
Se questa è la difesa dell’Occidente, il nemico può rimanere a casa… Pete Hegseth al Pentagono non è più una notizia: è un sintomo. Il Segretario alla Difesa ha scelto di benedire pubblicamente le farneticazioni del pastore Doug Wilson, che invoca la revoca del voto femminile come fosse una riforma fiscale. Un endorsement in piena regola a un’ideologia che farebbe arrossire i talebani per la sua modernità.
Wilson predica il ritorno all'”ordine naturale” con la stessa convinzione con cui altri vendono elisir miracolosi: le donne ai fornelli, gli uomini al comando, Cristo come garante di questa distribuzione dei ruoli che casualmente favorisce sempre gli stessi soggetti. Un cristianesimo à la carte dove il Vangelo viene piegato alle convenienze del patriarcato più retrivo.
Ma il vero capolavoro è la reazione, o meglio, la sua assenza, del mondo politico e istituzionale. Il Congresso americano osserva in silenzio, come se discutere di democrazia fosse materia troppo delicata per chi è pagato proprio per difenderla. I vertici militari, vincolati da giuramenti costituzionali che evidentemente considerano più una formalità che un impegno, preferiscono concentrarsi su questioni meno controverse, come le strategie nucleari.
L’Europa, sempre pronta a dispensare lezioni di civiltà quando si tratta di paesi lontani, scopre improvvisamente il fascino della diplomazia del silenzio. Chissà se nelle cancellerie europee stanno valutando se il voto femminile sia davvero così irrinunciabile, o se non convenga aspettare di vedere come va a finire oltreoceano.
In Italia, il governo Meloni, guidato dalla prima donna Presidente del Consiglio della Repubblica, sceglie la strada dell’eloquente mutismo. Una posizione che, tradotta dal politichese, suona più o meno così: “Meglio non disturbare gli alleati per questioni di principio”. La leader che ha fatto della propria ascesa un simbolo di emancipazione femminile preferisce non commentare quando qualcuno propone di cancellare il diritto che le ha permesso di arrivare dove è arrivata. Una coerenza che meriterebbe un premio per l’originalità. Persino Melania Trump, che pure qualche esperienza con il voto l’ha avuta, mantiene un riserbo che rasenta la filosofia zen. Forse sta meditando sui benefici di un sistema dove le decisioni politiche vengono prese senza il fastidio di consultare l’elettorato femminile.
Quello a cui si assiste non è uno scontro tra tradizione e modernità: è il tentativo goffo e maldestro di una banda di mediocri di rimettere le lancette della storia su posizioni più comode per i loro privilegi. La loro teologia della sottomissione femminile non ha nulla di sacro: è pura, semplice ingegneria del consenso per mantenere il controllo.
Ma il voto femminile non è una concessione revocabile, è un diritto acquisito.Chi tenta di metterlo in discussione non è un conservatore: è semplicemente un codardo che preferisce cambiare le regole del gioco piuttosto che imparare a giocare.Una strategia che, se non fosse drammaticamente seria, risulterebbe comica per la sua trasparenza.
Il silenzio di chi assiste senza intervenire non è prudenza diplomatica: è calcolo politico mascherato da pragmatismo. Quando la storia farà i conti, non distinguerà tra chi ha sostenuto queste posizioni e chi le ha legittimate con il proprio silenzio. Entrambi avranno contribuito, ciascuno a suo modo, a indebolire le fondamenta della democrazia occidentale. Se questo è il livello di difesa che l’Occidente è in grado di offrire ai propri principi fondamentali, forse il problema non sono i nemici esterni, ma i guardiani interni che hanno smarrito la bussola.
Daniela Piesco

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