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Il limite dei processi indiziari

di Roberto Fronzuti | 15 Febbraio 2015

Non crediamo alla teoria che tanti indizi costituiscono una prova (gli indizzi rimangono indizi). Noi affermiamo il sacrosanto principio che un imputato vada condannato, quando la prova va oltre ogni ragionevole dubbio.
La sera del 5 febbraio, la trasmissione Porta a Porta ha ospitato Raffaele Sollecito, il ragazzo pugliese accusato di aver concorso all’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, uccisa a Perugia il 1° novembre 2007. Sollecito è stato condannato per omicidio in primo grado e assolto in secondo. Successivamente, il processo di assoluzione è stato annullato e adesso -dopo aver scontato 4 anni e mezzo di carcerazione- deve affrontare un nuovo processo. Stessa sorte è toccata ad Amanda, la ragazza statunitense, che avrebbe commesso l’omicidio insieme a Sollecito e a Rudy Guede, il cittadino livoriano condannato in via definitiva con rito abbreviato. Volutamente non entriamo nei particolari del processo; ci limitiamo a commentare il fatto che le lungaggini giudiziarie sono dovute all’incertezza. La verità è che manca la prova “regina”. Tutto il processo si basa su indizi. Neppure Rudy Guede, che non ha nulla da perdere (essendo già stato condannato) e che era presente sul luogo del delitto, accusa Amanda e Raffaele. Purtroppo, il percorso giudiziario dei casi di omicidio, dove manca un testimone oculare, è ricco di incertezze e incongruenze.

E’ il caso di Anna Maria Franzoni, che viene imputata dell’omicidio del figlio, lasciata libera per anni, insieme all’altro figlio Lorenzo, fino alla sentenza definitiva che l’ha ritenuta colpevole di omicidio. La logica avrebbe imposto l’arresto immediato, perché la Franzoni era in grado di uccidere ancora (reiterazione del reato). Se viceversa, gli inquirenti, che fin dall’inizio non l’hanno ritenuta stabile mentalmente (si è parlato di fenomeno dissociativo; comune a chi  uccide e poi dimentica), avrebbero dovuto farla ricoverare in un reparto psichiatrico del più vicino ospedale e non lasciarla insieme a Lorenzo e all’altro bambino frattanto concepito e partorito. E poi scrivere 2500 pagine per motivare la sentenza equivale ad avere una montagna di dubbi. In una situazione, in cui tutto è chiaro, si redige una sentenza di poche pagine. La verità è che a Cogne, nessuno ha visto Anna Maria Franzoni uccidere il figlio Samuele; la condanna si basa solo su degli indizi (le macchie di sangue sul pigiama di Anna Maria). Il processo di Garlasco è viziato dalle stesse problematiche. E’ stata messa in piedi  una montagna di carte, perché anche in questo caso manca la prova decisiva. Non si può condannare per omicidio un ragazzo sulla base di una camminata sul luogo del delitto, e per il fatto che le sue scarpe non sono macchiate di sangue. Il ragazzo non è stupido; avrebbe potuto anche lavare le scarpe (facendo un errore) in un momento di panico, pur non essendo il colpevole. Mettiamoci nei suoi panni; entra in casa e si trova in un lago di sangue. La propria ragazza riversa a terra; è legittimo farsi prendere dal panico e pensare a qualche precauzione. E poi non dimentichiamo che è stato lui, Stasi a dare l’allarme. Viceversa, se avesse ucciso, avrebbe potuto lasciare in modo defilato l‘abitazione di Chiara Poggi senza chiamare il 118. La verità è che, anche in questo caso, manca la prova decisiva, tant’è che il giudice monocratico (in primo grado e con il rito abbreviato, è un magistrato da solo a decidere; non c’è giuria popolare) non lo condanna e ne ordina la scarcerazione. Noi ci mettiamo nei panni del magistrato che lo ha assolto: non ha avuto l’assoluta  certezza della colpevolezza, e non ha condannato un ragazzo a trent’anni. L’assassino potrebbe esser arrivato da un paese vicino, aver ucciso Chiara ed essere subito ripartito. Le stesse pecche degli altri casi che abbiamo illustrato, contraddistinguono il processo a Salvatore Parolisi; un uomo sicuramente infedele e capace di mentire, ma di qui a diventare un assassino, c’è una grande differenza. Addirittura, Parolisi –secondo le tesi dell’inquirente- avrebbe ucciso, infierendo sul corpo di Melania, mentre aveva la figlioletta Vittoria in macchina, e a pochi metri. Poi sarebbe risalito sulla vettura, avrebbe accesso il motore e con a bordo Vittoria sarebbe andato in giro a procurarsi un alibi. Ed anche in questo caso, non c’è nessuna prova, al di là di indizi opinabili. Troppo poco per condannare un uomo, un padre, per l’omicidio della propria moglie e poi non dimentichiamo l’ambiente omertoso della caserma e le storie di sesso che si consumavano fra soldatesse e graduati, nel vicino albergo ad ore. Alle casermette, luogo del delitto sono state trovate delle tracce non attribuibili a Parolisi, che la difesa porterà in aula al processo d’appello. Per ultimo, vogliamo accennare al caso di Elena Ceste, che vede al centro dell’inchiesta il marito Michele. Anche in questa vicenda, le incongruenze sono evidenti. Visto che Bonincontri ha percorso mezza valle – la tesi accusatoria- prima di rientrare a casa, dopo il presunto delitto, con tutti i luoghi percorsi, avrebbe occultato il cadavere della moglie a ottocento metri dalla propria casa, dove –seconda la logica- bisognava guardare per prima cosa. Si dice che Michele avrebbe depistato, ma nessuno può dire che ha impedito agli inquirenti o ai curiosi di andare a guardare, dove è stato trovato il corpo della povera Elena Ceste. A sentire le accuse, tutto sarebbe chiaro, il quadro di colpevolezza completo; e allora perché l’hanno lasciato un anno insieme ai figli. Se Michele è un feroce assassino, andava allontanato subito dai quattro bambini! Non comprendiamo perché un magistrato si regoli in un modo e un suo collega, in direzione completamente opposta. Intendiamo parlare del caso Antonio Logli e della scomparsa della moglie Roberta Ragusa. Il pubblico ministero, che ha condotto l’inchiesta, non ha esitato a chiedere il rinvio  a giudizio del titolare dell’autoscuola, con l’accusa di aver ucciso Roberta, la madre dei propri figli, senza chiedere la carcerazione preventiva. E’ questo -a nostro avviso- un principio di civiltà giuridica. Ci possono essere misure alternative alla carcerazione preventiva: il ritiro del passaporto, il divieto di assentarsi dal luogo di residenza, l’obbligo di firma presso la caserma dei carabinieri una volta al giorno. Ma la privazione della libertà personale è una cosa seria e bisognerebbe giungere a questa misura, a sentenza definitiva; dopo il terzo grado di giudizio. Quando non si può più invocare la presunzione di innocenza. Perché deve essere chiaro che, con la carcerazione finisce la vita professionale e familiare di una persona; perché anche in caso di assoluzione, i forcaioli diranno sempre che se è stato in galera, qualcosa doveva aver fatto. Anche per Enzo Tortora, c’è chi osa mettere ancora in dubbio la sua innocenza. L’elenco dei casi giudiziari costruiti solo su indizi potrebbe continuare. Le storie che abbiamo raccontato hanno tutte un dato di fatto in comune: tutti gli imputati si dichiarano innocenti. Dopo anni di carcerazione e interminabili interrogatori, non ammettono colpa alcuna (avete idea di che cosa sia un interrogatorio di polizia o di un giudice?). Tutti i processi in questione sono di assoluta natura indiziaria. Alcuni gravi problemi emergono da questo stato di cose. Anzitutto bisognerebbe seguire il principio che è meglio un colpevole in libertà, che un innocente in carcere. L’altra questione riguarda le ingenti risorse finanziarie dello Stato, che vengono impiegate nello svolgimento di questi processi indiziari contraddistinti da montagne di carta, fine a sé stesse (che nessuno leggerà, al di là degli avvocati e dei magistrati) scritti con linguaggio giuridico, incomprensibile ai comuni mortali. Con le centinaia di milioni impiegati per processi riguardanti i “delitti morbosi” potrebbero svolgersi decine di migliaia di procedimenti riguardanti le persone che attendono l’ordinaria giustizia, che non arriva mai. Bisognerebbe anche evitare di diffondere i verbali degli interrogatori, che riguardano la vita privata delle persone, anche quando queste sono imputate. Da addetti all’informazione, siamo convinti che bisognerebbe evitare le trasmissioni televisive che mettono in piazza le famiglie degli indagati. Potrebbe capitare ad ognuno di noi, direttamente o attraverso un nostro familiare: non è possibile che vengano raccontate le cose più intime; questo non ha niente a che fare con la libertà di stampa. Mantenere in piedi un simile stato di cose, vuol dire consentire alle televisioni la libertà di diffamare. E’ il caso della famiglia di Bossetti, l’uomo che avrebbe ucciso Yara Gambirasio. La famiglia della sorella, della madre, del fratello, tutti messi in piazza, senza un minimo di protezione della vita privata. Uno stato di cose  del genere non dovrebbe essere consentito; è intollerabile. Non c’è alcuna prova che Massimo Bossetti conoscesse Yara, e la stessa prova del dna è contestata dalla difesa nel merito, e dallo stesso imputato, che soffre di perdite di sangue dal naso e pensa che la sua impronta possa essere di riporto (un suo attrezzo di lavoro usato nel delitto). Questo nostro intervento non si pone l’obiettivo di affermare l’innocenza di qualcuno. Noi non crediamo alla teoria che tanti indizi costituiscono una prova (gli indizzi rimangono indizi). Noi affermiamo il sacrosanto principio che un imputato vada condannato, quando la prova va oltre ogni ragionevole dubbio. In tutta sincerità, pensando alle storie che abbiamo solo accennato, proviamo un profondo malessere, al pensiero che un solo innocente possa essere condannato per omicidio.

Pubblicato in : Primo piano

Info Roberto Fronzuti

Fronzuti Roberto, editore e giornalista. Nel 1967 Inizia l’attività giornalistica collaborando con varie testate. Nel 1968 Fonda e tuttora dirige il settimanale d’informazione “L’Eco di Milano e Provincia”. Ha fondato le riviste di settore mensili, “Stampare” e la pubblicazione “F & C Magazine” tradotta anche in inglese e spedita in altri paesi. Dal 1970 al 1980 ricopre incarichi a livello amministrativo nel Comune di San Donato Milanese, nel ruolo di assessore alle Finanze e Commercio. Nel 1992, su nomina del Presidente dell’0rdine dei Giornalisti, entra nel Consiglio di Presidenza dell’Istituto per formazione al Giornalismo Carlo De Martino. Dal 1992-1997, viene eletto nel Consiglio direttivo dell’Associazione Lombarda dei giornalisti. Dal 1997 ad oggi, è Segretario Nazionale della Associazione onlus “Tribunale per la Tutela della Salute”.
Ad oggi, Editorialista del settimanale on-line www.pensalibero.it, dal 1
gennaio 2016 è stato nominato direttore de Il Globulo, la rivista dei Donatori di Sangue dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

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