
Ci sono campagne elettorali in cui si discute di lavoro, sanità, scuola, giustizia ed economia. E poi ci sono quelle in cui tutto si riduce a una sola domanda: migranti sì o migranti no. Da anni, in gran parte dell’Occidente, il campo della politica sembra disegnato così. Il resto scivola sullo sfondo. Eppure i cittadini continuano a pagare tasse sempre più pesanti, mentre la spesa militare mondiale supera ormai i tremila miliardi di dollari l’anno. Chiedono ospedali che funzionino, scuole migliori, salari adeguati, servizi efficienti e un futuro meno incerto. In cambio ricevono un dibattito pubblico che preferisce alimentare il conflitto invece di affrontare i problemi. Nelle democrazie si eleggono i governi; nelle dittature li si subisce. Ma troppo spesso il risultato finisce per assomigliarsi. Da una parte e dall’altra i migranti diventano il bersaglio perfetto o il simbolo da difendere a ogni costo. Due posizioni apparentemente opposte che condividono lo stesso limite: trasformare un fenomeno complesso in uno slogan elettorale. Ogni tragedia nel Mediterraneo, ogni assalto a una frontiera, ogni episodio come quello di Ceuta riporta in scena lo stesso copione. C’è chi invoca muri sempre più alti e chi risponde con un moralismo altrettanto sterile. Intanto il problema rimane, mentre la politica continua a dividersi senza decidere. Governare significa affrontare la complessità. Significa spiegare ai cittadini che le grandi questioni del nostro tempo non si risolvono con uno slogan, un post sui social o una promessa gridata in televisione. Richiede competenza, visione e la capacità di assumersi responsabilità anche quando non portano consenso immediato. Ma tutto questo è molto più difficile che trasformare l’immigrazione nell’argomento permanente della campagna elettorale. Perché parlare di migranti è più semplice che affrontare una sanità in affanno, una scuola che arretra, salari fermi da anni, una produttività che non cresce, una natalità in caduta e un debito pubblico che continua a pesare sulle nuove generazioni. Così la politica finisce per premiare chi occupa la scena invece di chi sa governare. Basta scegliere un campo, alzare la voce e ripetere lo slogan del momento. Migranti sì. Migranti no. Tutto il resto può aspettare. Ma un Paese non cresce alimentando paure né dividendosi in tifoserie permanenti. Cresce quando pretende che la politica torni a occuparsi delle questioni che determinano davvero la qualità della vita dei cittadini. Il problema non sono i migranti. Il problema è una politica che ha bisogno dei migranti per evitare di parlare di tutto il resto.
Angelo Santoro

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