
(foto di Cristiano Vailati)
C’è un convitato di cui poco si è parlato dopo le elezioni di questi ultimi mesi, eppure è stato un vero protagonista. Ci riferiamo al militante di partito, il tesserato, figura un tempo fondamentale, oggi marginale e persino poco stimata, perché così va il mondo: gli egoisti fai da te che svalutano e compatiscono l’impegno pubblico.
In questi mesi, il militante ha vinto in realtà due volte: alle regionali di settembre e alle primarie degli iscritti al PD, con numeri rilevanti, partecipazione e convinzione, ma poi ha perso la battaglia decisiva, quella delle primarie aperte, che hanno dato un esito che non solo ha spiazzato i sondaggisti, ma ha creato un “unicum” mondiale per gli studiosi: un partito che fa le proprie scelte democratiche, ma la domenica dopo viene sconfessato nelle elezioni vere, quelle del proprio leader.
Dicevamo dei sondaggisti. Per la prima volta da molti anni sono stati smentiti, ma avevano interrogato una platea che non corrispondeva a quella effettiva, causa assenza alle urne fino a più del 60% degli aventi diritto. Impossibile il gioco algebrico che di solito conferma più o meno il modello su scala più piccola. Servirebbero due sondaggi paralleli (uno sul totale degli elettori e uno sui reali partecipanti) con esiti diversi, che però paradossalmente sarebbero entrambi veri. E’ cosi che, alle regionali, partiti dati per sconfitti, addirittura umiliati da previsioni catastrofiche – PD, Lega, Forza Italia – se la sono cavata, e il mancato tonfo è diventato un successo. E’ scattato evidentemente il patriottismo dei militanti, che sono andati a votare talora con rabbia. Anzi, i militanti hanno “firmato” le loro schede, con una pioggia di preferenze mai vista. Un segnale di fiducia nella politica, dopo l’ubriacatura dell’uno vale uno e delle liste bloccate. Non l’acritica accettazione di scelte fatte al tavolino della spartizione, ma un ragionato percorso di scelta dei candidati ritenuti più adeguati. Dovrebbe essere sempre così, e chissà che sia proprio questo il modo di far tornare la gente alle urne…
E’ stato comunque un dato democraticamente significativo. Ma se esageri, e applichi l’iperdemocrazia dell’aperura totale delle primarie vere (nessuno al mondo le riserva alla scelta del capo partito, comunque) ti arriva la sorpresa – non credete a chi dice che lo aveva previsto – e cioè la subitanea cancellazione ex post del segretario voluto dagli iscritti, rimasto tale in mondo virtuale solo per qualche giorno. Cosa legittima, perchè prevista fin dai tempi della forsennata ricerca del nuovo, che ha premiato negli anni outsider e underdog: da Segni a Di Pietro, a Renzi a Grillo, e ora Meloni e Schlein. Tutti nuovi e rapidamente candidabili all’irrilevanza, dopo l’entusiasmo iniziale.
L’occasione d’oro era proprio questa delle primarie PD, prima competizione totalmente aperta, e il nuovismo, marchio di fabbrica di questa epoca insoddisfatta, ha avuto il suo trionfo.
Qui, i soli militanti non potevano resistere all’onda. Con un milione di votanti una minoranza di appassionati, di patrioti di partito, non resiste.
Cosa abbia determinato davvero questo risultato è ora oggetto di approfondimento. I maligni dicono che non bisogna farsi ingannare dall’apparenza, e che in realtà anche in questo caso abbia funzionato la militanza, magari non quella degli iscritti, ma quella degli interessi di riferimento, visto che tutto l’establishment di potere PD era schierato con la candidatura di rottura e quella prevista come più forte non aveva portato ai gazebo gli elettori, convinti che avrebbe vinto lo stesso.
Altri fanno arditi calcoli sul ruolo degli esterni, in particolare dei 5Stelle, ma dubitiamo, perché bisognerebbe attribuire ad un movimento forte solo quando protesta, una sottile e per di più diffusa capacità politica mai dimostrata. Sta di fatto che un istituto ha misurato nel 22% il ruolo di questi incursori e un altro solo nel 5%.
Resta un problema, cioè la fine che sarà riservata a chi alle regionali, ma in fondo anche il 25 settembre, ha reclamato uno spazio alla politica stabile dell’appartenenza anziché alle emozioni del momento.
Il militante è uscito stordito dalla prova primarie, che riguarda un partito solo, ma interpella tutti gli altri. Chi glielo fa fare – ora – di prendere in futuro una tessera, chiamare congresso una coda ai gazebi senza un vero confronto programmatico, se poi arriva una regola nuova ma strana che ti porta via la creatura cui hai dedicato tempo, energie, soldi e faccia? La democrazia è una strada in salita, ma farsi del male da soli può essere frustrante.
Beppe Facchetti

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