In mezzo alla consueta illuvie di affermazioni perlomeno inutili, mi sembra giusto il caso di portare sulla vicenda una parola di verità, o perlomeno di peso.

Mi capita quindi di ascoltare altri politici che, all’opposto, non esitano un secondo a definire il signor Stacchio un “eroe”, utilizzando un vocabolo che a furia di essere abusato rischia di smarrire, alla stregua di molti altri, l’autentico significato; e chiamando l’anziano benzinaio ad un ruolo che il medesimo ha subito chiarito essergli estraneo – come accade a chi è abituato ogni giorno ad adempiere al proprio dovere e non può dunque concepire che un fatto pur eccezionale come quello di dover salvare una giovane donna da un grave ed imminente pericolo sia qualcosa di troppo diverso dal naturale prolungamento del quotidiano esercizio del proprio ‘ufficio’.
La politica si appropria di atti e di gesti della gente comune – quando assumono quel tanto di carica simbolica che serve alla propria causa -, quasi mai interessata com’è alle gioie e ai dolori dei poveri mortali, bensì a cogliere cinicamente qualunque opportunità per rifarsi quel po’ di trucco che le serve a drenare l’agognato consenso.
Allora, in mezzo alla consueta illuvie di affermazioni perlomeno inutili, mi sembra giusto il caso di portare sulla vicenda una parola di verità, o perlomeno di peso. Una parola che naturalmente non è la mia e che volentieri prendo in prestito e propongo da “Il tacchino pensante”, breve e denso saggio di uno studioso della Torah e del Talmud – oltre che grande affabulatore: Haim Baharier. Scrive Baharier, parlando del super-comandamento “amerai il prossimo tuo come te stesso”, in ebraico Veahavtà le-reakhà kamòkha, che il prefisso ‘le‘ attaccato al sostantivo sta ad indicare ‘per’, ‘in direzione di’ e pertanto il comandamento suonerebbe meglio, o più esattamente, così: “amerai per il prossimo tuo ciò che ami per te”. Spiega il saggio, concludendo: “Non un generico appello all’amore per l’altro, che nessuno ti può ordinare, ma il vincolo ad assumere su di te la responsabilità di agire per gli altri come agiresti per te. A cominciare dalla legittima difesa, che sei tenuto ad estendere agli inermi, a chi difendersi da solo non può. Accollandoti, quando le circostanze lo impongono, anche quella parte di ingiustizia necessaria e inevitabile all’espletamento della giustizia”.

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