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IL PAPA IN SINAGOGA

Il segnale è “vogliamo continuare ad avere buoni rapporti” per riflettere sulle reciproche responsabilità del mondo ebraico e del mondo cattolico rispetto alle urgenze del tempo presente. Di Giorgio Nadali

di Giorgio Nadali | 25 Gennaio 2010

“In che modo accoglierà il Papa e cosa Lei si auspica dalla visita di Benedetto XVI alla Sinagoga maggiore di Roma?” avevo chiesto al rabbino capo di Roma – Riccardo Di Segni – nel marzo 2009 nella mia intervista per Affari Italiani. “Sarà la prosecuzione di una strada di incontro”, rispose. E così è stato. Se il nostro è un percorso da fratelli dobbiamo interrogarci cosa dobbiamo fare ancora per migliorare questo percorso – ha ricordato Di Segni durante l’incontro con Benedetto XVI nella sinagoga centrale di Roma. Di Segni ha osservato che in duemila anni gli ebrei romani hanno visto molti papi, ma solo con gli ultimi due vi è stato e vi è un rapporto davvero alla pari. Di Segni ha ricordato anche che gli ebrei romani dovevano esporre cartelloni e abbellire un tratto di strada (vicino all’arco di Tito, che ricordava la perdita della loro autonomia) dando il benvenuto al passaggio dei nuovi pontefici e che – prima del XVIII secolo – dovevano anche esporre il libro della Torah che il papa poteva anche dileggiare. Che grande differenza oggi. Il papa e il rabbino capo si incontrano in un rapporto alla pari, da fratelli. Un rapporto che cerca di costruire, invece di radicarsi su rancori e incomprensioni. Senza il Concilio Vaticano II non potrebbe esserci dialogo.
“Questo papa si comporta con grande rispetto e io ho fiducia in lui” – ha dichiarato il presidente israeliano Shimon Peres a Sky TG24.
La visita di Giovanni Paolo II il 13 aprile 1986 alla sinagoga di Roma è stato un primo passo di avvicinamento del Vaticano agli ebrei e attraverso questo allo Stato di Israele e il suo riconoscimento ufficiale, facendo crollare la diffidenza. Ma fu Papa Roncalli a dare il primo segnale “rivoluzionario” verso gli Ebrei prima ancora che il Concilio, già in marcia, varasse la Nostra Aetate. Scrive l’ex Rabbino capo di Roma, Elio Toaf, nella sua autobiografia: «Ricordo quando nel 1959 Giovanni XXIII fece fermare sul Lungotevere il corteo pontificio per benedire gli ebrei che, di sabato, uscivano dalla Sinagoga. Fu un gesto che gli valse l’entusiasmo di tutti i presenti che circondarono la sua vettura per applaudirlo e salutarlo. Era la prima volta che un Papa benediceva gli ebrei». Del resto fu proprio questo Papa a sopprimere I’espressione *Perfidi Giudei* nella liturgia del Venerdì Santo e a chiedere al cardinale Bea di preparare un testo sugli Ebrei da sottoporre al concilio». La visita di Benedetto XVI del 17 gennaio 2010 ha il significato della continuità.
Il segnale è “vogliamo continuare ad avere buoni rapporti” per riflettere sulle reciproche responsabilità del mondo ebraico e del mondo cattolico rispetto alle urgenze del tempo presente. Il rabbino capo di Roma, Riccardo di Segni ha ricordato che la sinagoga di Roma non è il luogo per trattative diplomatiche, ma il luogo simbolico per ricordare la necessità di affrontare il problema da un punto di vista politico. La partecipazione dell’Islam è fondamentale. Tutti e tre, ebrei, cristiani e musulmani ci riconosciamo in una comune ascendenza spirituale. Ma a breve distanza di tempo dalla visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Roma arriva l’annuncio del Vaticano sulla beatificazione di Pio XII… Il capo dei rabbini italiani – Giuseppe Laras – ha preferito non esserci. Il giudaismo italiano avrebbe dovuto secondo lui prendere una posizione dura contro la beatificazione di papa Pacelli, detto il “Pastore angelico”. Il 19 dicembre scorso è stato dichiarato “venerabile” sul cammino per la beatificazione. La controversia sul ruolo di Pio XII durante le persecuzioni naziste nei confronti degli ebrei è, comunque, tuttora lungi dall’essere chiusa: lo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme, ospita dal 2005 una fotografia di Pio XII, la cui didascalia in calce ne definisce «ambiguo» il comportamento di fronte allo sterminio degli ebrei. A seguito di formale richiesta di modifica di tale didascalia nel 2006 i responsabili del museo si mostrarono disposti a riesaminare la condotta di Pio XII a condizione che ai propri ricercatori venisse concesso di poter accedere agli archivi storici del Vaticano; tale permesso non fu mai accordato. Più recentemente, il nunzio apostolico mons. Antonio Franco dapprima declinò, poi decise di accettare, l’invito a partecipare alla commemorazione della Shoah tenutasi al museo il 15 aprile 2007. Nell’occasione il direttore del museo stesso, Avner Shalev, promise che avrebbe riconsiderato la maniera in cui Pio XII era descritto nella didascalia. Al momento tuttavia la didascalia non ha mai subìto alcuna modifica.
“L’antigiudaismo cattolico esiste ancora”, ha affermato l’ambasciatore israeliano alla Santa Sede, Mordechai Lewy. “Sono sicuro – ha detto Lewy – che quando il Concilio Vaticano II ha approvato la “Nostra Aetate” non tutti erano d’accordo come credo che non tutti lo siano ancora oggi”. Con la dichiarazione Nostra aetate, il Concilio Vaticano II ha ridefinito i rapporti tra cattolici ed ebrei e condannato l’antisemitismo. Laras ha posizioni differenti rispetto a chi ha fatto gli onori di casa – il rabbino capo Di Segni, 60 anni, primario di radiologia all’ospedale San Giovanni di Roma. Di Segni è ottimista e disposto al dialogo.
Le posizioni radicali non gettano ponti e il Mondo ha bisogno di vedere unità almeno nelle religioni. “Gli incidenti di percorso sono sempre possibili” ha detto Di Segni. “Abbiamo interpretazioni storiche molto differenti su quello che è successo e avremmo voluto che di queste cose che ci dividono profondamente non si parlasse in un’occasione che dev’essere dedicata a fondare e sostenere un’amicizia”. Per percorrere quei pochi metri nella sinagoga ci vollero molti anni – si disse nel 1986 in occasione della visita di Giovanni Paolo II – E’ importante creare ponti e non cedere ai falchi che soffiano sul fuoco del rancore e della divisione. La stima della Chiesa per i nostri fratelli maggiori nella fede è indiscussa e su questa base il dialogo continuerà. Già papa Paolo VI nel 1965 scriveva nella dichiarazione “Nostra Aetate”: «Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo. E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo. E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo. La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque».
Un sano giudizio storico sul rapporto tra Pio XII e la shoà sarà comunque possibile solo quando sarà possibile accedere a tutte le fonti, come quelle riposte negli archivi segreti vaticani. L’intenzione del Vaticano c’è già. Dodici volumi di documenti raccolti da 4 storici gesuiti sono già disponibili agli esperti. Potranno fare chiarezza sull”atto mancato” – come l’ha definito Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma – del silenzio di papa Pio XII sulla shoà. Pacifici ammette però di essere al mondo grazie all’aiuto dato a suo padre, salvato dai nazisti dalle suore del convento di Santa Marta a Firenze.
“Il Signore ha fatto cose grandi per loro… ecco com’è bello che i fratelli vivano insieme…” Così alle 17:29 ha esordito papa Benedetto XVI nel suo discorso in sinagoga. Superare ogni incomprensione e pregiudizio è l’unica strada che può costruire. Di fondamentalismi distruttivi ne abbiamo già abbastanza. E il primo applauso Benedetto XVI lo riceve 6 minuti dopo quando si augura: “possano le piaghe dell’antisemitismo essere sanate per sempre”. Per fare questo occorre lo spirito ottimista del filosofo ebraico del XII secolo Mosè Maimonide che disse: «La perfezione spirituale dell’uomo consiste nel diventare un essere intelligente, che conosca soprattutto la sua capacità di imparare”. Come ha ricordato lo stesso Benedetto XVI il mondo si fonda su tre cose, secondo la tradizione giudaica: la Torah, il culto e le opere di misericordia. E tra queste vi sono sicuramente il perdono e il dialogo.

www.giorgionadali.it http://www.affaritaliani.it/politica/papa_sinagoga_ebrei_israle_rabbino_disegni180109.html

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, Benedetto XVI, chiesa, corteo, dichiarato, discorso, espressione, firenze, giovanni paolo, incidenti, intervista, mondo, nazisti, punto di vista, radicali, responsabili, riccardo, roma, sinagoga, vaticano

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