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“IL MIO CARSO” di Scipio Slataper

Un irredentismo inteso non come banale sciovinismo, ma come liberazione della propria terra da regimi estranei o dispotici e potenziale federazione delle patrie liberate a livello europeo.

di Mario Barnabè | 26 Agosto 2019

E’ trascorso un secolo dalla pubblicazione a Firenze de “ Il mio Carso” per la  Libreria della Voce, diretta da Prezzolini, ma le parole di Slataper mantengono inalterate la loro freschezza e modernità anche con l’uso di espressioni dialettali e neologismi. La Trieste di fine 800 era il principale porto commerciale dell’impero austroungarico ormai declinante e stanco ed anche un vero e proprio crocevia di culture. La presenza del porto era il principale sostegno dell’economia locale , con la conseguente presenza di banche, empori ed assicurazioni. Trieste diveniva quindi  anche un microcosmo di etnie, lingue e religioni: la maggioranza dei cittadini era di lingua italiana e di religione cattolica, ma vi era una minoranza slava e una minoranza di religione ebraica. La lingua ufficiale era il tedesco, anche per la presenza di una forte burocrazia absburgica, ma le manifestazioni studentesche per una università italiana erano solo la prima espressione di un latente irredentismo che avrebbe poi condotto solo pochi a successive derive nazionalistiche. In questo ambiente economico-sociale il disagio giovanile, che già la dissociazione fra il nome latino ( Scipio) e il cognome slavo ( Slataper) avrebbe potuto far presagire, si esprime chiaramente nelle pagine de Il mio Carso. D’altronde lo stesso Slataper diceva di sè di avere dello slavo strane nostalgie e sogni, del tedesco l’ostinazione e la tendenza autoritaria e dell’italiano l’aspirazione all’armonia e alla classicità.

Il mio Carso ,opera lirica ed autobiografica, non è  un diario perché manca della riflessione quotidiana, né una autobiografia tradizionale in quanto manca di un ordine cronologico preciso. Vi si intrecciano strettamente la tenue malinconia dei ricordi, il dramma del presente e le dichiarazioni programmatiche per il futuro. Scipio rifiuta la sintassi della tradizione e con aspra espressività evoca sensazioni olfattive e visive in una interpretazione panica della natura, nel desiderio quasi fisico di immersione nelle forre e nelle doline carsiche per divenirne parte e nel rifiuto di quelle sovrastrutture formali presenti in città che neppure il soffio violento della bora riesce a cancellare.

L’opera può, seguendo le indicazioni dell’autore, essere divisa in tre parti, che forse potremmo reinterpretare come il cammino dalla fanciullezza(coi giochi d’acqua sulla spiaggia e i colpi della pallina sul tamburello  a ritmare i battiti del cuore verso il primo amore Vila) alla adolescenza tormentata dal suicidio della amata Gioietta- Carsina ( Anna Pulitzer),  fino alla raggiunta maturità adulta a Firenze.  Qui riesce con sofferta fatica a trascendere il dolore della perdita in un razionale  volontarismo etico…” Noi vogliamo amare e lavorare…”

Il mio Carso  si rivela quasi un esame di coscienza che si risolve in una sincera quanto suggestiva e dolorosa autoanalisi. C’è la curiosità antropologica e il desiderio di immedesimazione nella cultura slava, di cui ammira la barbara spontaneità, ma anche la voglia di far parte della intera cultura mitteleuropea che si era venuta formando in seno all’impero e forse aveva il suo fulcro a Praga. Trasferitosi a Firenze e divenuto collaboratore della Voce scrive “ Poi son venuto qui… ho imparato l’italiano, ho scelto gli amici fra i giovani più colti. Vorrei ingannarvi, ma non mi credereste…Capireste subito che sono un povero italiano che cerca di imbarbarire le sue solitarie preoccupazioni.”Benchè amico non condivide però le raffinatezze dialettiche né il virtuosismo talora narcisistico degli amici di Firenze: gli amici di Trieste si riconoscono, invece, in una semplice e leale stretta di mano. In effetti allo scoppio della guerra Slataper, lettore di italiano ad Amburgo, si affretta a rientrare in Italia per arruolarsi. Una volta giunto a Firenze, in convalescenza per una prima ferita, nota come gli amici vociani ( che tanto avevano urlato per una entrata in guerra) si siano ben guardati dall’arruolarsi, preferendo restare in città.

Il ricordo della guerra abissina seguita col padre sulla carta geografica e la preghiera serale per l’Italia, vera e lontana patria, la cui potenza è idealizzata dalla lontananza e amata nei bersaglieri di Lamarmora, sono chiara espressione di un “ humus” tendenzialmente irredentista, nutrito della tradizione iconografica risorgimentale. Scipio sempre fedele ad un ideale di vita compenetrato di valori assoluti, dal moralismo politico al senso dell’arte come missione, espone i caratteri di una propria fede stoica capace di dare un senso alla vita dopo aver perduto la fede religiosa della tradizione. La sua parabola non fu, del resto, isolata ma in compagnia dei fratelli Carlo e Giani Stuparich, che pure collaboravano a La Voce ed erano partecipi della sua stessa passione. Un irredentismo inteso non come banale sciovinismo, ma come liberazione della propria terra da regimi estranei o dispotici e potenziale federazione delle patrie liberate a livello europeo. Scipio infatti cita con affettuosa emozione la Boemia e la Croazia e al contempo Giani Stuparich pubblica il volume “ La nazione ceca” esplicitando una sorta di consanguineità tra Praga e Firenze. Tale volume fu pubblicato dall’editore Battiato di Catania nella collana “ La Giovine Europa” che era stata inaugurata dal “ Mazzini” di Gaetano Salvemini. Pur amando profondamente l’Italia e Trieste, Scipio  si sente parte della pietrosa e barbara solitudine del Carso e della bora che ne è il vero e forte respiro.  Sente fraterno il popolo slavo, non più schiavo ma costante e parco, forte e paziente e padrone del domani. “ Tu sei fratello del contadino russo che presto verrà nelle città sfinite a predicare il nuovo Vangelo di Cristo…” Analoga immagine proietta in quegli stessi anni Blaise Cendrars ne “ La prosa della transiberiana”.  L’intelligenza sensibile e aperta di Slataper vede in Trieste il punto di incontro e di dialogo di diverse tradizioni etnico-culturali, dalla veneto-giuliana alla dalmata. Lo stile ha la limpida ispirazione e la naturalezza dell’acqua di sorgente, che può d’improvviso scomparire in una forra divenendo prosa, ma riappare qualche pagina più a valle in forma di musicale poesia in prosa: la gioia della natura si manifesta così nei ricordi della fanciullezza con un amore dalla delicatezza virgiliana.

Goliardico è il ricordo della partecipazione alle dimostrazioni per l’Università italiana a Trieste e la fuga dalla presa del gendarme,  avendo in mente le sagge parole della nonna veneziana “ Né per torto né per rason ,non state far metere in prison”. La ripulsa infastidita di Scipio dei formalismi e delle abitudini consuete della borghesia triestina ( dalla passeggiata serale per le vie del centro ai continui quanto immotivati e ripetuti sorrisi di saluto) più che una presa di coscienza antiborghese appare una critica giovanile di certi formalismi insinceri del ceto medio cittadino. Tuttavia nella reazione a questa negativa espressione di perbenismo sogna potenziali alleati non nel proletariato operaio, ma nelle bettole, fra gli strati più emarginati della società, in quello che Marx definirebbe “ lumpenproletariat”: “ Sono fra ladri ed assassini, ma se io balzo sul tavolo e Cristo mi infonde la parola, io con essi distruggo il mondo e lo riedifico. Questa è la mia città. Qui sto bene”.

Ed ancora ricorda l’amore  di Gioietta, la  giovane bella e comprensiva che accetta dolcemente di rinunciare ai balli  e leggere qualche libro per assecondare i desideri di Scipio che però la lascia nella disperazione, pur di non sottostare alle convenzioni borghesi. Ed ancora riemerge il mazzinianesimo implicito nel nome stesso de “ La Giovine Trieste”, associazione politica studentesca di sinistra liberale. L’irredentismo della Giovine Trieste, mescolando retorica e burocrazia politica con incontri nelle case di appuntamento, asseconda gli eterni interessi dell’adolescenza, ma delude la tensione ideale di Scipio, nutrita e forgiata nel culto degli eroi, da Oberdank a Garibaldi ( per arruolarsi nelle cui file uno zio tredicenne era fuggito di collegio , camminando da Fiume a Venezia).

“ Noi vogliamo essere noi, con i nostri difetti e le nostre virtù, liberi di respirare l’aria che ci spetta. Io sono contento di aver avuto una famiglia povera. Sono cresciuto con un dovere ed uno scopo”.

Le prime esperienze giornalistiche al Piccolo si confondono in “ flash-back” con le polemiche fiorentine contro gli alti discorsi di arte e letteratura privilegiati dagli amici vociani sulla ricerca vera di umanità, mentre gli assiomi di Scipio sono validi tuttoggi: “ Chi vuol riformare gli altri non ha il diritto di essere debole. Bisogna andare avanti e dritti. Bisogna accogliere con amore la vita anche quando essa è pesante. Bisogna obbedire al proprio dovere.” E’ certo presente in lui una istanza distruttiva del perbenismo borghese, ma è altrettanto certamente presente una spinta etica di società alternativa permeata di valori tradizionali e classici, in parte sovrapponibili a quelli della antica Repubblica  Romana, a cui sembrano portare anche le rare ma puntuali citazioni latine . Alla immediatezza di espressione e alla modernità del tormento, che cerca sollievo liberatorio nelle pagine, va aggiunta la sapiente misura con cui vengono quasi dipinti, con pochi essenziali segni schizzati sul foglio, quadri di vita quotidiana .Si tratta di qualità tanto più mirabili quanto espresse in epoca di un trionfante virtuosismo letterario se non di retorica. La sofferenza dell’anima sogna evasioni nel futuro più improbabile, nel tormentoso ricordo di Gioietta-Carsina, morta suicida per il suo abbandono ( come Didone per l’abbandono di Enea) ed invano cercata negli immensi spazi notturni e nella  amara solitudine delle strade percorse dal vento. La nostalgia delle memorie avvolge idilliche immagini famigliari e laceranti sentimenti di gioventù in una visione di Trieste come centro del Carso, ma ad esso quasi estranea.

Enzo Bettiza, forse uno degli ultimi epigoni di quella gloriosa tradizione letteraria che va da Svevo a Saba, da Silvio Benco a Tomizza, dagli Stuparich ad Angelo Vivante, ricorda ancora oggi Trieste come città un po’ crepuscolare, soffusa di silenzioso pessimismo, e nonostante ciò, ribollente microcosmo europeo incapsulato nel ventre del dissolto impero danubiano: con lucidità di politico prospettando un futuro europeo ad una realtà dal passato mitteleuropeo distrutto.

In Scipio la visione politica cede invece al sentimento nella originale ispirazione propria del poeta: la solitudine come condizione essenziale della espressione e il dolore come catalizzatore della problematica esistenziale, nel valutare la caducità “ humanarum rerum”. La disperazione per il suicidio della amata  si esprime in stillicidio di ore e di giorni, di isolamento e di silenzio, fino al vagare nelle notti per il Carso: nel doloroso contrasto fra la propria sofferta mancanza di fede religiosa e il desiderio lancinante di immortalità per Carsina, subito modificato( seguendo la tradizione della classicità) nel desiderio di una pira di tronchi di pino per poterne ardere il bianco corpo incorrotto. Lavorare diviene così per lui la vana ricerca di un ristoro per le sofferenze dell’anima e la crisi di valori umani e religiosi è risolta nell’ottica del Dovere: “ Non sai se il mondo esiste o no. Non sai cosa tu sei. Può essere che l’universo sia nato da una maledizione. Il tuo dannato lavoro sarà, forse, eternamente vano. Ma lavorerai, come se tu fossi l’ultimo dei rimasti…Creatura, io benedico il giorno che sei nata e il giorno che hai voluto morire. Non chiedo e non urlo. Io so che tu sei morta ferma e sicura. Le piccole parole non possono spiegare la tua morte. Ma ogni buon atto nostro viene da te, e tu continui a vivere nel laborioso amore. Cercheremo di essere degni di te.”

La carica ideale di Scipio si incentra e realizza così nell’amore per il prossimo e per Trieste che “ salverà la sua italianità facendo del bene alle altre nazioni”, in un afflato di religiosità laica che si ispira a Mazzini, come gran parte dell’interventismo democratico. Può parlare di esegesi nazionalista solo chi guarda  alla superficie degli avvenimenti, poiché allora come oggi la confusione fra nazionalità e stato-nazione è  la causa di tale equivoco. Lo stato dovrebbe essere un mezzo al servizio della società, un po’ come la macchina al servizio del lavoro. Ma come la macchina ha finito per sottomettere il lavoratore, così lo stato ha finito per sottomettere la collettività.

L’amor di patria di Slataper, essendo antitetico al nazionalismo e allo sciovinismo, può interpretarsi come profetica visione del successo del federalismo europeo sullo stato-nazione. “ Lontana è la patria e il nido disfatto. Ma commossi d’amore ritorneremo alla patria nostra Trieste e di qui cominceremo”. “ Noi vogliamo bene a Trieste per l’anima in tormento che ci ha data. Essa ci strappa dai nostri piccoli dolori, e ci fa suoi, e ci fa fratelli di tutte le patrie combattute”.

Mario Barnabè

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: anni, banche, crisi, espressione, federalismo, firenze, futuro, gaetano salvemini, garibaldi, giovani, italia, la nazione, lavoro, mondo, nato, natura, nazione, poesia, religione, repubblica, sostegno, trieste

Info Mario Barnabè

Sono nato il 14/5/1944 a Imola. Dopo il Liceo Classico mi sono laureato in Medicina e Chirurgia alla Università di Bologna nel 1970. Mi sono specializzato( con lode) alla Università di Modena nel 1972. Sono stato sottotenente medico presso la Casema Varanini ( genio pionieri) di Bologna dal giugno 1972 al 1973. Dipendente dell’Ospedale per gli Infermi di Faenza reparto di odontoiatria ( prima come assistente poi con l’incarico di aiuto) dal 1973 al 1977. Infine libero professionista dal 1977 al 2009 quando ragiuni di salute mi hanno costretto alla pensione. Ho sempre collaborato a periodici di area laica. Sono iscritto al movimento federalista europeo dal 1964 e ho fondato la sezione di Imola della Associazione Mazziniana Italiana nel 1981. Dalla pensione ho scritto numerosi articoli sui collaboratori dei Quaderni di Giustizia e Libertà.

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