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A proposito di Stacchio

di Paolo Marini | 15 Febbraio 2015

In mezzo alla consueta illuvie di affermazioni perlomeno inutili, mi sembra giusto il caso di portare sulla vicenda una parola di verità, o perlomeno di peso. 

graziano-stacchio-638865_tnLeggo che per il disobbediente Francesco Caruso, uno che è sempre piuttosto incazzato e che se lo senti parlare capisci che non poteva che essere finito (anche se per poco) nel Parlamento italiano, le rapine sono un metodo violento che i poveri hanno a disposizione per recuperare la ricchezza loro estorta. Così il disobbediente-già deputato-oggi professore universitario (poi non si dica che i miracoli non esistono) condanna Graziano Stacchio, il benzinaio di Nanto, per aver osato fermare, ferendolo mortalmente, uno di quei derelitti che aveva commesso l’ingenuità di presentarsi davanti ad una gioielleria per compiere una sorta di prelievo proletario.

Mi capita quindi di ascoltare altri politici che, all’opposto, non esitano un secondo a definire il signor Stacchio un “eroe”, utilizzando un vocabolo che a furia di essere abusato rischia di smarrire, alla stregua di molti altri, l’autentico significato; e chiamando l’anziano benzinaio ad un ruolo che il medesimo ha subito chiarito essergli estraneo – come accade a chi è abituato ogni giorno ad adempiere al proprio dovere e non può dunque concepire che un fatto pur eccezionale come quello di dover salvare una giovane donna da un grave ed imminente pericolo sia qualcosa di troppo diverso dal naturale prolungamento del quotidiano esercizio del proprio ‘ufficio’.

La politica si appropria di atti e di gesti della gente comune – quando assumono quel tanto di carica simbolica che serve alla propria causa -, quasi mai interessata com’è alle gioie e ai dolori dei poveri mortali, bensì a cogliere cinicamente qualunque opportunità per rifarsi quel po’ di trucco che le serve a drenare l’agognato consenso.

Allora, in mezzo alla consueta illuvie di affermazioni perlomeno inutili, mi sembra giusto il caso di portare sulla vicenda una parola di verità, o perlomeno di peso. Una parola che naturalmente non è la mia e che volentieri prendo in prestito e propongo da “Il tacchino pensante”, breve e denso saggio di uno studioso della Torah e del Talmud – oltre che grande affabulatore: Haim Baharier. Scrive Baharier, parlando del super-comandamento “amerai il prossimo tuo come te stesso”, in ebraico Veahavtà le-reakhà kamòkha, che il prefisso ‘le‘ attaccato al sostantivo sta ad indicare ‘per’, ‘in direzione di’ e pertanto il comandamento suonerebbe meglio, o più esattamente, così: “amerai per il prossimo tuo ciò che ami per te”. Spiega il saggio, concludendo: “Non un generico appello all’amore per l’altro, che nessuno ti può ordinare, ma il vincolo ad assumere su di te la responsabilità di agire per gli altri come agiresti per te. A cominciare dalla legittima difesa, che sei tenuto ad estendere agli inermi, a chi difendersi da solo non può. Accollandoti, quando le circostanze lo impongono, anche quella parte di ingiustizia necessaria e inevitabile all’espletamento della giustizia”.

Pubblicato in : Primo piano

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

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