Questa commedia goldoniana, scritta in dialetto veneziano ed articolata in cinque atti, fu messa in scena per la prima volta al teatro San Luca di Venezia nel 1756.
La stagione 2014/15 dell’Opera di Firenze si apre giovedì 25 (ore 20,30, repliche il 28, il 30 ed il 2 e 4 ottobre) con un’opera di rara esecuzione, “Il campiello” di Ermanno Wolf-Ferrari, ispirata all’omonima commedia di Carlo Goldoni. Rappresentato per la prima volta alla Scala di Milano nel 1936, “Il campiello” non è mai stato messo in scena a Firenze ed è quindi, a maggior ragione, da considerarsi una scelta quanto mai originale aver deciso di inaugurare proprio con tale opera la stagione del nuovo teatro del capoluogo toscano. L’allestimento è in coproduzione con la Fondazione teatro Verdi di Trieste, mentre la regia è affidata a Leo Muscato, con le scene di Tiziano Santi; sul podio, a dirigere orchestra e coro del Maggio Musicale, il giovane Francesco Cilluffo.
Di cosa tratta “Il campiello”? Anzitutto occorre ricordare che questa commedia goldoniana, scritta in dialetto veneziano ed articolata in cinque atti, fu messa in scena per la prima volta al teatro San Luca di Venezia nel 1756. L’autore, nel pieno della sua attività creativa, stava cercando di affermare – non senza difficoltà – la sua concezione di teatro realistico, che superasse definitivamente la commedia dell’arte con le sue maschere tradizionali, ma ormai ridotte a stereotipi, nonché immerse in una comicità grossolana. Altro elemento interessante, caratteristico proprio del “Campiello” ed anche di un’altra commedia famosa come “Le baruffe chiozzotte”, è che Goldoni stava iniziando a distaccarsi dalla rappresentazione del ceto borghese (come era avvenuto ne “La bottega del caffè” o ne “La locandiera” di pochi anni prima), per dare invece voce e spazio al mondo del popolo, rappresentato in una dimensione corale e non priva di valori positivi. In tal modo, protagonista della commedia è proprio il campiello, vale a dire la piazza veneziana, con una grande varietà di personaggi e nella quale si inserisce il cavaliere napoletano Astolfi, giovane squattrinato che mette in crisi l’equilibrio iniziale.
Il libretto dell’opera di Mario Ghisalberti prevede una riduzione ed adattamento in tre atti rispetto ai cinque della commedia goldoniana. Per quanto riguarda l’aspetto musicale, è evidente che l’italo-tedesco Wolf-Ferrari, alieno tanto dalle avanguardie, quanto – salvo le eccezioni di “Sly” e de “I gioielli della Madonna” – dal verismo di numerosi italiani suoi coevi, alla fine preferisca rivolgersi con ironia e disincanto al Settecento di Mozart e di Cimarosa, ma ovviamente rivissuto da artista novecentesco. Unica eccezione invece, quale riferimento al secolo XIX, è il “Falstaff” di Verdi, opera che Wolf-Ferrari dovette ammirare fin dalla sua giovinezza (aveva 17 anni nel 1893, quando l’estremo capolavoro verdiano fu rappresentato per la prima volta).
Si può quindi comprendere il motivo per cui il regista Muscato, in accordo con il direttore Cilluffo, abbia pensato di ambientare il primo atto nel Settecento, rispettando l’epoca goldoniana, il secondo nell’anno della prima del lavoro di Wolf-Ferrari (1936) e l’ultimo ai giorni nostri; un’idea molto accattivante e che potrebbe risultare valida sul piano drammaturgico, anche in un’ottica di maggiore coinvolgimento e di stimolo intellettuale nei riguardi del pubblico dell’Opera di Firenze.
Per informazioni ulteriori si veda www.operadifirenze.it

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