
Florian Montorio, casco blu francese della missione Unifil, è rimasto ucciso questa mattina 18 aprile nel villaggio di Ghanduriyah in un attacco che il presidente Emmanuel Macron ha subito attribuito a Hezbollah che in serata ha negato la responsabilità. L’attentato ha ferito altri tre militari. Il gruppo dei caschi blu francesi era in missione per aprire una strada verso una postazione Unifil isolata da diversi giorni. Accuse reciproche tra Hezbollah e forze dell’Idf rendono incandescente la linea del cessate il fuoco: secondo Israele a violare la tregua sono stati i miliziani del “Partito di Dio” i quali, da parte loro, accusano le truppe israeliane di aver colpito un’abitazione tra i villaggi di Hadatha e Al-Tiri, nel sud del Paese, come riporta Al-Akhbar, il quotidiano di Hezbollah.
Le parole degli sfollati libanesi che tornano alle loro case o a quello che ne è rimasto grazie alla precaria tregua concessa da Israele per avviare negoziati con il governo libanese, restituiscono intanto la manifestazione insieme dell’odio e della gioia. E la certezza che l’odio non cesserà con il cessate il fuoco. Le notizie riguardanti scontri che si sono verificati questa mattina anche nel villaggio di Al-Randouriya tra la popolazione locale e i soldati dell’Unifil, sembrano confermarlo.
Molte delle persone intervistate sostengono che è grazie alla resistenza di Hezbollah se oggi possono fare ritorno e ascoltare di nuovo le voci dei bambini per strada. Sulle pareti delle loro abitazioni ci sono i ritratti dei leader del “Partito di Dio”. Improbabile che il governo israeliano possa accogliere qualsiasi richiesta da parte libanese di ritiro delle truppe dell’Idf o anche solo del loro indietreggiare nella fascia di trenta chilometri dal confine con Israele, occupata in poco più di un mese di guerra.
Il premier libanese Nawaf Salam non è stato finora in grado di liberare il governo dall’influenza di Hezbollah, e il presidente Joseph Aoun ha chiesto per questo l’aiuto internazionale. Eppure la portata delle conseguenze della sua difficile decisione è stata in genere sottovalutata. Hezbollah è presente nel parlamento del Libano con 13 rappresentanti, poco più del dieci per cento dell’intero numero di parlamentari, ma all’interno di una coalizione, di cui Amal è la formazione più importante, che conta su ben 62 seggi. Insomma la coalizione ha un sicuro potenziale di interdizione e la presenza in essa di Hezbollah appare più volta al controllo che a un tentativo di scalata elettorale. Grazie ad essa Hezbollah può continuare il suo gioco di forza ambivalente che da un lato si pone fuori dalla legge e agisce contra legem, e di forza costituzionale e dunque legale dall’altro, in attesa di trasformare il Paese in una Repubblica islamica o in alternativa di separare il Nord del Paese. Un obiettivo che appare sempre più chiaro nell’orizzonte del “Partito di Dio” che in poco più di un anno si è visto recidere anche gli ultimi residuali legami storici con il baathismo siriano e con Hamas in Palestina e che dunque deve riorientare la sua strategia di lungo termine. La deterrenza maggiore nei confronti di questo scenario ci si aspetta che venga dalla cosmopolita Beirut sulla cui opposizione ad Hezbollah ancora conta il governo libanese, ma le sofferenze inflitte alla popolazione dai bombardamenti israeliani in questi ultimi mesi potrebbero aver riavvicinato i cittadini della capitale al “Partito di Dio”. Il conflitto aperto da Stati Uniti e Israele contro l’Iran se per il momento ha di fatto allontanato lo scenario più drammatico per il Libano, dall’altro lo rende infatti più plausibile. Colpito e decimato dall’Idf, Hezbollah resta pronto ad approfittare della debolezza del governo legale del Libano, per alimentare e guidare una guerra civile fomentata dall’invasione israeliana. Neppure Amal in una condizione di guerra di difesa nazionale avrebbe la forza di contenerne la spinta rivoluzionaria. Finanziato dai dollari che il regime iraniano gli ha già fornito, stipati in valigette diplomatiche che hanno facilmente superato i controlli negli aeroporti nei mesi scorsi, Hezbollah possiede ancora un notevole margine di manovra.
I colloqui diretti con Israele “non sono una concessione, i negoziati non significano, e non significheranno mai, rinunciare a un diritto, concedere un principio o compromettere la sovranità di questa nazione” ha detto questa mattina il presidente Aoun nel discorso alla nazione. Le sue parole sono la testimonianza delle strettoie politiche in cui Aoun si muove, tra la necessità di un supporto internazionale nella lotta a Hezbollah, e l’urgenza di rivendicare la sovranità nazionale per mantenere un difficile equilibrio e allontanare il fantasma della guerra civile.
Claudio Rocco

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