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Il pareggio alle prossime elezioni? Meglio che non vinca nessuno…

È davvero raro che io abbia motivi non dico di disaccordo ma anche solo di distinguo, rispetto a quanto dice e scrive il mio amico Marco Follini, una delle pochissime teste lucide della politica italiana. Scalato (purtroppo) a semplice analista fuori dall’agone politico, che affida a editoriali sulla Stampa i suoi pensieri, con il consueto linguaggio misurato che tuttavia non risparmia nulla al contenuto, Follini giovedì 30 aprile ha vergato il certificato dell’ormai prossimo decesso del bipolarismo italico.

di Enrico Cisnetto | 4 Maggio 2026

È davvero raro che io abbia motivi non dico di disaccordo ma anche solo di distinguo, rispetto a quanto dice e scrive il mio amico Marco Follini, una delle pochissime teste lucide della politica italiana. Scalato (purtroppo) a semplice analista fuori dall’agone politico, che affida a editoriali sulla Stampa i suoi pensieri, con il consueto linguaggio misurato che tuttavia non risparmia nulla al contenuto, Follini giovedì 30 aprile ha vergato il certificato dell’ormai prossimo decesso del bipolarismo italico, nel frattempo divenuto “bipopulismo”. Fin qui, figurarsi, ho solo da compiacermi del fatto di ritrovarmi, ancora una volta, in perfetta sintonia con lui, sia nell’auspicare sia nel prevedere la fine di questo fallimentare sistema politico, a cui dopo la breve parentesi del governo Monti (novembre 2011-aprile 2013) ho attribuito il nome di “Seconda Repubblica bis” e dopo quella del governo Draghi (febbraio 2021-ottobre 2022) “Seconda Repubblica ter”. Poi però nell’editoriale sulla Stampa, Follini indica una via che non mi piace per arrivare finalmente a superare lo schematismo delle due coalizioni, ormai trasformate in destra-centro e sinistra-centro per il prevalere delle ali estreme del sistema, a tutto danno del centro.

Follini sostiene – a ragione – che nei palazzi romani in questo momento si aggiri uno spettro, il “fantasma del pareggio”, che ha le sembianze del rischio (o opportunità) che alle prossime elezioni nessuno dei due blocchi conquisti la maggioranza parlamentare. Di conseguenza, aprendo le porte a una di queste due ipotesi: grande coalizione, con tutti o quasi dentro; scomposizione e ricomposizione delle alleanze su basi diverse da quelle della campagna elettorale, da attuarsi – come peraltro prevede la nostra Costituzione – dentro le aule del Parlamento. Circostanze che molti dipingono come abominevoli – l’altra sera in tivù il pifferaio magico Paolo Mieli le ha definite “il porcaio” – mentre Follini le considera opzioni auspicabili, di gran lunga migliori della vittoria tanto dell’attuale coalizione di governo quanto del “campo largo”, visto e considerato che entrambe le aggregazioni registrano al proprio interno contraddizioni a dir poco esiziali su alcune questioni dirimenti, a cominciare dal posizionamento internazionale del Paese. Ed è vero: il filo-putinismo della Lega di Salvini da un lato e dei 5stelle a guida Conte, dall’altro, in un sistema politico serio dovrebbe rappresentare un fattore discriminante e insormontabile, mentre in nome della continuità del bipolarismo si fa finta, in entrambi i fronti, che non esista.

Per questo, chi brama una politica di altro conio, ha cominciato a far girare – a bassa voce, quasi vergognandosene – la suggestione che “se poi nessuna delle due coalizioni prevale, del pareggio faremo di necessità virtù”. Ipotesi che Follini ha almeno avuto il merito di portare alla luce del sole e il coraggio di sponsorizzare apertamente.

Come avrete capito, a me il “pareggio” non piace. O meglio, non mi va giù l’idea che per ottenere il sacrosanto obiettivo che Follini auspica, si debba passare per quella strada. Sia chiaro, capisco bene la ratio del suo vaticinio. E anch’io, obtorto collo, sono pronto a dirmi a favore del segno “X” sulla schedina elettorale del 2027 se l’immobilismo dovesse prevalere e non ci fossero altre alternative. Ma è proprio a queste alternative che in prima battuta preferisco guardare (e lavorare, per quel che posso). Ne ho già accennato qui su TerzaRepubblica, e diversi lettori mi hanno chiesto di essere più preciso, prima di tutto indicando un nome cui affidarsi. Voglio dunque essere chiaro: il nome non solo non ce l’ho, ma contesto che il punto di partenza per innovare la politica italiana sia l’individuazione di un leader nelle cui mani mettere il nostro futuro. Per almeno tre motivi.

Primo: in giro di leader fatti e finiti non ne vedo, e non è un caso che gli esistenti siano di un’assoluta mediocrità. Secondo: è comunque sbagliato il metodo, perché prima occorre partire da un programma di governo ancorato a idee forza che abbiano solide radici culturali, e poi far crescere le leadership. Si chiamano partiti, in Italia li abbiamo ammazzati, ed è l’omicidio politico più grave che sia mai stato commesso. Terzo: di uomini (o donne) soli al comando ne abbiamo avuti fin troppi – non solo in Italia, ahimè – ed è venuto il momento di mettere in soffitta il leaderismo, senza esitazione, prendendo atto che la complessità delle questioni che ci è dato affrontare in questa fase storica è tale che occorre il concerto di più teste (una squadra) rispetto ad una sola (il leader), anche perché è inevitabile che per evocare e concentrare il consenso su un capo occorre accentuare il peggior difetto delle attuali classi dirigenti, il semplicismo banalizzante, che è anche l’anticamera della perniciosa credenza che nelle mani del leader sia opportuno concentrare il massimo del potere (e, come insegna l’America di Trump, di lì a torcere la democrazia liberale verso l’autocrazia, il passo è breve).

Dunque, se per liberare l’Italia dalla mediocrità e dalla stagnazione occorre prima di tutto far saltare il fallimentare sistema politico chiamato Seconda Repubblica, e se per ottenere questo risultato la strada non è quella di sperimentare l’ennesimo leader, cosa occorre fare? I mezzi che si possono usare sono due, non necessariamente alternativi, anzi. Il primo è mescolare le attuali carte del mazzo, il secondo è far nascere qualcosa di nuovo. In entrambi i casi gli interlocutori primari sono quegli italiani che, per disgusto, hanno smesso di votare: sono ormai più della metà degli aventi diritto al voto, e di questi la grande maggioranza (diciamo i due terzi) non appartengono affatto alla schiera dei qualunquisti menefreghisti, visto che coloro che hanno orecchie sensibili alle parole d’ordine populiste negli ultimi anni hanno trovato nell’offerta politica esistente di che soddisfarsi. Gente estranea alle due tifoserie, che guarda prevalentemente al centro, intendendo con ciò tanto la componente progressista, sensibile a idee e programmi riformisti, quanto quella moderata, di stampo sia liberale che cattolico-popolare. A queste due grandi categorie di italiani possono rivolgere la loro attenzione tre forze attualmente in campo: il Pd, Forza Italia e la nebulosa centrista. Così come può nascerne una nuova, che faccia la sintesi delle due anime. Il problema sta nel fatto che le attuali leadership di Pd e Forza Italia di tutto sono dotate meno che della visione e del coraggio che occorrono per scompaginare le carte del bipolarismo, mentre le forze centriste esistenti hanno tutte il difetto di essere leaderistiche per non dire padronali (Calenda, Renzi) e di avere una vocazione minoritaria che le porta a oscillare tra i due poli. Trovando di volta in volta le ragioni per collocarsi o di qui o di là.

E qui torniamo al “pareggio” da cui siamo partiti. Capisco bene il motivo per cui Follini lo invoca: perché non ha alcuna fiducia che Pd, Forza Italia e centristi siano capaci di cambiare spartito e suonare un’altra musica, per cui non resta che affidarsi alla “non vittoria” di entrambi i poli per costringerli a comportamenti che motu proprio non riescono a mettere in atto. Capisco, e concordo. Ma c’è una considerazione da fare e almeno due questioni di cui tener conto. La considerazione è semplice: nell’ultimo quindicennio siamo già passati attraverso due momenti di non prevalenza dei poli contrapposti – i governi erroneamente definiti tecnici, Monti e Draghi, ma in realtà con larga base parlamentare – tuttavia, in nessuno dei due casi si sono prodotte quelle discontinuità politiche che i fan del “pareggio 2027” auspicano. Perché dovrebbe accadere domani ciò che non è accaduto ieri e l’altroieri?

Quanto alle due variabili con cui occorre fare i conti, una si chiama “legge elettorale”, l’altra “collasso del sistema”. È evidente che qualunque modalità di voto che punti a dare, attraverso un “premio in seggi”, una preponderanza fittizia a chi sta più avanti ma non ha la maggioranza – come sarebbe la proposta del governo Meloni, che assegna un “premio di governabilità numericamente predeterminato” pari a 70 seggi per la Camera e 35 per il Senato che viene attribuito alla lista o coalizione che arriva prima e che ottiene almeno il 40% – tende a puntellare il bipolarismo. Mentre per favorirne il superamento occorre il proporzionale, seppure temperato da una cospicua soglia di sbarramento (il sistema tedesco, per capirci). Sulle ragioni per cui preferire un’assegnazione proporzionale dei seggi mi sono espresso mille volte e non è il caso di ripetermi, salvo sottolineare ancora una volta che “dopare” il sistema trasformando una minoranza – che è tale a maggior ragione per l’alto numero degli astenuti – in una maggioranza assoluta nel Parlamento, non aumenta affatto la governabilità e trasfigura la stabilità in sopravvivenza.

Ma sulla legge elettorale il sistema è imballato. Nella maggioranza Meloni vuole la modalità “doping”, ma Forza Italia ha tutto l’interesse ad opporsi (speriamo che il pungolo degli eredi Berlusconi induca Tajani ad essere risoluto), mentre dalle opposizioni non arriva uno straccio di proposta per evitare di certificare le divisioni. Quindi è possibile (probabile) che non se ne faccia niente, così come per premierato e autonomia differenziata (per fortuna).

L’altra variabile con cui si dovrà fare i conti – uso il futuro non perché sia un’eventualità lontana, ma perché non ve n’è ancora consapevolezza – è lo tsunami che finirà per abbattersi sull’intero sistema politico, frutto del combinato disposto tra la disarticolazione prodotta dalle crisi geopolitiche e militari in corso e una nuova ondata di interventi della magistratura stile Tangentopoli, favorita dal referendum (non dal suo risultato, ma dal solo fatto che sia stato indetto, la reazione ci sarebbe stata anche se avesse vinto il Sì). Ne ho già parlato, accolto da uno scetticismo che mi ricorda l’allora tardiva presa di coscienza di ciò che accadde tra il 1992 e il 1993. Ma ribadisco che se ne vedono tutti i segnali. Ed è per questo, caro Follini, che non mi piace l’idea del “pareggio”. Attenderlo per poi, dopo le elezioni, provare a mettere in moto il cambiamento che auspichiamo, significa due cose: aumentare le probabilità che fattori esogeni s’incarichino di travolgere il sistema, con tutto quello che ciò comporta (c’è un Berlusconi pronto a riempire il vuoto che si aprirà? o, per dirla più giusta, c’è qualcosa di meglio di quello che fu Berlusconi nel 1994?); diminuire la forza e la qualità del cambiamento, visto che ci sarà stato bisogno della saggezza degli elettori per evitare che uno dei due poli prevalga sull’altro.

Insomma, è venuto il momento di agire. Sia per chi sta già dentro l’arena politica e vuole salvare il salvabile, sia per chi sta fuori e intende contribuire a costruire, finalmente, la Terza Repubblica. Sono tre le mosse possibili (e utili). La prima: Forza Italia deve sganciarsi dal destra-centro, in cui peraltro è marginale e spesso umiliata, e in nome dell’Europa come scelta fondamentale chiamarsi fuori dai vincoli del bipolarismo. Se sarà Marina Berlusconi a favorire questa evoluzione ben venga, e non ci sarà bisogno di una sua candidatura, basterà che spinga il partito in questa direzione. La seconda: i riformisti del Pd prendano atto che la segreteria Schlein porta il Pd dritto dritto nelle avide braccia di Conte. Il quale imporrà le primarie (altro che tavolo del programma unitario) e su quelle farà leva per lanciare una nuova formazione che superi l’esperienza del Movimento 5stelle e punti a fagocitare i Democratici, antagonista della destra ma fuori dal tradizionale campo della sinistra. Per impedire questo disegno, che ha sponde nel Pd (Bettini, un nome per tutti), non bisogna rassegnarsi a difendere l’attuale segreteria pur sapendo che è del tutto inadeguata, ma bisogna cambiare gioco, anche a costo di spaccare il Pd (tanto, se non ci pensano i riformisti, lo farà Conte con un takeover dall’esterno). La terza: i centristi devono agevolare entrambi questi processi, abbandonando ogni velleità terzista che in un sistema polarizzato non va da nessuna parte.

Tutto molto, molto difficile, direte voi. Lo so, ne sono perfettamente consapevole. Ma conto sul fatto che i primi scricchiolii del sistema – ce ne sono già stati alcuni, finora inascoltati o comunque sottovalutati – inducano a tirar fuori gli attributi, non fosse altro per puro spirito di sopravvivenza. Altrimenti per i tanti “don Abbondio” che popolano la politica non ci sarà scampo. E per la società civile che avrà continuato ad evitare di mettersi in gioco, non resterà che il rimorso di non averci provato. 

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : Editoriale

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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