Domenica scorsa l’Ecuador ha visto le sue prime elezioni politiche da quando è entrata in vigore (1 gennaio 2009) la nuova Costituzione, varata dall’Assemblea Costituente che era stata fortemente voluta proprio dal presidente Rafael Correa. Di questa Costituzione, la più avanzata di tutto il continente latinoamericano e una delle più moderne in assoluto a livello mondiale (ha raccolto consensi unanimi in tutto il mondo, e innovativa soprattutto per il diritto è stata ritenuta la nuova fattispecie di “etnocidio”, in base alla quale la violazione della cultura delle popolazioni indie che vivono in isolamento volontario in Amazzonia e nelle Ande, avvenuta fino ad oggi, è considerata un reato) torneremo a parlare in futuro più approfonditamente, con un intervento ad essa dedicato.
E’ superfluo dire che il buongoverno con cui s’è contraddistinto Correa a partire dalla sua elezione nel 2006 abbia rafforzato il consenso nei confronti del presidente uscente. A scrutinio non ancora terminato, Correa risulta al 50-51% dei voti staccando di oltre 20 punti i suoi rivali e avviandosi alla riconferma al primo turno. Nella notte, quando i risultati erano ormai ufficiali, Rafael Correa è uscito dalla sede del suo partito, Alianza Paìs, a Quito, andando incontro ai suoi sostenitori e rendendo onore alla memoria di Ernesto Che Guevara con lo storico motto “Hasta la victoria, siempre!” (Fino alla vittoria, sempre!). Gli avversari della destra finora non gli hanno ancora riconosciuto la vittoria, ma stando alla nuova Costituzione per essere eletti è sufficiente il 50% più uno dei voti oppure un distacco di almeno il 10% sul principale concorrente, ed entrambi gli obiettivi risultano ormai pienamente raggiunti. Vedremo se si degneranno di fare la famosa telefonata di congratulazioni, come il buon McCain ha fatto con Obama qualche mese fa: conoscendoli, c’è da dubitarne assai.
Chi sono gli altri sette candidati che hanno sfidato Correa alle elezioni di domenica scorsa? Sono l’ex colonnello ed ex presidente (fra il 2003 e il 2005) Lucio Gutierrez, al 30,4% dei voti, mentre il “re delle banane” Alvaro Noboa (l’uomo più ricco del paese, che aveva già sfidato Correa, perdendo, nel 2006) si attesta intorno all’11%. Si tratta di risultati già ampiamente previsti dai sondaggi, che indicavano come il programma di “rivoluzione cittadina” portato avanti da Correa incontrasse l’appoggio delle classi più povere del paese, che in questi due anni hanno beneficiato di importanti programmi sociali, con investimenti ingenti nell’educazione, nella sanità e nella lotta alla povertà.
In base alla nuova Costituzione, Correa potrà governare fino al 2013 e quindi ricandidarsi per un secondo mandato di altri 4 anni. “Ora l’Ecuador può compiere un altro passo per consolidare la rivoluzione cittadina in corso”, è stato il suo commento e, considerando i notevoli risultati già raggiunti nel corso di un biennio in termini di redistribuzione delle risorse, democratizzazione delle istituzioni e recupero della sovranità nazionale, non se ne può certamente dubitare.
Parlando con i suoi sostenitori a Quito, Correa ha infine ricordato la drammatica instabilità politica ed economica vissuta dal paese fino al 2006, quando il neoliberismo dei Chicago’s boys aveva fatto razzia della società ecuadoriana. Tra il 1996 e il 2006 nessun governo democraticamente eletto è mai stato capace di concludere il proprio mandato, tra manipolazioni e violazioni del voto e tentativi, a volte riusciti, di colpo di Stato. “Oggi, invece, è possibile vincere al primo turno: è qualcosa di nuovo per il nostro paese. Per questo posso dire che siamo entrati nella storia”, ha concluso Correa.
Passate le elezioni e riconfermato il governo uscente, adesso l’Ecuador dovrà affrontare la crisi economica internazionale: il paese continua ad essere ancora fortemente legato al dollaro Usa, che per il momento Correa ancora non ha voluto accantonare pur essendo fra i principali promotori dell’iniziativa di una moneta unica di tutto il Sud America e di una maggiore indipendenza dal sistema finanziario statunitense. Il paese è tra i principali produttori di petrolio in America Latina e il crollo del prezzo delle materie prime ha ridotto le entrate, così come è calato il valore delle rimesse degli ecuadoriani all’estero. La soluzione a tale problema (che colpisce anche tutti gli altri paesi del continente), come auspicato da Correa e dai suoi colleghi latinoamericani è rappresentata da una maggiore integrazione commerciale ed economica fra tutti i paesi del Sud America, volta ad accrescere quelle forme di collaborazione fino ad oggi praticate solo parzialmente.
Filippo Bovo

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