
In Italia si ripete da anni la stessa frase: “non ci sono i soldi”. Non ci sono per gli ospedali che crollano, per le liste d’attesa infinite, per i pronto soccorso al collasso, per le scuole che cadono a pezzi, per gli asili che mancano, per le bonifiche ambientali che non si fanno mai. Non ci sono per la vita quotidiana delle persone. E poi, all’improvviso, quando si parla di armi, spuntano miliardi ovunque.
Per capire quanto sia enorme questa contraddizione, bisogna spiegare due cose: il 2% del PIL e lo 0,9% della manovra. Il 2% del PIL è l’obiettivo NATO: ogni Paese deve destinare il 2% della propria ricchezza nazionale alla difesa. Non è una cifra già spesa, ma è un impegno politico gigantesco. L’Italia oggi è intorno all’1,5%, ma deve arrivare al 2%. Significa che ogni anno una fetta enorme del PIL deve essere dedicata alle armi, ai sistemi militari, alle infrastrutture belliche. È già una spesa enorme.
E poi arriva lo 0,9% del PIL indicato come scostamento di bilancio per la difesa. Non è l’obiettivo NATO: è un’aggiunta, un extra, una fetta della manovra dedicata solo alle armi. Tradotto: circa 21 miliardi in più.
Ventuno miliardi!!!
In un Paese che non riesce a trovare un miliardo per ridurre le liste d’attesa in sanità. In un Paese che non riesce a trovare 500 milioni per mettere in sicurezza le scuole. In un Paese che non riesce a trovare 200 milioni per gli asili nido.
La somma del 2% NATO e dello 0,9% della manovra non è una politica di sicurezza: è una politica di riarmo fuori scala. È una spesa da Paese in guerra. E nessuno lo dice!
E poi c’è il SAFE. Il SAFE è un fondo europeo che serve a una sola cosa: comprare armi. Non finanzia ospedali, non finanzia scuole, non finanzia infrastrutture civili. Finanzia sistemi d’arma, progetti militari, industrie belliche. A luglio 2026 l’Italia ha opzionato 14,9 miliardi di euro: non una firma definitiva, ma una prenotazione politica pesantissima. Una scelta che oggi fingono di non ricordare, come se non fosse mai avvenuta, come se non fosse stata annunciata pubblicamente. La decisione finale arriverà entro fine anno, ma l’intenzione è già scritta: l’Italia vuole accedere al SAFE, vuole indebitarsi per la difesa, vuole spostare miliardi dentro un fondo europeo che serve solo a finanziare armi. I prestiti SAFE hanno durata fino a 45 anni: significa che la spesa militare di oggi viene scaricata sui bilanci di domani, dopodomani e oltre. Per la sanità, invece, non si riesce a garantire nemmeno un piano triennale stabile.
E mentre si parla di autonomia europea, l’Italia continua a comprare sistemi americani: caccia F‑35, sistemi satellitari MUOS, tecnologie che arricchiscono l’americana Lockheed Martin, il più grande colosso militare del mondo. Ogni F‑35 acquistato è un bonifico verso gli Stati Uniti. Ogni aggiornamento del MUOS è un bonifico verso gli Stati Uniti. Ogni pacchetto di manutenzione è un bonifico verso gli Stati Uniti. Per gli ospedali, invece, si cercano spiccioli.
E le industrie italiane? Leonardo, Beretta, e tutto il settore della difesa vivono un momento d’oro: produzione, esportazioni, contratti ovunque. Armi italiane che finiscono anche in Paesi coinvolti in conflitti, dove la legge 185/1990 dovrebbe impedirlo, proprio perché vieta l’esportazione di armi verso i Paesi in guerra e soprattutto verso quei Paesi che si sono macchiati di gravi delitti contro l’umanità. Ma la legge viene aggirata, reinterpretata, piegata. Perché il mercato della difesa è uno dei più redditizi del mondo. E quando un Paese si arma, tutti guadagnano: chi produce, chi vende, chi intermedia, chi aggiorna, chi manutiene. Per la sanità, invece, si taglia.
E l’esercito europeo? L’unica idea che avrebbe davvero ridotto le spese, eliminato le duplicazioni, tagliato le commesse, reso inutile comprare sistemi americani, è stata affondata. Non per caso! Ma perché un esercito europeo avrebbe significato meno profitti. Un’unica difesa, un’unica catena di comando, un’unica piattaforma: troppo efficiente, troppo economica, troppo poco redditizia per chi vive di armi. Così l’Europa ha scelto la strada peggiore: 27 eserciti che comprano 27 volte. Per la sanità europea, invece, non esiste nemmeno un piano comune.
Il risultato è questo: un Paese che non trova soldi per curare i propri cittadini, ma che trova miliardi per armarsi; un Paese che non riesce a garantire servizi essenziali, ma che prepara debiti pluridecennali per sistemi d’arma; un Paese che non ha un esercito europeo, ma che si arma come se dovesse combattere da solo contro il mondo.
La domanda “perché per le armi i soldi ci sono sempre?” non è retorica. È la chiave di tutto. E la risposta è sempre la stessa: chi produce armi che uccidono non perde mai. Chi vive, invece, perde sempre.
E allora diciamolo senza timore: l’Italia non sta investendo nella difesa. Sta investendo nella morte. Sta scegliendo la morte. Sta finanziando la morte. Perché quando un Paese non trova un euro per salvare una vita, ma trova miliardi per comprare strumenti che servono solo a toglierla la vita, non sta difendendo nessuno: sta scegliendo da che parte stare. E non è la parte della vita.
Il resto è scena.
E la scena, quando parla di riarmo, non è solo ridicola: è oscena!
Angioletta Massimino

Lascia un commento