
Akin Fatih cambia pelle, cambia stile di regia per parlare di quello che per molti turchi è ancora un tabù: il genocidio dei curdi iniziato ai primi del novecento e che ancora continua.
Parte dalla Mesopotamia, Fatih, collocando la sua storia all’interno di paesaggi grandiosi e desolati prendendo come protagonista il fabbro della città di Mardin e ce lo presenta soprattutto come uomo e non certo come eroe, ricordando che la storia non è fatta da eroi ma da piccoli semplici uomini.
Il suo nome, Nazaret lo colloca e lo connota come appartenente ad una religione e ad un gruppo malvisto e mal sopportato nell’impero ottomano durante la prima guerra mondiale, contro i curdi cristiani si abbatterà il desiderio di sopraffazione, una sorta di pulizia etnica, nei confronti di coloro che fino al giorno prima erano i vicini di casa rispettati e spesso benvoluti.
Il film che è allo stesso tempo una pagina di storia, un dramma e un western, con tanto di assalto al treno, vuole sottolineare il male che l’uomo riesce a fare al suo simile facendo incontrare a Nazaret angeli e diavoli nel suo lungo viaggio alla ricerca delle figlie sopravvissute e finite in America. Parla di guerra e di emigrazione necessaria per Nazaret che desidera solo riabbracciare le figlie.
Nazaret una notte viene arrestato con il fratello, il cognato e molti altri curdi cristiani e costretto ai lavori forzati come lavoratore sulla strada. I forzati vedono passare donne , vecchi e bambini, destinati a campi di raccolta. Solo chi si converte all’Islam potrà avere salva la vita, ma l’offerta è accettata da pochi. Nazaret e i compagni vengono condotti in una vallata per essere uccisi, quando tocca a lui il soldato non ha il coraggio di uccidere”un uomo giusto” e lo colpisce con un taglio poco profondo alla gola che però intacca le corde vocali.
Un ex galeotto torna la notte e lo salva da morte sicura attraversando con lui il deserto, un saponificatore di Aleppo lo aiuta ad entrare in città e lo accoglie in casa sua.
Deciso a trovare le figlie che ha saputo sopravvissute, comincia a cercarle nei bordelli dove viene deriso e offeso e negli orfanatrofi passando dalla Siria al Libano. Riconosciute le figlie in una foto dovrà attraversare l’oceano per continuare la sua ricerca fino a sbarcare a Cuba e da lì seguendo le loro tracce fino agli Stati Uniti e al Nebraska. Un viaggio epico quindi il cui protagonista Nazaret /Tahar Rahim è muto per quasi tutto il film a causa della ferita alle corde vocali ma si carica sulle spalle con testardaggine e determinazione il film comunicando sentimenti e sensazioni solo con gli occhi e con l’uso del suo volto.
Il regista ha dichiarato di aver girato in Siria sei mesi prima dello scoppio della guerra civile e che questo film “esplora la mia coscienza”. Ha usato un grandangolo da 40mm. Per dare allo spettatore “distanza” dall’azione necessaria soprattutto nelle scene di violenza.
Presentato in concorso alla 71^ Mostra del Cinema di Venezia è uscito il 9 aprile nelle nostre sale, forse da Fatih Akin ci aspettavamo di più ma il film merita senza dubbio di essere visto.

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