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Il mondo ha imboccato la via della spesa
SI RISCHIA UN’INFLAZIONE PROSSIMA VENTURA

Più soldi pubblici, per risollevare i mercati. È la ricetta vincente per uscire dalla crisi? Di Davide Giacalone

di Davide Giacalone | 6 Aprile 2009

Il G20 di Londra, circondato dalle proteste rituali ed immerso in un’Europa che comincia a dubitare della propria coesione sociale, ha raggiunto l’accordo su un punto: si stilerà una lista di paradisi fiscali cui si dichiarerà guerra, in modo da ridurre (azzerare, forse, neanche lo sperano) i titoli tossici, ovvero quelle forme di guadagno finanziario che hanno spericolatamente, ma anche pubblicamente e sotto gli occhi inerti di governi ed autorità di controllo, moltiplicato il debiti e peggiorato la loro qualità. La lista ancora non c’è, perché manca il consenso, visto che diversi soggetti difendono i “loro” paradisi, con i relativi santi che vi alloggiano.

Per il resto, capi di Stato e di governo non hanno una ricetta da proporre ai mercati ed ai popoli, non hanno le nuove regole di cui tanto si parla, ma che è difficile mettere nero su bianco senza ammettere che si stanno salvando industrie decotte, aziende ad alto potenziale occupazionale, ma a bassa capacità competitiva. E’ difficile spiegare che sia bello e nuovo il mondo in cui chi è grosso e rischia di fare un botto enorme sarà salvato, mentre chi è in affanno, magari è sano, ma non occupa troppa gente sarà lasciato al proprio destino. Così, alla fine, la ricetta che dovrebbe propiziare la ripresa è la più classica: più soldi pubblici, per risollevare i mercati. Noi italiani, come dire, potremmo tenere dei simposi, in materia. Se poi si guardano i risultati, siamo anche la dimostrazione vivente che non sempre quella ricetta porta fortuna.

Mille miliardi di dollari saranno messi a disposizione del Fondo Monetario Internazionale (una sopravvivenza degli accordi di Bretton Woods, immediato secondo dopoguerra, per il resto quasi tutti sfarinati). A questi si aggiungeranno i soldi che ciascuno spenderà per sé. Da dove vengono questi soldi, in periodi di vacche magre? 40 miliardi li mette la Cina, che nel mondo ha assorbito la grande parte del nostro risparmio e dei nostri debiti e che, quindi, firma un assegno a garanzia dei soldi che ha già in cassa.

Non è generosità, semmai dovremmo sentirci un tantinello più stretti, dalle parti basse. 100 arrivano dall’Unione Europea e 100 dal Giappone, cioè da soggetti già in grave difficoltà nel contenere i propri debiti. Poi, naturalmente, ci sono le banconote statunitensi e quelle inglesi, mano a mano che verranno stampate. Già, perché mentre noi dell’euro, con la nostra nuovissima Banca Centrale Europea, ci siamo autoimposti di fermare le zecche, i cugini anglofoni stampano a tutta birra, ritenendo che uscire dalle secche odierne sia decisamente più importante che difendersi dall’inflazione futura. Anzi, per dirla tutta, l’inflazione non è affatto vista come un male, perché lenisce i dolori degli indebitati, nel mentre spazzola il potere d’acquisto di chi vive con stipendi e salari.

Se le cose dovessero andare come gli stampatori sperano, la ripresa precederà ed accompagnerà l’inflazione. I prezzi saliranno, ma il valore dei debiti scenderà. Il guaio è se si commette un errore nei tempi, se la stagnazione si allunga nel tempo e l’inflazione dovesse precedere la ripresa. In quel caso non sarà un tango argentino, perché loro saltarono in aria quando avevano debiti in dollari, quella valuta viaggiava sulle vette e l’inflazione era un ricordo, ma sarebbe un terribile tarantella. Ballo da tarantolati che si agitano forsennatamente, ma hanno sempre meno energie.

Assieme ai mille miliardi di carta, entro la fine dell’anno prossimo si vuole anche uno stimolo fiscale pari a cinquemila miliardi di dollari. Gli Stati Uniti rappresentano il 4,6% della popolazione mondiale, ma producono il 20,8 della ricchezza, sempre mondiale. Le loro famiglie sono molto indebitate, ma lo Stato lo è meno, quindi non hanno paura di far crescere il debito pubblico, per giunta sapendo di star accendendo la locomotiva dell’inflazione. L’Unione Europea ha il 6,9% della popolazione mondiale, e produce il 22,3 della ricchezza. Siamo, insomma, forti quanto e più degli americani. Ma c’è un piccolo particolare: non siamo uno Stato, non abbiamo una politica unica e ci sono forti squilibri interni. Noi italiani, ad esempio, siamo costantemente sotto accusa (meritandocelo) per il nostro debito pubblico. In queste condizioni, che diamine di stimolo fiscale mettiamo in campo?

Berlusconi è stato chiaro: possiamo far salire il debito, perché si tratta di una misura temporanea. Ma non ho ancora sentito la risposta europea. E, del resto, negli anni delle vacche grasse non siamo stati capaci di farlo scendere. Questa è una colpa, che rischiamo di scontare nel momento più brutto.

E’ questa la ragione per cui continuiamo a ripetere che la crisi deve offrirci l’occasione di varare riforme strutturali, che rivoluzionino la legislazione del lavoro, quella fallimentare, quella creditizia, perché l’Italia sia nelle condizioni di potere alzare le vele e prendere il vento della ripresa, quando soffierà.

Invece, purtroppo, sembra stia prevalendo la paura, il desiderio di proteggere il proteggibile, in questo modo rendendo le nostre vele sempre più rigide, cartonate. Il mondo ha imboccato la via della spesa, avendo poche alternative. Non possiamo limitarci ad assistere, partecipando meno degli altri perché più degli altri indebitati. Se non imbocchiamo la via delle riforme ci beccheremo l’inflazione che agevola gli altri, ce ne gioveremo solo per il debito pubblico (mentre le famiglie, poco indebitate, la pagheranno), ma resteremo in porto quando i concorrenti usciranno a pesca.

Davide Giacalone – Pubblicato da Libero

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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