Il papa non è un presidente del Consiglio che perde la maggioranza e neanche un presidente della Repubblica colpito da una grave malattia.

Il papa non è un presidente del Consiglio che perde la maggioranza e neanche un presidente della Repubblica colpito da una grave malattia. I papi possono reggere benissimo anche alle intemperie delle maggioranze che cambiano, anche perché dai conclavi passano una volta sola, e alle malattie resistono fino alla fine come è avvenuto nella tormentata odissea di papa Giovanni Paolo II. E invece Benedetto XVI ha voluto costituire un’eccezione anche in questo. E per questo desta ammirazione per una scelta di verità, di libertà, di laicità. Ratzinger è un papa dell’intelligenza, della cultura, della razionalità. Un teologo e un filosofo, oltre che un musicista. Non può trasformarsi in un papa della resistenza, della sofferenza, del dolore. Così, mentre la campagna elettorale si consuma tra promesse folli e battute risibili, vi entra a piè pari una notizia che solcherà le pagine della storia. È la prima volta che accade e la prima volta nella Chiesa e molto di più della prima volta nella politica, e anche nella vita. È una prima volta che si presenta come un bivio dal quale d’ora in avanti nessuno potrà mai più esimersi. Una scelta che segnerà il futuro della Chiesa. E così la domanda che d’ora in avanti sarà ricorrente, a tredici giorni dal voto politico italiano, non sarà più: “Chi sarà il prossimo presidente del consiglio?”. Ma: “Chi sarà il prossimo papa?”. Anche nella cronaca, come confessò amaramente Filippo II al Santo Inquisitore nel Don Carlo di Verdi: “Il trono piegar sempre dovrà all’altare”. E stavolta, lo ammetto, giustamente.

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