
Il caso Regeni e il delitto di Garlasco non hanno nulla in comune nei fatti, ma messi uno accanto all’altro raccontano molto bene un problema che in Italia continuiamo a fingere di non vedere: l’inefficienza strutturale della giustizia. Nel caso Regeni abbiamo assistito per anni a un processo contro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani mai consegnati all’Italia, mai comparsi davanti ai giudici e mai realmente messi a disposizione dall’Egitto. Per arrivare a celebrare il dibattimento è stato necessario perfino l’intervento della Corte costituzionale, perché il rifiuto egiziano di collaborare rischiava di rendere il processo impossibile. La responsabilità dell’ostruzionismo egiziano è evidente, ma resta il dato: dieci anni per arrivare a una prima sentenza in un procedimento celebrato contro uomini che probabilmente l’Italia non avrà mai nelle proprie mani.
Poi c’è Garlasco, ed è qui che il discorso diventa ancora più grave. Alberto Stasi è stato condannato definitivamente nel 2015 a sedici anni per l’omicidio di Chiara Poggi. Oggi, quasi vent’anni dopo il delitto, una nuova indagine ha riportato al centro Andrea Sempio e soprattutto ha fatto riemergere interrogativi pesantissimi sulla gestione delle prime indagini, sulla raccolta delle prove, sulla loro conservazione e sulla loro trasmissione nel procedimento. Questo non significa che Stasi sia innocente né che Sempio sia colpevole. Significa però che, dopo quasi vent’anni, siamo ancora costretti a verificare se tutto ciò che doveva essere acquisito e controllato allora sia stato realmente fatto. Ed è questo il punto. Perché la storia giudiziaria italiana non è nuova a vicende del genere. Enzo Tortora venne arrestato, processato, condannato e trasformato pubblicamente in un criminale prima di essere completamente assolto. Giuseppe Gulotta ha trascorso ventidue anni in carcere prima che un processo di revisione riconoscesse la sua innocenza. Calogero Mannino ha attraversato decenni di procedimenti prima di arrivare all’assoluzione definitiva. Bruno Contrada, arrestato nel 1992 e condannato a dieci anni, dopo un lunghissimo percorso giudiziario ha visto quella condanna dichiarata ineseguibile dopo l’intervento della Corte europea dei diritti dell’uomo. Casi diversi, responsabilità diverse, ma con una costante devastante: il tempo. Nel frattempo una persona può perdere la libertà, il lavoro, la reputazione, gli affetti e una parte enorme della propria vita. Poi magari arriva una sentenza che cambia tutto. “Ops, scusate. Ci eravamo sbagliati”. Peccato che la vita non abbia un processo di revisione. Non restituisce gli anni, non cancella le manette, non ricostruisce una carriera distrutta e non rimette insieme ciò che è stato travolto.
È questo che rende il sistema italiano così difficile da difendere. Non il fatto che possa sbagliare, perché qualsiasi sistema umano può sbagliare, ma il tempo che impiega per accorgersene e il prezzo che fa pagare nel frattempo. Una giustizia efficiente dovrebbe indagare bene, conservare correttamente le prove, garantire accusa e difesa e arrivare a una decisione in tempi ragionevoli. In Italia troppo spesso accade il contrario: procedimenti interminabili, indagini riaperte dopo decenni, reperti riesaminati quando ormai appartengono alla storia, sentenze corrette quando il danno è già irreversibile. Regeni mostra una giustizia che per dieci anni ha combattuto contro il muro di uno Stato straniero. Garlasco rischia di mostrarci una giustizia che deve tornare dopo quasi vent’anni sui propri passi per capire se all’inizio sia stato fatto tutto correttamente. Tortora, Gulotta, Mannino e Contrada ricordano invece quanto può costare a un cittadino quando la macchina prende una strada sbagliata e nessuno riesce a fermarla in tempo. Non abbiamo soltanto una giustizia lenta. Abbiamo una giustizia che troppo spesso trasforma il processo stesso in una pena. E quando servono vent’anni per capire se quella pena fosse giusta, il problema non è più il singolo magistrato, il singolo errore o il singolo processo. È il sistema. Un sistema che pretende fiducia assoluta ma che, quando sbaglia, può impiegare una generazione intera per ammetterlo.
Questo non è soltanto inefficienza, è fallimento dello Stato.
Piero Terracina

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