Decisione presa. Il referendum andrà al voto il prossimo 21 giugno. La vicenda è l’ennesima dimostrazione di come la politica italiana sia fatta ormai da una serie infinita di apprendisti stregoni, con poche eccezioni. Vediamo in soldoni i termini della questione. I quesiti referendari, se approvati, portano soprattutto a due risultati: 1) la maggioranza assoluta dei seggi non va alla coalizione che prende più voti ma al partito che prende più voti, 2) vengono alzate le soglie di sbarramento che diventano il 4% alla Camera e l’8% al Senato. Se è così, ed è così, è quasi inutile domandarsi a chi giova una vittoria dei si. E’ di tutta evidenza che giova al solo PDL , partito che nel Paese è oggi largamente maggioritario. Di converso non giova al PD e a tutti i partiti minori. Coerentemente la Lega che pure del PDL è alleata ma che non vuole farsi fagocitare si è opposta con tutte le forze ad un abbinamento della consultazione al voto per le lezioni europee. Logica avrebbe voluto che il PD e gli altri minori affiancassero questa battaglia magari limitandosi a ricordare che la legge impedisce di abbinare il referendum ad altre consultazioni, visto che uno dei requisiti previsti dalla normativa referendaria è proprio quello del raggiungimento del quorum che deve essere raggiunto autonomamente e non grazie al traino di un’altra elezione. Se poi non si voleva fare una battaglia insieme al partito di Bossi poteva essere sostenuta la tesi del rinvio di anno. PD e IDV si sono invece schierati per il si e per il 21 di giugno. Le conseguenze allora devono essere chiare, poi starà ai singoli scegliere la soluzione che preferiscono. Se non si raggiunge il quorum oppure vincono i NO tutto resta come ora. Se si raggiunge il quorum e vincono i SI si hanno, sul piano istituzionale, i due risultati ricordati prima. Sul piano politico poi la conseguenza è ancora un’altra: il PD, indipendentemente dalla presenza o meno di Berlusconi sulla scena politica, resterà all’opposizione per almeno un paio di legislature. Il perché è presto detto. In Italia tutte le volte che gli elettori moderati hanno dovuto scegliere fra la destra e la sinistra, senza la mediazione del centro, hanno scelto la destra. Anche oggi messi di fronte ad un PDL, con o senza Berlusconi, e ad un PD, con chiunque alla guida, sceglierebbero il PDL. Ma non è tutto. Dando il 55% dei seggi al partito più forte, oggi indubbiamente il PDL, si mette alla sua portata anche il raggiungimento dei 2/3 dei voti che la Costituzione prescrive per cambiare la Carta costituzionale senza dover ricorrere al referendum confermativo. Non c’è che dire, complimenti al PD, anche da parte di Silvio.
Giancarlo Magni

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