
Il pericolo dunque sarebbe la Russia che in realtà da quattro anni è inchiodata nel Donbass.
Ma agitare questo spettro è sufficiente ai leader europei per lanciarsi in una folle corsa agli armamenti, i quali oltretutto “fanno anche PIl“, come concordemente ci assicurano i guerrafondai nell’estremo tentativo di convincere i dubbiosi e i riottosi.
Così, dopo la Germania che porta ad oltre 100 miliardi la spesa per armamenti, con il disonore di un ministro socialdemocratico alla difesa, arriva la Francia con lo scudo antimissilistico, pronta, come dice convintamente Macron, anche a “versare il sangue”, mentre l’Italia meloniana, seppure un po’ defilata, comunque partecipa ed acconsente, più silente che in passato, forse per timore delle sberle di Trump.
Prima ancora tutti insieme, amorevolmente, avevano già piegato la testa al presidente americano con la decisione confermata al vertice NATO di Ankara di portare al 5% le spese militari.
In questo modo si rischia davvero di preparare la guerra totale in Europa: questo è il senso profondo di ciò che sta accadendo.
Si decide una corsa al riarmo senza neppure accompagnarla da un’iniziativa seria di cessate il fuoco, da un tentativo realistico di una trattativa.
“Se vuoi la pace prepara la guerra” è l’antico motto aberrante, che però, insieme alla dimostrazione di forza, lasciava almeno aperta la via e anzi indicava la necessità di una parallela attività diplomatica.
Ora invece niente: si assiste solo ad una politica estera che ha come unico scopo quello di proseguire la guerra in Ucraina, accumulando quanto più possibile missili e armi per poi mandarne una parte a Kiev affinché la guerra continui e diventi una condizione permanente, da proseguire ad libitum.
Finora si è fatto gli eroi con i morti degli altri. Da ieri, il presidente francese, avverte che, se necessario, dobbiamo essere pronti anche noi al sacrificio estremo. Una dichiarazione raggelante che esprime un salto di qualità pericoloso, avocando ovviamente a sé il diritto di decidere quando quella necessità si imporrebbe.
Siamo in una fase in cui si la guerra è diventata fine a se stessa.
L’ultimo numero di Limes, il 6/2026, è uscito l’11 luglio e si intitola “Vogliamo la guerra totale?”
Il numero non afferma che la guerra totale sia inevitabile. Lancia però un avvertimento molto netto: l’Europa si sta preparando materialmente e psicologicamente alla guerra senza aver deciso politicamente quale Europa difendere, chi debba comandarla e quali interessi comuni esistano davvero.
La tesi è che dietro l’espressione rassicurante di “difesa europea” si nasconda non la nascita dell’Europa politica, ma il ritorno della competizione fra le vecchie potenze continentali, con la Germania nuovamente al centro e l’Ucraina come campo d’attrito fra Berlino e Mosca, mentre la Francia rivendica il suo ruolo di potenza nucleare.
Il fascicolo evoca anche le inquietanti “rime” che fa la storia riferendosi alla situazione che preparò le due guerre mondiali nel 900.
Ma, come sostiene anche un articolo dello stesso volume non si deve cadere nelle “trappole dell’analogia”, il passato non è uno schema deterministicamente destinato a ripetersi nel presente.
Quello che è sicuro è il bisogno di un grande movimento di lotta per la pace a livello europeo ed italiano e, insieme, di forze politiche che sappiano raccogliere la spinta positiva contro la guerra che già proviene dalla maggioranza della popolazione.
In Italia, PD, M5stelle e AVS, sono contrarie all’aumento delle spese militari al 5 per cento. È un buon punto di partenza anche se nel PD esistono posizioni riformiste più atlantiste rispetto alla vocazione pacifista della segretaria Schlein.
Questa convergenza deve ora essere messa alla prova sul nuovo scudo antimissilistico. A mio avviso, PD, Movimento 5 Stelle e AVS dovrebbero dichiarare chiaramente la propria contrarietà alla partecipazione italiana.
Un’opposizione compatta contro la partecipazione allo scudo costringerebbe il governo a un dibattito parlamentare trasparente sui costi e sulle implicazioni strategiche di questa scelta, uscendo dal silenzio e dalle ambiguità in cui l’Italia meloniana preferisce muoversi su questi temi.
Diversamente da quello che ci raccontano ossessivamente le forze di centro e di destra, dietro lo scudo non c’è nessuna scelta di responsabilità europea “adulta” e nessuna ragione necessaria per garantire la sicurezza comune.
La corsa al riarmo europea esprime solo l’inettitudine delle sue classi dirigenti, le divisioni e le gelosie nazionali, la subordinazione all’alleato americano che vuole un’Europa debole, la scelta di sviluppare l’industria dei cannoni a scapito dello Stato sociale
Enrico Rossi

Tutto giusto, anche se il sedicente “centro-sinistra” si è accodato da tempo ai desiderata guerrafondai e sanzionatori (chi chi non la pensa come loro) di USA e dirigenza UE, in linea con le pseudo “sinistre” europee (salvo in parte Sanchez, salvo Mélenchon, salvo Corbyn e Galloway, salvo Robert Fico, unico davvero socialista in UE).
Sembra ormai chiaro che l’interesse sia far garantire a qualcuno cospicui guadagni con il commercio di armi.
E ignorare gli unici veri nemici, che non sono esterni, ma interni: ovvero l’insicurezza e l’instabilità nelle nostre città, preda di violenti, stupratori e di baby gang che, nel giro di poco tempo, vengono rilasciati da forze dell’ordine impotenti e con sempre meno mezzi.
Come sempre meno mezzi ha il comparto pubblico, dalla sanità alla scuola, dalla ricerca all’innovazione.
Che fare?
Basterebbe quel buonsenso che nessuno ha e sicuramente non ha nessuno dei due grandi schieramenti (o coloro i quali si sono recentemente chiamati fuori, sperando di ottenere consensi) che, da anni ormai, fingono di contrapporsi. Ma, nei fatti, fanno solo una propaganda che nessuno ha più voglia di ascoltare.