». Un lavoro ben fatto sopravvive nel tempo. Di questo Conti era sicuramente consapevole. Perciò a trenta anni di distanza vogliamo ricordarlo come ha vissuto e come lo ricorda chi lo ha conosciuto: con il sorriso sul volto.
Il ricordo di Lando Conti per non dimenticare quando il terrorismo uccideva
“Non sono le parole tonanti ma i comportamenti di ogni giorno che modificano le situazioni, danno senso all’impegno sociale: il gradualismo, il riformismo, l’umile passo dopo passo sono l’unica strada”.

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