Draghi procede bene. Ha imparato molto in fretta a fare il Presidente del Consiglio. Sobrio, misurato, rapido a decidere, mediatore. A volte anche simpatico ed ironico. Sempre puntuale. Anni luce distante dal predecessore Conte, l’ avvocato del popolo: logorroico, autoreferenziale, giocatore solitario, facile ai proclami, soprattutto di cose mai fatte. Draghi gode anche di una vastissima maggioranza e di partiti che hanno sacrificato in parte la loro identità per rispondere responsabilmente all’ emergenza in atto. Il M5s è in stallo, anzi in sonno, alle prese con enormi problemi interni e con l’ ex comico genovese un po’ appannato. Salvini e la Lega non possono permettersi sgambetti o colpi di testa. Forza Italia ormai tranquilla in un perenne nirvana politico. Poi c’ è il PD, ma non c’è più Zingaretti. Ora è arrivato il professore francese che in pochi giorni ha cambiato il gruppo dirigente non rispettando il manuale cencelli correntizio e snobbando i padri nobili. Considerato da tutti uomo mite e poco incline agli scontri, ha decisamente cambiato pelle. Deve dimostrare di avere i muscoli. Non solo all’ interno del partito, ma anche fuori dai recinti della “ditta”. Imbracciato il fucile, ha incominciato a cannoneggiare ad ogni occasione contro il nemico Salvini. Ma non solo. Gli ha buttato tra i piedi la mina dello ius soli. E siamo solo all’ inizio. Letta ripristina l’ identità di partito, riscopre l’ orgoglio dell’ appartenenza. Un ‘operazione che serve a scaldare il cuore degli iscritti. Ma il problema non rimane certamente vincolato al recinto dem. La domanda è immediata: per quanto tempo le altre forze politiche della maggioranza di governo subiranno senza reagire? O meglio ancora: tutto questo protagonismo quanto inciderà sulla stabilità del governo Draghi?
Roberto Caputo

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