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DOSSIER// Militari e massoni alle radici delle libertà d’oggi

Settantasette anni dopo la tragedia delle Fosse Ardeatine, una Istituzione merita l’attenzione che sinora non le è stata riservata: la massoneria. I Liberi Muratori suppliziati alle Ardeatine furono almeno venti, il 6% del totale.

di Aldo A. Mola | 22 Marzo 2021

I Dioscuri della Libertà. Cordero di Montezemolo…

Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, classe 1901, colonnello dal 1° maggio 1943, “Giacomo Cateratto” in clandestinità, assassinato il 24 marz 1944 dalle SS naziste alle Fosse Ardeatine (Catacombe di San Callisto, recita la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare).

Giuseppe Perotti, classe 1895, generale di brigata dal luglio 1942, fucilato il 5 aprile 1944 al Poligono Nazionale del Martinetto (Torino) su sentenza della sezione torinese del Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Due Militari. Due patrioti. Due uomini che credevano strenuamente nell’Italia nata dal Risorgimento: una, indipendente, libera di decidere il proprio futuro. Entrambi consapevoli che la “missione” può costare il sacrificio supremo.

A unirli, senza che l’uno sapesse dell’altro, vi sono anche gli studi. Allievo dell’Accademia militare di Artiglieria e Genio di Torino, dopo la partecipazione alla Grande guerra che gli valse decorazione e promozione per merito, Perotti si laureò in ingegneria civile al Politecnico di Torino. Volontario a 17 anni nel 3° Reggimento Alpini e promosso caporale, sottotenente dal 2 novembre 1919, a sua volta Cordero di Montezemolo si laureò in ingegneria civile a Torino, nel 1923. Riprese la carriera militare l’anno seguente.

Senza risalire al passato remoto, a differenza di un’opinione tanto diffusa quanto infondata, i “quadri” dell’Armata Sarda e dell’Esercito italiano vennero formati con studi severi, nel solco dell’Accademia delle Scienze di Torino fondata, con altri, da Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio. Forgiò generali come Luigi Federico Menabrea, tre volte presidente del Consiglio dei ministri nel 1867-1869, e Luigi Pelloux, due volte presidente nel 1898-1900.

Di famiglia originaria della Spagna e da novecento anni infeudata nel Monregalese, Giuseppe Cordero Lanza  di Montezemolo (breve: Montezemolo) nel 1937 fu capo di stato maggiore della Brigata “Frecce Nere” mandata in aiuto dei nazionalisti spagnoli guidati dai Quattro Generali  (Sanjurjo, Mola, Franco, Queipo de Llano) contro chi mirava a fare della Spagna una “succursale” dell’Urss di Stalin. Capo dell’Ufficio Operazioni del Comando Supremo agli ordini del Maresciallo Ugo Cavallero, dopo la defenestrazione di Mussolini da parte del Re (25 luglio 1943) fu incaricato di missioni speciali da Pietro Badoglio, nuovo capo del governo. Rimasto a fianco del genero del Re, Giorgio Calvi di Bergolo, mentre il governo e i Reali si trasferivano in Puglia, il 10 settembre trattò la resa con il Maresciallo Albert Kesselring per ottenere che Roma fosse riconosciuta “città aperta”, come desiderato anche da Pio XII, sovrano dello Stato del Vaticano. Nominato capo del Fronte militare clandestino a contatto con il governo di stanza a Brindisi, organizzò una rete di formazioni militari estesa in tutta l’Italia occupata, con una direttiva precisa: collaborazione con i “politici” (che si andavano organizzando in comitati di liberazione e in bande “di partito”) ma, come ricorda il generale di corpo d’armata  Oreste Bovio nella biografia inserita in Sacerdoti di Marte (Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, 1993): “Nelle grandi città (non solo Roma, dunque) la gravità delle conseguenti possibili rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la guerriglia”. Ai “politici” spettava la “propaganda”, ai militari la tenuta dell’ordine, in specie quando gli occupanti (tedeschi e militari della Repubblica sociale ) fossero collassati. A quel punto occorreva scongiurare ogni forma di rivalsa e di vendetta illegale, magari con applicazione di norme retroattive, come poi sciaguratamente accadde con ripercussioni  e seminagione di odio mai estinto.

Purtroppo il CLN Centrale, presieduto da Ivanoe Bonomi, rifiutò la leale collaborazione con il governo del Re, riconosciuto dagli anglo-americani e dall’Urss. Montezemolo si espose in prima persona, anche firmando a propri carico ricevute per ingenti somme a sostegno della rete di resistenti  militari. Arrestato su delazione (di Enzo Selvaggi, secondo carte pubblicate da Sabrina Sgueglia della Marra, riproposte da Mario Avagliano nella densa biografia del Colonnello), il 25 gennaio 1944 Montezemolo venne tradotto nel “carcere” delle SS in via Tasso 145. Ripetutamente sottoposto a torture efferate (chi lo vide lo ricordò con la mascella scomposta, un occhio tumefatto, sangue ovunque) non rivelò nulla. Il 24 marzo fu caricato su uno dei furgoni che, tende abbassate, corsero alle Fosse Ardeatine, ove fu assassinato dalle SS comandate dal colonnello Herbert Kappler con un colpo alla nuca come altri 334 italiani, per rappresaglia per la morte di 33 militari del battaglione “Bozen” uccisi nell’attentato messo a punto tra via Rasella e via del Boccaccio da un Gruppo di Azione Partigiana (GAP) del Partito comunista italiano, alla vigilia del rientro di Palmiro Togliatti da Mosca via Algeri.

Senza entrare nel merito di una vicenda che fu ed è da un canto vantata quale segno di vitalità della guerra partigiana, dall’altro deprecata perché le sue conseguenze erano non solo prevedibili ma scontate (sia Kesselring sia l’ambasciatore tedesco a Roma, August von Mackensen, tentarono di contenerne le tragiche dimensioni), l’eccidio suscitò sgomento, anche perché, da tempo sbarcati ad Anzio, gli anglo-americani rimanevano al passo. A

Roma giunsero solo due mesi e mezzo dopo, il 4 giugno 1944. Due giorni prima dello sbarco in Normandia: una gara tra Comandanti.   

…e Giuseppe Perotti

Dopo “Via Rasella” anche nell’Italia settentrionale la repressione della lotta di liberazione aumentò di ferocia, in vista dei grandi “rastrellamenti di primavera” contro le formazioni partigiane.. La Rsi potenziò il livello di spionaggio sulla e all’interno dell’opposizione. A Torino mirò al bersaglio grosso: il Comitato militare del CLN regionale del Piemonte, che fu arrestato il 31 marzo 1944 mentre era radunato nella sacrestia del Duomo di Torino. Sottoposto a interrogatorio, completo di tortura, il suo comandante, generale Perotti, fu condannato a morte. Con lui vennero fucilati i rappresentanti dei partiti nel Comitato: Franco Balbis, Quinto Bevilacqua, Giulio Biglieri, Paolo Braccini, Enrico Giachino, Eusebio Giambone e Massimo Montano. Venne risparmiato Silvio Geuna, che poi ne scrisse in “Le Rosse torri di Ivrea”. Chi passa dinnanzi al busto in bronzo del generale Perotti alla Scuola di Applicazione in via Arsenale a Torino sente riecheggiare l’ordine che impartì nell’ora suprema: “Signori ufficiali, attenti: Viva l’Italia”.

Anche per lui vale quanto di Montezemolo venne scritto in un rapporto informativo: “Soldato per tradizione familiare e per vocazione propria”. Lo ricorda Oreste Bovio, che aggiunge: “Seppe essere fedele a un antico precetto: Perché la patria viva, oggi si muore, e per questa sua fedeltà, ancor più che per le sue elette qualità di mente e di cuore, costituisce un esempio per tutti”. Montezemolo e Perotti vanno ricordati per non disperdere l’eredità morale del Risorgimento e dell’unificazione d’Italia. E vanno  rievocati proprio nell’anniversario della carneficina compiuta dalle SS alle Fosse Ardeatine, ove vennero annientati il vertice del Comitato Militare Clandestino e molti appartenenti a “Bandiera Rossa”, detestati dal Partito comunista italiano, e furono assassinati cinquanta ebrei già destinati alla deportazione, vari militanti di partiti poco avvezzi alle regole ferree della lotta clandestina e persino detenuti per reati non politici, tratti dalle celle alla rinfusa per ammassare 330 capri espiatori dell’attentato, in tale concitazione che ne vennero aggiunti cinque più di quanto richiesti dalla macabra disposizione: dieci esecuzioni capitali per ogni caduto di quel Battaglione “Bozen” (altoatesini) che, come ogni giorno, sfilava da via Flaminia, Piazza del Popolo, via del Babuino, Piazza di Spagna… sino a via XX Settembre, per approdare a Castro Pretorio. Alle 15 e 45 si trovò all’appuntamento con l’attentato: 33 morti e una settantina di feriti tra i militari, oltre a un bambino il cui corpo rimase straziato dall’esplosione.

MASSONI AFFRATELLATI ALLE FOSSE ARDEATINE

Venti martiri delle Fosse Ardeatine attendono che nella rievocazione dell’eccidio il Capo dello Stato ricordi la loro appartenenza e inviti formalmente i rappresentanti delle loro Comunità (o Ordini iniziatici) a presenziare, labari spiegati, all’omaggio memoriale. Sono i massoni. Se non ora, quando? Tra le vittime della feroce esecuzione si contano 62 minori di 25 anni, tra i quali il quindicenne Duilio Cibei, falegname, e 11 ultrasessantenni, 38 ufficiali (cinque dei quali generali), 26 liberi professionisti (avvocati, medici, ingegneri), 77 operai, 57 impiegati, 54 commercianti, 5 industriali, un banchiere, un sacerdote (il pugliese Pietro Pappagallo) e una dozzina di “contadini”, come Aldo Finzi, di famiglia ebraica, nel 1922-1924 sottosegretario all’Interno nel Governo Mussolini.

Se dalle professioni si passa alle ascrizioni partitiche-ideologiche il computo diviene molto più complesso, sino a sfuggire a una catalogazione attendibile e condivisa.

Settantasette anni dopo la tragedia, una Istituzione merita l’attenzione che sinora non le è stata riservata: la massoneria, appunto. Secondo studi frutto di decenni di ricerche i Liberi Muratori suppliziati alle Ardeatine furono almeno venti, il 6% del totale (v. didascalia per i loro nomi): un numero molto rilevante se lo si rapporta a quello dei militanti di partito (comunisti e azionisti inclusi, a tacere dei democristiani) e soprattutto al fatto che, anche nei suoi anni più fortunati (tra il 1885 e il 1920) in Italia la massoneria era sempre stata una minoranza esigua e che dal 1925 le sue due maggiori Comunità, il Grande Oriente d’Italia e la Serenissima Gran Loggia d’Italia, erano state sciolte dai rispettivi grandi maestri (Domizio Torrigiani e Raoul Palermi) per sottrarne gli iscritti alla persecuzione governativa perché accusate di essere “società segreta” (come alcuni analfabeti ancor ripetono).

Appena rinata, all’indomani del 25 luglio, e subito costretta a nuova clandestinità, la massoneria pagò un prezzo altissimo. Nella breve estate del 1943 essa risorse per iniziativa di Grandi Iniziati oggi quasi completamente dimenticati. Tra altri spiccano Domenico Maiocco e Placido Martini.

Il primo è ignorato da Vittorio Gnocchini in L’Italia dei Liberi Muratori. Brevi biografie dei massoni famosi (Mimesis-Erasmo), che “fa testo”per Wikipedia. La sua biografia è stata scritta dal colonnello Antonino Zarcone quando era Capo dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (Domenico Maiocco. Lo sconosciuto messaggero del colpo di Stato,pref. di Luigi Pruneti, Roma, Annales). Fu il tramite occulto fra Vittorio Emanuele III, alcuni gerarchi decisi a rovesciare Mussolini e  Ivanoe Bonomi, para-massone ma succubo di democristiani, socialisti e azionisti che intendevano far ricadere esclusivamente sul re il passivo del regime fascista, sorto per la loro inettitudine politica, e della guerra. La vita di Placido Martini è narrata da Francesco Guida, che lo ricorda “socialista, massone, partigiano” e ne ha scritto anche in I martiri massoni delle Fosse Ardeatine (Ed. Gagliano, 2019). Le pagine più pregnanti sulla sua vita si leggono però in La R.’. L.’. “Garibaldi-Pisacane di Ponza-Hod, n.160 all’Oriente di Roma: una luminosa storia massonica” (ed. Pontecorboli, Firenze, 2019, con introduzione di Virgilio Gaito, ex Gran Maestro del GOI). L’opera ha molti pregi. In primo luogo ricorda il legame iniziatico tra Martini e Domizio Torrigiani, che, condannato al confino di polizia a Lipari per un reato che non esisteva nel codice penale (“massone”), fondò la loggia “Pisacane”,  che affiliò anche il “comunista” Silvio Campanile. In secondo luogo ripercorre la riattivazione dell’Officina da parte di Martini, fondatore dell’Unione Nazionale della Democrazia Italiana. Infine evidenzia i contatti instaurati dopo l’8 settembre tra Carlo Zaccagnini, fiduciario di Martini, e il colonnello Cordero di Montezemolo. Tramite Carlo Avolio l’UNDI entrò in contatto anche con la Carboneria capitanata dal professor Felice Anzalone, studiato da Silverio Corvisieri in Il Re, Togliatti e il Gobbo. 1944: la prima trama eversiva (ed. Odradek).

Senza addentrarci nel “bosco incantato” delle molte sigle massoniche fiorenti nel 1943-1944 (ne ha scritto anche Giuseppe Pardini in Obbedienze disobbedienti,ed. Luni), merita rievocare il percorso di Martini (1880-1944). Garibaldino (diciottenne partecipò alla spedizione a Domokos in aiuto degli insorti greci contro i turchi), massone, anticlericale, impegnato nel blocco popolare a Roma capitanato da Ernesto Nathan, volontario nella Grande Guerra, avversò l’onda socialcomunista postbellica, negatrice dei valori patriottici. A sua volta condannato al confino a Lipari, ricevette da Torrigiani l’investitura a tenere in vita la “Pisacane” come Loggia Madre e quindi con il carisma di gran maestro. Propenso alla ricomposizione fraterna tra il Grande Oriente e la rinascente Gran Loggia guidata da Raoul Palermi, suscitò l’ostilità di massoni  che non riconobbero neppure i grandi maestri dell’esilio (Eugenio Chiesa, Arturo Labriola, Alessandro Tedeschi e Davide Albarin). Catturato da un miserabile delatore prezzolato, come  Montezemolo fu rinchiuso a via Tasso e vi subì torture atroci senza mai nulla rivelare. La figlia Maria Carolina narrò ad Alfonso Testa quanto soffrisse quando ritirava la biancheria del padre: “Tutta sangue. Sangue ai calzini, sangue alle maglie. Era la tortura: timpani sfondati, un orecchio strappato, piedi massacrati”. Nell’interrogatorio ammise solo di essere il gran maestro della massoneria e dichiarò di assumere su sé solo ogni addebito. Rinchiuso a Regina Coeli con il corpo piagato, il 24 marzo 1944 a sua volta venne tradotto alle Ardeatine con due dei sette compagni di cella e, come accertò Tullio Ascarelli che sovrintese alla riesumazione dei cadaveri, fu  ucciso con uno sparo nella regione fronte-parietale sinistra perché, con ogni evidenza, non chinò la testa. Analoga sorte ebbero altri massoni militanti nell’UNDI e affiliati della Gran Loggia d’Italia. Virgilio Gaito scrisse che gli uni e gli altri “già divisi da storiche incomprensioni, affrontarono uniti e fieri la morte stringendosi l’un l’altro in una suprema concordanza di ideali”.

Però a ricordarli tutti insieme nel sacrificio della vita per un’Italia migliore  non debbono essere solo i loro confratelli ma lo Stato stesso, ai suoi livelli più alti, e proprio per quella loro appartenenza: un debito che la Patria ha nei confronti di una Istituzione che troppo spesso viene ricordata, a sproposito, per alcune vicende “profane” di taluni suoi affiliati in circoscritti momenti, in tal modo ignorando o lasciando in ombra tre secoli di storia.

L’anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine il prossimo 24 marzo è il giorno giusto per fare ammenda di un oblio immotivato e durato troppo a lungo.

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, anniversario, bambino, capitali, capo del governo, capo dello stato, cella, chiesa, comandante, consiglio dei ministri, democrazia, disposizione, firenze, futuro, governo, grande guerra, grande oriente, grande oriente d'italia, italia, massoneria, medici, merito, missioni, mussolini, opposizione

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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