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Parole ritrite

Il discorso di Benjamin Netanyahu all’Assemblea generale dell’ONU si ascolta con una sensazione precisa: di averlo già sentito. Non soltanto da lui. Quasi ogni passaggio viene da un archivio che la destra revisionista israeliana ha riempito in ottant’anni, da Avraham Stern a Menachem Begin a Yitzhak Shamir. Netanyahu lo rimette in scena senza nominare nessuno degli autori, e senza aggiungere un’idea che non fosse già stata espressa.

di Nico Kir | 30 Settembre 2026

Il discorso di Benjamin Netanyahu all’Assemblea generale dell’ONU si ascolta con una sensazione precisa: di averlo già sentito. Non soltanto da lui. Quasi ogni passaggio viene da un archivio che la destra revisionista israeliana ha riempito in ottant’anni, da Avraham Stern a Menachem Begin a Yitzhak Shamir. Netanyahu lo rimette in scena senza nominare nessuno degli autori, e senza aggiungere un’idea che non fosse già stata espressa.

Lo strato più antico è quello del Lehi, la formazione clandestina che Stern fondò nel 1940 dopo la rottura con l’Irgun. I suoi diciotto principi della rinascita fondavano il diritto alla terra sulla Bibbia: i confini dal fiume d’Egitto all’Eufrate, il Terzo Tempio. Il Golan abitato dagli ebrei “dai tempi di Mosè”, da verificare nelle Scritture, viene da lì. Dal Lehi viene anche la battuta contro Londra e Parigi, che avrebbero inventato il colonialismo e ora lo rinfacciano a Israele. Il Lehi si presentava come un movimento di liberazione contro l’impero britannico, e quell’accusa rovesciata era il cuore della sua propaganda. Dal podio dell’ONU il Lehi però non si può citare: nel settembre 1948, a Gerusalemme, uccise Folke Bernadotte, il mediatore delle Nazioni Unite.
Lo
Lo strato centrale è quello di Begin. La linea rossa sull’Iran ripete Osirak, il reattore iracheno distrutto nel 1981 con la promessa che non ci sarebbe stato un secondo Olocausto. La Shoah come metro per ogni nemico viene dalla lettera a Reagan del 1982, dove Arafat a Beirut diventava Hitler nel bunker. “Giudea e Samaria” come nomi di Stato e lo scontro personale con i leader stranieri sono anch’essi di Begin, che nel 1981 rinfacciò a Helmut Schmidt il servizio nella Wehrmacht. Netanyahu attacca Macron, Erdoğan e il sindaco di New York con lo stesso gesto e con meno misura.

Shamir è l’anello che lega i due. Fu uno dei tre capi del Lehi dopo la morte di Stern, poi primo ministro del Likud. Netanyahu fece la sua carriera diplomatica sotto di lui: ambasciatore all’ONU negli anni Ottanta, poi viceministro degli Esteri. Di Shamir si ricorda la frase secondo cui gli arabi restano gli stessi arabi e il mare lo stesso mare. È la visione del mondo che regge il discorso di New York, dove il 1967, Entebbe e il 7 ottobre sono la stessa minaccia che torna, e l’unica risposta è vincere ancora.

A questo si aggiunge l’autoplagio. Nel 2012 Netanyahu mostrò all’ONU il disegno della bomba con la linea rossa, nel 2023 la mappa del “nuovo Medio Oriente”, nel 2024 due cartine intitolate alla benedizione e alla maledizione. Ogni anno la struttura è la stessa: minaccia esistenziale, vittoria israeliana, accusa all’aula. Cambiano i nemici da elencare e gli oggetti da sollevare, quest’anno un cercapersone.

Il tono è quello di chi recita un repertorio sapendo che funziona. Begin era enfatico, ma la sua enfasi riguardava il destino di un popolo. Quella di Netanyahu riguarda i risultati. Chiede alla sala se ricorda i cercapersone, domanda se esista un altro Paese grande come il New Jersey capace di combattere su sette fronti, enumera i capi nemici uccisi e chiude con “non ci sono più”. Sono discorsi costruiti per l’applauso in patria e per i video sui social, e proprio per questo ormai prevedibili.

Il danno di tanta retorica ritrita è che copre due cose vere. Il 7 ottobre resta nei cuori degli israeliani e di moltissimi ebrei nel mondo come una ferita che non si chiude: 1.200 morti in un giorno, gli ostaggi, le case bruciate nei kibbutz. E l’ostilità verso Israele non è mai stata così diffusa. Nel settembre 2025 Francia, Regno Unito, Canada e Australia hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, le delegazioni lasciano l’aula quando parla il premier israeliano, e le aggressioni contro gli ebrei che Netanyahu elenca sono avvenute davvero. Una parte di questa ostilità riguarda la condotta della guerra e il governo, e va distinta dall’antisemitismo. Un’altra parte è odio, e verso Israele in quanto tale.

Un leader che avesse qualcosa di nuovo da dire partirebbe da qui. Si chiederebbe perché un Paese colpito dal massacro più grave della sua storia si ritrovi tre anni dopo più solo di prima, e che cosa di quella solitudine dipenda dai nemici e che cosa dalle proprie scelte. Netanyahu invece ripete Stern, Begin e Shamir, e ripete se stesso. Il 7 ottobre meritava parole all’altezza, e ha ricevuto quelle di sempre.

Nico Kir

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Nico Kir

Nico Kir è un collaboratore ed editorialista di Pensalibero.it.
“Mi chiamo Niccolò Kirschenbaum, sono nato a Siena nel 1983 da padre israeliano e made italiana. Sono laureato in storia dell’arte, sono un fotografo ho pubblicato con Crodbokkd ed esposto a Milano alla Tadini, ho all’attivo diverse personali e pubblicazioni. La mia ricerca in fotografia intreccia memoria personale, identità ebraica ed esperienza contemporanea, muovendomi tra intimità e conflitto. Appassionato di letteratura europea del 900”.

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