
I 100 euro stanziati dalla legge finanziaria appena approvata dal Consiglio dei ministri sono una cosa un po’ diversa da quella che sembrerebbe a prima vista. Non sono infatti 100 euro una tantum per ogni bambino appena nato. La manovra 2027 prevede un fondo per i nuovi nati: lo Stato dovrebbe versare 100 euro all’anno per ogni bambino fino al compimento dei 18 anni. Un piccolo salvadanaio previdenziale che, sulla carta, potrebbe arrivare a circa 1.800 euro. Sulla carta, appunto. Perché la legge deve ancora passare dal Parlamento e parecchi dettagli dovranno essere chiariti. Ma il punto politico è già chiarissimo. Un po’ come fece Berlusconi. Solo che il Cavaliere, nel 2005, mise sul piatto 1.000 euro. Mille tutti insieme. Erano i primi anni Duemila e già allora quella misura fece discutere. Oggi 1.000 euro valgono naturalmente meno di allora. Fate voi il rapporto tra il costo della vita di quegli anni e quello di oggi. Berlusconi, però, aveva almeno il pregio della sfacciataggine. La marchetta elettorale la faceva alla luce del sole. Ci metteva il faccione. Il sorriso. La letterina ai bambini. E quella sua irresistibile capacità di trasformare un provvedimento dello Stato in una relazione personale tra lui e il cittadino. Questa volta, invece, non credo sia una marchetta elettorale nel senso classico del termine. Ed è proprio questo il problema. Ho l’impressione che questa classe dirigente ci creda davvero. Crede davvero che, davanti a 100 euro l’anno, una coppia italiana possa prendere una decisione che cambia la vita. Crede che, davanti al piccolo tesoretto previdenziale, possa scattare qualcosa. Una specie di riflesso condizionato. Nasce un bambino? Arrivano i 100 euro. E allora perché no? Mi immagino già la scena. Marito e moglie seduti al tavolo della cucina. Bollette da pagare. Affitto o mutuo. La spesa diventata una specie di sport estremo. L’asilo nido che costa come un secondo affitto. Benzina. Libri. Vestiti. E naturalmente il lavoro, che quando c’è non sempre permette di stare dietro a un figlio. Poi uno dei due guarda l’altro e dice: “Amore, ci sono 100 euro”. Silenzio. “All’anno”. Altro silenzio. E a quel punto parte la festa. Via gli anticoncezionali. Si tromba come ricci. Tutto per conquistare il magnifico bottino. Nasce il bambino. Lo Stato versa i suoi 100 euro. E tutti felici. Diciotto anni dopo, il pargolo si ritrova con un tesoretto di circa 1.800 euro. Un patrimonio. Con quei soldi potrà forse comprarsi un buon telefono. Oppure pagarsi qualche settimana di affitto. O magari utilizzarli per festeggiare il diciottesimo compleanno, ricordando che lo Stato ha creduto moltissimo nel suo futuro. Naturalmente il governo non sostiene che gli italiani faranno figli per incassare 100 euro. Sarebbe ridicolo. Eppure il problema è proprio questo. Non è tanto la cifra in sé. È l’idea che una politica seria sulla natalità possa essere costruita attorno a una cifra del genere. Per fare un figlio servono prospettive. Servono stipendi decenti. Servono case accessibili. Servono asili nido. Servono servizi. Serve la possibilità di non perdere il lavoro quando arriva un bambino. Serve, soprattutto, la sensazione che domani non sarà peggio di oggi. Centomila euro non servirebbero forse neppure a risolvere tutto. Cento euro all’anno, sicuramente, non lo fanno. E allora perché questa misura? Qui torniamo al titolo. Il problema è che ci credono. Ci credono davvero. Sono convinti che basti mettere qualche moneta nel salvadanaio di un neonato per aiutare l’Italia a fare più figli. È una genialità? No. È un’aquilata. Un governo di aquile che, dall’alto, osserva i bisogni degli italiani. Poi plana. Apre gli artigli. E lascia cadere cento euro. A quel punto il cittadino dovrebbe ringraziare. E magari fare un figlio. Perché tanto qualcosa è già arrivato. È questa la parte che fa più paura. Non la marchetta. Non il bonus. Non i 100 euro. La convinzione che donne e uomini in età fertile, pur di accaparrarsi il salvadanaio previdenziale, inizieranno a trombare come matti.
Angelo Santoro


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