Victor Davis Hanson —storico (e farmer) che passa per trumpiano— ha il pallino di Roma. La sua formula è chiara: brandisci la forza, minaccia, patteggia e lascia ai vinti quel che resta. Le città-stato greche sotto l’Impero romano perdevano la sovranità esterna —niente guerre proprie— ma si autogovernavano quel tanto che teneva Roma serena. Hanson vede Trump come un Cesare dei nostri giorni, pronto a imporre una pax americana con sanzioni e ultimatum. Le minacce alla Russia del 7 marzo 2025 —sanzioni bancarie e tariffe per un cessate il fuoco in Ucraina— sembrano il suo manuale. Ma la propaganda di Mosca, capitanata da Sergey Lavrov, ghigna beffarda: “Come può il regime nazista di Kyiv rappresentare Crimea, Donbas o Novorossiya?” (mid.ru, 26 dicembre 2014), un ritornello rispolverato di recente con la pretesa di strappare la Chiesa ortodossa ucraina a Kyiv per darla a Mosca. È un affronto che sabota i negoziati a tre, spingendo Trump a voler trattare solo con Putin, faccia a faccia. Peccato che l’America non sia Roma, il mondo non sia il suo cortile, e cedere a Mosca rischi di risvegliare spettri dalla Turchia alla Cina, con Putin che se la gode.

Un’America che non comanda più
Hanson sogna un’America imperiale, ma il 2025 lo sbugiarda. Roma affrontava i nemici dentro i suoi confini, dettando legge. Trump mercanteggia in un caos globale dove il diritto internazionale —figlio dell’ONU voluto dall’America— dovrebbe reggere il timone. Dare Crimea e Donbas alla Russia per fermare la guerra non è da padrone: è il compromesso di chi ha perso la presa. Se Hanson scommette sul più forte —oggi Putin, domani Xi?— sta ammettendo che l’America non è più Roma. Le sanzioni possono intimorire, ma non rifanno la mappa come un tempo.
Crimea e tatari: il passato che brucia
La Crimea non è solo terra: è una ferita viva. Ucraina per legge (ONU, 68/262, 2014), fino al ‘700 era tatara—musulmani, turchi, maggioranza assoluta. I russi? Un misero 2-3%. Gli zar colonizzarono, Stalin deportò 200.000 tatari nel 1944—metà morì tra viaggio e fame, oggi combattono come volontari per Kyiv—e Mosca ha pompato russi fino al 65%, con villaggi russificati e moschee ridotte a polvere. Hanson, che si strappa i capelli per l’identità americana minacciata dall’immigrazione, tace su questa pulizia etnica. Un patto con Putin la incornicia: non è “sovranità interna” alla romana, è annientamento. La Turchia, che considera i tatari fratelli, guarda e non scorda.
Il diritto internazionale: un coltello a doppio taglio
Sacrificare il diritto internazionale è un harakiri. L’ordine del 1945 ha fatto degli USA i re del mondo, con i confini sacri. Crimea e Donbas, russificati da secoli, scelsero l’Ucraina nel 1991: la Crimea con un 54,19% risicato (57,07% a Sebastopoli), il Donbas —Doneck e Luhans’k— con un 83% netto, nonostante i russofoni (lo stesso Zelensky lo è). Eppure Hanson accetta che un carro armato cancelli quel voto. Se passa, la Cina punterà Taiwan, la Russia i Baltici, e gli USA staranno muti, senza più voce per protestare. Trump può zittire la guerra ora, ma spalanca un vaso di Pandora dove Mosca e Pechino riscrivono le regole.
Zelensky: il grido che Trump ignora
Zelensky non ci sta. Il 28 febbraio 2025, alla Casa Bianca, ha colpito duro: “Abbandonateci, e la guerra busserà da voi.” Trump e Vance hanno sbuffato, ma era un monito tagliente: cedere oggi è un invito a Putin per domani —Polonia, Finlandia, chi lo sa. Hanson lo bollerebbe come idealista, ma Zelensky vede il domino: un compromesso non è pace, è un via libera a nuovi massacri. L’Ucraina, ridotta a cuscinetto, sanguina mentre Mosca si strofina le mani.
Putin sogghigna, la Turchia ribolle
Putin non tentenna. Dopo le minacce di Trump del 7 marzo, ha replicato secco: “Sanzioni? Le abbiamo già viste. L’Ucraina è nostra, punto” (TASS). Ha ordinato bombe su Kryvyi Rih —40 morti il 6 marzo— per far vedere chi comanda. Ma c’è di più: la Turchia fuma di rabbia. Nel 1453 prese Costantinopoli, spingendo la Chiesa ortodossa a rifugiarsi a Mosca. Quella Chiesa fece della Russia una potenza, rubando il nome Rus’ a Kyiv e tingendo il potere di teocrazia —lo zar come unto di Dio. Oggi Kirill benedice la guerra ucraina come “sacra” e sogna Costantinopoli-Istanbul (15,6 milioni di abitanti) a 500 anni dalla caduta. Un’utopia? Forse. Ma un vantaggio a Mosca in Ucraina dà ossigeno a quei sogni.
Russia, Cina e il discorso di Putin
Putin lo disse chiaro nel 2007, a Monaco: “Il mondo unipolare è finito, ci riprendiamo ciò che è nostro” (Kremlin.ru). Crimea, Donbas, domani chissà—è la sua tabella di marcia. Russia e Cina dettano il ritmo, non perché siano colossi, ma perché l’Occidente inciampa. Pechino arma Mosca con droni e chip (NATO, 2024), osserva e aspetta. Cedere a Putin ora non lo placa: lo rende più famelico, con Xi che ghigna sullo sfondo. L’asse sino-russo è fragile —Mosca è un nano economico, la Cina vive di export— ma un compromesso gli dà tempo per solidificarsi.
L’Europa trema, la NATO si sbriciola
L’Europa è un fascio di nervi. Non ha i muscoli di Roma, ma non digerisce conquiste che sanno di Sudeti ‘38. Francia e Regno Unito spingono truppe di pace (DW, 5 marzo), la Germania tentenna, i Baltici urlano. Se Trump sacrifica l’Ucraina, la NATO si spacca. Hanson non lo vede: il suo pragmatismo “romano” frantuma l’alleanza che dovrebbe reggere l’Occidente. L’UE, debole ma ostinata, parla di un esercito proprio (France24, 6 marzo), ma senza gli USA è un bluff. E la Turchia, membro NATO, potrebbe agire da sola —magari in Crimea— se Mosca esagera.

Un miraggio che scatena guerre
Il miraggio di Hanson è lampante: Trump gioca a fare Roma, ma l’America non ha mai avuto un impero —solo un primato morale dopo due guerre mondiali, non territoriale. Cedere a Mosca non è strategia, è resa mascherata. Legittima Crimea e Donbas, ignora i tatari, e dà a Putin benzina per sogni teocratici —da Kyiv a Istanbul. L’Ucraina non è la “Piccola Russia” che Mosca sogna, un’etichetta da zarismo d’altri tempi: è una nazione che lotta per respirare. Russia e Cina ridono, l’Europa si agita —gli va indigesta la Terza Roma di Dugin & C., c’è da capirla— la Turchia affila i coltelli. E affidare tutto a una classe politica come quella di Marco Rubio —che si presenta in conferenza stampa con una croce di cenere in fronte, fresca di Mercoledì delle Ceneri— è un buon auspicio per gestire un groviglio del genere? Un compromesso oggi non ferma la guerra: la rimanda, magari di dieci anni, quando l’Occidente sarà stanco. Rimettere Putin al suo posto ora —sanzioni toste, armi non minimaliste a Kyiv, se necessario— spezzerebbe l’asse con Pechino. Serve fegato, non nostalgie romane. Zelensky lo grida, la Turchia lo sussurra, Putin lo sfida. La storia guarda.
Luciano Priori Friggi

Lascia un commento