
La via diplomatica per la pace in Medio Oriente si infrange contro il muro di Hezbollah e si macchia del sangue dei contingenti internazionali. I vertici del movimento sciita libanese hanno respinto ufficialmente l’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti e concordato in linea di principio tra Israele e Libano. In una nota ripresa dai media internazionali, il leader del gruppo paramilitare ha definito il testo dell’intesa una vera e propria “capitolazione e una sconfitta” umiliante per la sovranità nazionale. Quasi simultaneamente al veto politico, sul terreno è arrivata la tragedia: un casco blu dell’UNIFIL è stato ucciso e altri due militari sono rimasti feriti nel corso di un attacco d’artiglieria.
La proposta negoziata a Washington prevedeva lo stop immediato ai lanci di razzi verso il territorio israeliano, l’evacuazione totale delle milizie di Hezbollah dall’area a sud del fiume Litani e il progressivo dispiegamento dell’esercito regolare libanese all’interno di speciali “zone pilota” sotto il controllo statale. Condizioni ritenute inaccettabili dal Partito di Dio. Il gruppo sciita ha comunicato ufficialmente il proprio rifiuto ai vertici istituzionali di Beirut, esigendo come prerequisito insindacabile il ritiro completo e incondizionato delle forze di Tel Aviv da ogni centimetro di territorio libanese, oltre al rilascio dei prigionieri e alla garanzia di fondi per la ricostruzione.
Mentre la diplomazia internazionale registrava il fallimento, il dramma si è consumato lungo la Linea Blu, nel settore orientale del fronte. Secondo quanto riferito dal comando della missione di interposizione delle Nazioni Unite, colpi di mortaio hanno centrato in pieno una postazione nei pressi di Marjayoun. L’impatto non ha lasciato scampo a un militare della Difesa multinazionale. Il tragico bilancio conta anche il ferimento di altri due peacekeeper. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno immediatamente puntato il dito contro i miliziani filoiraniani, accusandoli di colpire deliberatamente le forze multinazionali per seminare il caos. L’Onu ha aperto un’indagine formale per stabilire con certezza l’origine dei colpi d’artiglieria.
Blocco dei razzi, ritirata a nord del Litani, controllo militare all’esercito regolare di Beirut.
Ritiro immediato dell’IDF, rimpatrio dei rifugiati e stop ai raid aerei israeliani.
Dura condanna dei governi europei per la morte del militare e appelli urgenti per evitare il collasso dei colloqui.
La decisione di Hezbollah di non piegarsi all’intesa congela di fatto i primi round negoziali, ipotizzati per la fine del mese. Le autorità israeliane hanno confermato che continueranno a considerare le infrastrutture del movimento sciita come bersagli prioritari sul territorio libanese. Il timore diffuso tra le cancellerie occidentali e i comandi ONU è che il fallimento di questo round diplomatico possa spianare la strada a una nuova, devastante e incontrollabile campagna militare di terra in tutto il sud del Paese.
Siamo davanti al fallimento temporaneo di un metodo. Pensare di risolvere la crisi libanese isolando il braccio armato di Hezbollah dal contesto geopolitico regionale si sta rivelando un calcolo errato. Senza un accordo quadro che disinneschi le tensioni sull’asse Teheran-Tel Aviv, la Linea Blu rimarrà una polveriera. La sensazione, amara, è che le diplomazie abbiano finito le cartucce e che la parola, purtroppo, tornerà a essere scritta col fuoco delle artiglierie.
Giuseppe Basilico

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