
Ci riprovo usando termini diversi. Forse parlo turco ottomano e non tutti lo conoscono.
Il punto non è abbattere il regime degli ayatollah. Va fatto in nome della sicurezza internazionale. Punto. Quella, probabilmente, è la parte più semplice, viste le forze in campo. Il punto vero è un altro, molto più concreto: quanto siamo disposti a pagare per arrivarci.
Perché ogni volta che si imbocca la strada dell’escalation senza una visione chiara, ed una exit strategy solida e pianificata, il conto non resta confinato al campo di battaglia. Si allarga. Arriva nelle bollette, nei mercati, nelle filiere, nei bilanci degli Stati. E quando arriva lì, non lo fermi più.
L’idea, sostenuta da Trump, che basti spingere, alzare la tensione e forzare gli eventi per ottenere un risultato rapido è una scorciatoia mentale. Funziona nei proclami, non nella realtà. La realtà è fatta di equilibri fragili, di interessi incrociati, di sistemi che reagiscono.
Il problema è tutto qui. Non esiste una mossa isolata. Ogni azione genera una reazione che si propaga. Energia che salta, rotte commerciali che si complicano, alleanze che si irrigidiscono, economie che iniziano a scricchiolare. È una catena che vediamo ogni giorno, sia quando facciamo la spesa sia quando andiamo dal benzinaio.
Il problema non è solo dove vuoi arrivare. È come ci arrivi e cosa lasci dietro. Perché se, inseguendo una strategia aggressiva, finisci per destabilizzare il sistema che dovrebbe sostenerti, hai già perso il senso della partita. Anche se ottieni un risultato sul piano politico o militare, il prezzo può essere talmente alto da annullarlo.
L’aspetto più preoccupante è questo: si procede per dichiarazioni, per scatti, per colpi di scena. Ma non si vede una via d’uscita. Non si vede un disegno che tenga insieme obiettivi e conseguenze.
Sembra più una corsa in avanti che una strategia. Il rischio è chiaro: trasformare un problema regionale in una crisi sistemica. Allargare il fronte invece di contenerlo. Costringere l’Occidente a sostenere costi economici e politici enormi per inseguire una linea che non ha un punto di atterraggio.
E a quel punto la domanda cambia. Non si tratta più di capire se si può far cadere un regime. Si tratta di capire se, nel farlo, si finisce per indebolire se stessi molto più di quanto si indebolisca l’avversario.
Israele questa cosa l’aveva capita da tempo. La gestione asimmetrica, chirurgica, mirata era esattamente il modo per colpire senza far saltare il banco. Poi qualcosa è cambiato. Netanyahu si è lasciato trascinare in una dinamica diversa, più istintiva, più esposta, finendo dentro lo stesso vortice delle scelte impulsive e senza uscita chiara.
La storia è piena di vittorie che si sono rivelate sconfitte. E il prezzo, alla fine, lo paga sempre chi pensava di poterlo ignorare.
Se c’è una cosa che emerge con chiarezza, è che in tempi relativamente brevi sia Trump sia Putin hanno dimostrato la stessa realtà: le guerre convenzionali oggi non convengono. I risultati sono incerti, i costi sono enormi e il conto arriva sempre, prima o poi.
Piero Terracina

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