Provare per credere. Un giretto in rete, nel senso di internet, neanche tanto lungo e due o tre siti, facciamo quattro, che magari ogni giorno frequentiamo, in automatico. E il gioco è fatto. Una puntata su Facebook, giusto per vedere cos’ha scritto quell’amico o se hai richieste varie, un salto in messenger lo vuoi fare, giusto per vedere chi c’è in linea e chi si nasconde, beh, poi sei lì vuoi vedere pure la posta e magari linkare un sito collegato. E ovviamente in tutti questi siti hai registrato nome, dati, affidato informazioni, foto, collegamenti e pezzi di vita che non credevi neanche di aver vissuto. “Eccallà”, come direbbero a Roma. E cioè “eccola là!”, la frittata è fatta. Provare per credere. Basta chiudere browser vari e andare a fare un giro nella cartella dei files temporanei e scoprire cosa la nostra navigazione ha lasciato galleggiare nella rete. Di tutto. Di più. Pezzi di noi. Indirizzi, fotine e fotone, collegamenti, dati, dati di amici, parole mandate e ricevute, banner e sottobanner, tutto galleggia a rischio eternità. A dispetto della definizione della cartella e cioè “files temporanei” qui tutto rischia di rimanere perpetuo. Qui dentro o fuori, nella rete a galleggiare appunto. A proposito di perpetuo e di mortale. Domanda: ma quando si muore, perché prima o poi può accadere, cosa succede ai nostri profili in internet che rimarranno presumibilmente inattivi da quel momento? Cosa succede alla pagina di Facebook dopo la morte del titolare? E a tutti gli altri profili che avessimo nei vari altri social network? Che fine fanno i nostri reportage su Badoo o le nostre chiacchiere su Netlog? C’è da rabbrividire. Potremmo generare dei sosia o degli avatar che posson prendere in eredità i profili rimasti senza titolari. Oppure, come ci sono i conti dormienti nelle banche, potremmo inventarci i profili morenti in internet. Oppure si posso lasciar in testamento. Come lasci una casa, una barca, una fattoria e una macchina puoi lasciare in eredità anche i siti internet e gli indirizzi messenger. O molto più semplicemente il sistema si doterà di un meccanismo per il quale dopo un anno di non attivazione il profilo muore da solo. Come negli episodi memorabili di “Mission impossibile” dove c’è quel registratore che dopo le informazioni offerte per risolvere il caso, appunto della missione impossibile, poi lo stesso registratore va in fumo. Tipo: questo nastro si autodistruggerà entro cinque secondi. Oppure: questo messaggio si autodistruggerà entro cinque secondi. Missione impossibile era una serie televisiva statunitense di spionaggio degli anni ’60-’70. Ebbe un certo successo anche in Italia. “Attenzione l’apparecchio si autodistruggerà in dieci secondi”. Ecco così più o meno dovrebbe succedere con il nostro mondo di internet, con i nostri siti, che un tempo ci facevano tanta compagnia e ci servivano tanto per comunicare, archiviare, dialogare, sognare e che, morti noi, dovrebbero morire loro con noi. Seguirci nell’al di là. In fondo, se ci pensate, le cartelle dei files temporanei o i depositi automatici dei siti visitati cono come i cimiteri dei files delle navigazioni compiute, ricordi cibernetici di digitazioni e installazioni, di attivazioni e applicazioni. E il rischio eh da qualche parte ci siano files eterni non è del tutto escluso. Qualcosa di vivo o di non morto del tutto, o di non cancellato nella traccia, in un sistema complesso lo trovi sempre. Bel tema questo dello specchio tecnologico di noi mortali che possiamo lasciare tracce immortali nella rete delle connessioni impalpabili e imponderabili.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

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