Schieramenti trasversali
Con buona pace dei referendari, non sono le leggi elettorali a “determinare” l’evoluzione del sistema politico, ma è piuttosto quest’ultimo (almeno in Italia) a costruirle.

Oggi, dopo tre mesi dalla formazione del governo Monti, regna invece su questa materia un silenzio assordante; comprensibile da parte di chi- leggi il duo Berlusconi-Bossi e non ha alcuna intenzione di cambiare; ma molto meno da chi, sinistra e terzo polo, si stracciava le vesti di fronte ad un sistema “lesivo dei più elementari diritti dei cittadini “.
Ma non c’è da stupirsene. Perché, con buona pace dei referendari, non sono le leggi elettorali a “determinare” (s’intende, virtuosamente) l’evoluzione del sistema politico, ma è piuttosto quest’ultimo (almeno in Italia) a costruirle, o comunque a gestirle, secondo le proprie prospettive e i propri interessi.
Così è stato agli inizi degli anni novanta, quando l’introduzione dell’uninominale secco non ha sortito i risultati auspicati da Segni & C. (stabilità dei governi, riduzione del numero dei partiti) mentre però, complice la cecità dei vecchi partiti di governo, è servita a Berlusconi per costruire un bipolarismo a suo uso e consumo. Così dovrebbe essere oggi. Se non ci fosse un piccolo intoppo. Insomma, il fatto che i principali protagonisti della discussione pensano di sapere quello che non vogliono, ma non hanno un’idea precisa su quello che vogliono.
La loro incertezza è tutta politica e si colloca in un orizzonte che non va oltre la primavera del 2013. Non si punta, insomma, ad un sistema in grado di funzionare efficacemente nel medio-lungo periodo (in questo, l’anomalia italiana è clamorosa; in tutto il resto del mondo occidentale il sistema elettorale è rimasto lo stesso nell’arco di decenni, se non di secoli ), ma si guarda, e a tentoni, a un marchingegno in grado di avvantaggiare il proprio partito nella prossima competizione.
Ma è proprio su questo punto che, almeno da parte dei due partiti maggiori, la pigrizia intellettuale, anzi la confusione di idee è clamorosamente evidente.
Detto in parole povere, Pdl e Pd non intendono, almeno per ora,scoprire le proprie carte soprattutto perche non hanno ancora deciso la piattaforma politica e quindi elettorale con cui si presenteranno al voto.
La loro situazione di partenza è però diversa: perché il Cavaliere è tatticamente forte quanto è strategicamente debole mentre l’inferiorità contingente di Bersani è (o almeno dovrebbe essere ) più che compensata dalla sua superiorità strategica.
Così, il Pdl ha dalla sua due elementi: dispone di una forza parlamentare per bloccare qualsiasi proposta di riforma a lui sgradita così da giungere (è il piano A ) alla scadenza della legislatura con il sistema attuale. Ma dispone anche di un piano B – fissazione di un quorum, diciamo tra il quaranta e il cinquanta per cento – al disopra del quale far scattare il premio di maggioranza e, ancora e soprattutto, reintrodurre il voto di preferenza. Difficile, per la sinistra, dire pregiudizialmente di no a una proposta siffatta. Per farlo occorrerebbe una motivazione politica: in linea generale un rifiuto, appunto motivato, del sistema proporzionale sotto qualsiasi forma; nello specifico la capacità di proporre concretamente strumenti alternativi per garantire il necessario rapporto tra elettori e candidati, dalle primarie per la formazione delle liste, sino alla più radicale ed efficace introduzione del doppio turno. Insomma, una linea di cui al momento non c’è la minima traccia.
Un atteggiamento incomprensibile; soprattutto alla luce del fatto che il centro-sinistra affronta le prossime scadenze in condizioni assai più vantaggiose rispetto al suo avversario.
Detto fuori dai denti, Bersani ha molto da perdere dal mantenimento dell’attuale sistema con annessa foto di Vasto e fuga dei consensi verso il centro mentre potrebbe tranquillamente puntare sia verso un sistema proporzionale, che aprirebbe la strada a intese con il centro sia, e ancor più, verso un doppio turno in cui il concorso della “sinistra parolaia” al secondo sarebbe il frutto della disciplina repubblicana e non di qualsivoglia accordo di governo.
E, invece, Berlusconi di opzioni vincenti non ne ha nessuna (a differenza, per inciso, della Lega, che, in una logica proporzionalistica potrebbe benissimo, come auspica Maroni, correre da sola). Non quella di un accordo con Bossi che, anche nel caso di catastrofi oggi imprevedibili (il governo Monti che crolla sull’onda di una rivolta generale), porterebbe la coppia al disastro elettorale e alla fuga verso il centro di buona parte del Pdl. E nemmeno quella dell’accordo con il Centro, impraticabile per la sullodata coppia.
Questo per dire che il Pd avrebbe tutto l’interesse a scoprire le proprie carte. Magari aprendo un tavolo di discussione a tutto campo. E’, per inciso, la sollecitazione venuta dai socialisti; che andrebbe riproposta con la dovuta energia.

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