
Venti separatisti tornano ad agitare il Regno Unito. Con un documento senza precedenti,i leader di Scozia, Irlanda del Nord e Galles – riuniti oggi a Cardiff – hanno sottoscritto un memorandum d’intesa in cui rivendicano il diritto delle rispettive nazioni all’autodeterminazione. “Per la prima volta in assoluto – si legge nella dichiarazione – gli abitanti di queste isole hanno primi ministri in Scozia, in Galles e nell’Irlanda del Nord che sono tutti impegnati per l’indipendenza dal Regno Unito. Per chi osserva da queste isole, per chi osserva da tutto il mondo, non potrebbe esserci un segnale più chiaro che il tempo di Westminster sta per finire”. I leader aggiungono: “Le nostre nazioni hanno il diritto all’autodeterminazione. Nessun governo di Westminster ha il diritto di bloccare la democrazia o minare il principio secondo cui il nostro popolo deciderà il proprio futuro”. Il documento arriva dopo le elezioni locali dello scorso maggio, che per la prima volta hanno consegnato tutte e tre le nazioni non inglesi del Regno a partiti indipendentisti. In Scozia si è consolidata la supremazia dei nazionalisti del Partito nazionale scozzese guidati da John Swinney. In Irlanda del Nord già da due anni la prima ministra Michelle O’Neill è espressione del Sinn Féin, il partito repubblicano erede dell’Ira che punta a ottenere un referendum sulla riunificazione dell’Irlanda entro la fine del decennio. Mentre in Galles la débacle laburista ha aperto la strada al partito nazionalista locale Plaid Cymru di Rhun ap Iorwerth. Al vertice in Galles i tre hanno annunciato maggiore collaborazione in materia di economia, energia e cooperazione internazionale e promesso di coordinare le loro mosse per esercitare una maggiore pressione su Londra.

Quattro capitoli, un unico fronte
Il memorandum che le tre forze politiche si impegnano a sottoscrivere copre quattro ambiti: economia, energia, rapporti con l’Europa e cooperazione internazionale, autodeterminazione. Se quest’ultimo ne rappresenta il cuore politico, il terzo è quello che riguarda più da vicino il continente. Tutti e tre i partiti concordano infatti che le rispettive nazioni debbano tornare nell’Ue: il testo delinea i piani per “rifiutare il modello economico fallimentare di Whitehall”, condividere strategie di crescita ed espandere le risorse energetiche, affermando che “il futuro delle nostre nazioni appartiene all’Unione europea”. Il memorandum impegna inoltre i firmatari a rafforzare le relazioni con i “vicini” europei in vista dell’indipendenza. Al netto delle parole, restano però i numeri: né in Scozia né in Irlanda del Nord i sondaggi indicano oggi una maggioranza stabile per la separazione, e il potere di autorizzare eventuali referendum resta comunque a Westminster. Il vertice di Cardiff non avvia dunque alcun processo istituzionale, ma costruisce ciò che finora mancava agli indipendentisti britannici, storicamente divisi da culture politiche e obiettivi diversi: un fronte comune.
Trump: un endorsement ingombrante
A complicare il quadro è intervenuto, con un commento inatteso, il presidente americano. In visita a Dublino sabato, Donald Trump ha dichiarato che gli “piacerebbe” vedere un’Irlanda unita, definendo l’ingresso dell’Irlanda del Nord nella Repubblica “una gran cosa” e chiedendo, “come potrebbe essere un male?”. Le sue parole hanno scatenato polemiche e alimentato il dibattito. Per decenni la Casa Bianca – pur attenta al dossier irlandese e garante dell’accordo del Venerdì Santo che nel 1998 pose fine ai cosiddetti Troubles, il trentennale conflitto in Irlanda del Nord – si è sempre astenuta dal pronunciarsi sull’esito di un’eventuale consultazione. Per i nazionalisti è un assist, ma anche un rischio: un endorsement di Trump può mobilitare gli avversari tanto quanto i sostenitori, in un dossier dove la neutralità di Washington era finora considerata parte della cornice che tiene insieme un delicato equilibrio di pace.
Un futuro post-britannico?
Di certo, il “fronte di Cardiff” rischia di complicare l’avanzamento della politica di decentramento del premier britannico Andy Burnham. Da quando è diventato primo ministro a luglio, Burnham ha più volte ribadito il suo sostegno alla devoluzione del potere e delle risorse, ma il suo approccio alle amministrazioni di Belfast, Cardiff ed Edimburgo è molto meno chiaro. La settimana scorsa un suo intervento al Question time della Camera aveva innescato un botta e risposta con il premier scozzese Swinney in cui Burnham aveva infine ribadito che una ripetizione del referendum sull’indipendenza scozzese rimane “fuori discussione”. La posizione di Londra infatti è che la questione separatista scozzese sia stata risolta almeno per una generazione dal voto del 2014, che aveva visto la sconfitta dei secessionisti e una vittoria del “remain” con il 55% dei consensi. Swinney ha replicato alzando il tiro: “Per la prima volta in assoluto, Scozia, Galles e Irlanda del Nord sono guidate da primi ministri indipendentisti. Non potrebbe esserci segnale più chiaro del fatto che lo status quo non è sostenibile e che Westminster deve prepararsi a un futuro post-britannico”, ha detto da Cardiff. Rivolgendosi direttamente al premier, ha aggiunto: “Andy Burnham dovrà ora fare i conti con l’idea di passare alla storia come l’ultimo primo ministro del Regno Unito”.
Il commento
Di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca ISPI
“In un mondo di grandi potenze qualsiasi paese europeo è piccolo, Regno Unito incluso. Ancor di più lo sarebbero Scozia, Irlanda del Nord e Galles che sembrano rilanciare – con dei distinguo – l’idea di referendum per l’indipendenza. Queste istanze in giro per l’Europa ci sono sempre state, ma sono state attenuate dalla comune adesione all’Ue. Il Regno Unito avrebbe bisogno di un altro referendum: quello per il riavvicinamento a Bruxelles, non quello per l’indipendenza delle sue parti.”
Alessia De Luca

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