E questo rischio, unitamente alla consapevolezza che nessuno pare volerlo disinnescare, ci scuote dentro e ci spaventa molto più del terremoto.

Sono tempi di populismo facile, scambiato per solidale partecipazione, basta farsi un giro nei Social Network per rendersene conto: se non partecipi con corretta contrizione alla causa del momento, sei bollato immediatamente come lo sciacallo insensibile, ed isolato quale portatore malsano di un virus pericolosissimo per la sua valenza anti-sociale.
Il silenzio, inteso anche e soprattutto come spazio di riflessione e persino di rispetto, ha perso il suo valore catartico per assumere di colpo a disvalore sociale: se non commenti, non solo non sei, ma contemporaneamente definisci contro cosa sei. In ordine sparso: contro l’umanità, contro la solidarietà, contro la partecipazione. E’ la modernità, bellezze, l’altra faccia della medaglia di una comunicazione rapida ed aperta a tutti che pure abbiamo sempre difeso, ma che in certi momenti vorremmo vedere riempita di contenuti meno empatici e più meditati. Giusto per darle un senso.
Questi ultimi giorni, nei quali davvero ci è sembrato di percepire una sorta di accanimento sovrannaturale sulla quotidianità già precaria del nostro paese, ci hanno in definitiva fornito una lettura del nostro stato di salute come comunità, soprattutto in rapporto all’approccio ed alla gestione della straordinarietà degli eventi – Brindisi ed il terremoto – ed i risultati che ne emergono non ci stupiscono, ma neanche ci consolano.
Siamo veramente scossi dentro, e questo non è un facile gioco di parole sull’evento sismico che ci ha colpiti in tanti – compresa chi scrive – ma una sintesi di uno stato d’animo che si è riverberato nella valanga di commenti in Rete, nella miriade di iniziative più o meno condivisibili subito intraprese, ma soprattutto nello scollamento che ormai è prossimo al collassamento fra il cosiddetto paese reale e le sue istituzioni.
Resiste – e lo diciamo con profonda soddisfazione – quella rete articolata e generosa con cui gli italiani hanno sempre espresso la loro migliore qualità, ovvero il volontariato, che nei momenti più tragici del nostro paese ha sempre rappresentato un punto di riferimento saldo e certissimo; ma questa è anche la dimostrazione che da sempre, ed ora più che mai, ciò che di più valido ed alto riusciamo a manifestare è il prodotto di una organizzazione dal basso, che nasce dal vivo del tessuto sociale e che vive di vita propria, grazie alla straordinaria fonte di risorse umane di cui siamo titolari individualmente e che non trova poi alcun riscontro nè tantomeno rappresentanza nelle sedi del potere costituito.
Persiste, invece, e si fa ogni giorno più profonda, la spaccatura fra i cittadini e le istituzioni, aggravata da una percezione del tutto giustificata di una vita da separati in casa. Non siamo teorici della empatia forzata, anzi, ma dobbiamo riconoscere con oggettività che qualunque evento tragico abbia scosso negli ultimi mesi l’Italia sembra essere stato vissuto dal governo in carica da distanze siderali. Pensiamo al naufragio della Costa Concordia, una tragedia senza se e senza ma, che però non ha visto sul luogo neanche uno straccio di ministro, e nessun esponente del governo disposto ad avvicinarsi fosse pure per una parola di circostanza alle famiglie delle vittime.
Ora, data la premessa con cui abbiamo aperto questa riflessione, si potrebbe riscontrare una contraddizione nel nostro ragionamento: si critica l’eccesso di parole praticato in Rete, e poi si addebita a chi governa l’eccesso opposto. Ma è proprio da questa apparente contraddizione che si ricava una analisi oggettiva del presente e soprattuto dello stato di salute della nostra comunità, che pare divisa insanabilmente da un muro sempre più alto, dove ogni spiraglio di apertura e comunicazione resta chiuso anche in momenti che invece richiederebbero una gestione fortemente condivisa dei problemi e delle soluzioni.
La freddezza può essere una buona dote, se è sinonimo di lucidità, ma di questi tempi coltivare il distacco, specie da parte di un governo non eletto ma imposto, non è una buona misura di comportamento, perchè alimenta la già troppo diffusa corrente del populismo che si frammenta in miriadi di rivoli, tutti però concorrenti ad un’opera di erosione del tessuto sociale che appare irreversibile, e che nessuno, ad oggi, sembra in grado di arrestare.
Al netto della buonafede, che non intendiamo negare a nessuno – dei cittadini, sia chiaro, chè i politici sono fuori gara da un pezzo – è evidente che ci sia una fame, perchè così ormai va definita, fame di aggregazione attorno ad una buona causa, ad una valida intenzione, ad una battaglia percepita come giusta, che però, per mancanza di contenuti convincenti da parte della politica, viene individuata di volta in volta in tutta una serie di proposte che nascono e muoiono spesso da sole, ma alcune hanno più forza e rischiano di sopraffarci.
Per intenderci, l’immediata quanto facile richiesta di abolire la parata del due giugno che è dilagata in Rete a terremoto ancora in corso, si è sgonfiata da sola ma ha lasciato scorie tossiche di malcontento che nessuno ha saputo gestire nè tantomeno smaltire con matura responsabilità ma, fatte le debite proporzioni, dovremmo renderci conto che in questa fase di estrema liquidità, fragilità e frammentazione sociale e politica che stiamo vivendo, il rischio che un demagogo più bravo degli altri faccia opportunamente leva sul populismo dilagante e sulla fame reale degli italiani di aggregarsi intorno ad una “buona causa”, è non solo altissimo ma soprattutto altamente probabile.
E questo rischio, unitamente alla consapevolezza che nessuno pare volerlo disinnescare, ci scuote dentro e ci spaventa molto più del terremoto. Perchè ricostruire case e fabbriche si può, e lo abbiamo sempre fatto, ma ricostruire sulle macerie della democrazia è molto più difficile ed è opera per la quale, ad oggi, siamo del tutto impreparati.

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