
Ho preso spunto da uno scontro tra Zagrebelsky e Calenda, andato in onda su La7 nel programma “In altre parole” il 12 gennaio 2025. Una puntata di circa un anno fa che mi e’ ricapitato di vedere per caso. Da una parte il professore che predica il disarmo e la fine delle armi, dall’altra il politico che gli risponde, senza giri di parole, che senza deterrenza l’Europa è nuda davanti a Mosca. Dentro quel botta e risposta c’era un passaggio ancora più surreale, quando Zagrebelsky arrivò di fatto a descrivere la Russia come una potenza fondamentalmente pacifica, che non avrebbe mai davvero aggredito l’Europa né i paesi vicini, come se il gigante russo fosse stato, in fondo, solo una vittima di provocazioni altrui.
A questo punto una domanda sorge spontanea: di quale Russia stava parlando esattamente? Perché basta aprire il cassetto della storia per vedere l’esatto contrario, e già che ci siamo… diamo una sfogliata a un libro di storia, ormai con le pagine ingiallite e attaccate, finito in cantina troppo presto.
Già con Pietro il Grande, all’inizio del Settecento, la modernizzazione russa è stata una colata di piombo, occidentalizzazione dall’alto e, insieme, spinta militare. Guerre contro la Svezia, affaccio sul Baltico, sottomissione di intere regioni e popoli trattati come materia prima per l’impero. Usi, costumi, lingue locali spianati in nome della nuova potenza. Di quei massacri e di quelle repressioni i manuali, quando va bene, lasciano una nota a piè di pagina.
Poi arriva Caterina II e continua la stessa musica, spartizione della Polonia, spinta verso il Mar Nero, annessione della Crimea nel Settecento. Il cuscinetto fra Germania e Russia non nasce da accordi pacifici, ma a colpi di smembramenti. Nel Caucaso l’Ottocento è una guerra quasi continua, Circassi, Ceceni, Dagestani schiacciati, deportati, spinti via dalle loro terre. Quello che oggi chiameremmo pulizia etnica allora era semplicemente politica imperiale.
Intanto parte la marcia verso l’Asia centrale. Khanati di Khiva, Bukhara, Kokand ridotti a protettorati o cancellati, popolazioni inglobate e spinte a russificarsi. L’impero avanza per strati, ogni volta assorbe un pezzo di mondo e cancella ciò che c’era prima, o lo riduce a folclore inoffensivo.
Nel Novecento cambia l’insegna, ma non il meccanismo. L’Unione Sovietica si presenta come alternativa rivoluzionaria, ma sul piano geopolitico è l’erede perfetta dell’impero zarista. Nel 1939 entra nella Polonia orientale, attacca la Finlandia, occupa le repubbliche baltiche. Dopo il 1945, chi prova a respirare viene schiacciato, Ungheria nel 1956, Cecoslovacchia nel 1968, carri armati ogni volta che un popolo del blocco prova a muoversi fuori dai binari.
Crolla l’URSS, ma non crolla la logica di fondo. Negli anni Novanta e Duemila, mentre noi ci raccontiamo la favola della fine della storia, la Russia fa due guerre in Cecenia devastando una regione e la sua popolazione. Nel 2008 entra in Georgia e si tiene pezzi di territorio. Nel 2014 si prende la Crimea e incendia il Donbass. Nel 2022 tenta lo step finale, invasione su larga scala dell’Ucraina con il messaggio esplicito che quello Stato, in realtà, non dovrebbe nemmeno esistere.
Questa sarebbe la Russia pacifica che non ha mai aggredito l’Europa né i vicini. L’unico modo per sostenerlo è ignorare due secoli buoni di espansione militare, occupazioni, deportazioni, annessioni, plebisciti farsa e stati fantoccio.
C’è poi un altro pezzo del puzzle che spiega bene l’assurdità di questa narrativa, la sproporzione strutturale tra territorio e ricchezza. La Russia occupa grosso modo un ottavo delle terre emerse, ma ha un’economia terzomondista. È un gigante geografico con un portafoglio da potenza di terza fascia. Questo squilibrio non è un dettaglio, è la benzina ideologica. Da decenni le élite russe trasformano il complesso d’inferiorità economica in orgoglio militare e spirituale. Siamo poveri ma grandi, circondati dai nemici, destinati a comandare il nostro spazio vitale. Un mantra che giustifica tutto, la repressione interna, l’aggressione esterna, il sacrificio perenne chiesto alla popolazione.
Da Pietro il Grande in avanti, con zar, segretari generali e presidenti, la matrice non cambia. Un potere centrale convinto che solo la forza tenga insieme un territorio immenso, una società frantumata e un’economia fragile. Ne esce una cultura politica impregnata di ossessione per l’accerchiamento, allergica all’idea stessa di confini stabili e di sovranità degli altri. Dentro questo quadro, raccontare la Russia come potenza pacifica è più che un errore di analisi, è una favola ideologica.
Ed è qui che il pacifismo di Zagrebelsky smette di essere solo ingenuo e diventa pericoloso. Perché ti chiede, di fatto, di abbassare le difese proprio davanti a uno Stato che fa dell’espansione militare, politica e culturale un pilastro identitario. Ti propone di ridurre la deterrenza mentre dall’altra parte si continua a considerare la guerra come uno strumento utile e legittimo.
La deterrenza non è culto delle armi, è una polizza. Serve a rendere talmente costoso l’uso della forza che all’aggressore convenga fermarsi. È questo, in fondo, il senso nudo e crudo di si vis pacem, para bellum, se vuoi la pace, devi prepararti a difenderla.
Non è teoria astratta, è esperienza concreta. I paesi coperti dall’ombrello di difesa collettiva non sono stati invasi. Quelli tenuti nella zona grigia, a metà tra Russia e Occidente, sono quelli che hanno pagato il prezzo pieno. Ieri la Georgia, oggi l’Ucraina, domani chiunque altro resti senza una protezione credibile. Dove la deterrenza è debole o inesistente, l’idea di metterci piede con la forza torna subito sul tavolo.
Qui entra in scena anche la nostra responsabilità. Gli italiani farebbero bene a capirlo, e in fretta. L’Italia, per poter continuare a recitare la parte della pacifista riluttante, oggi spende più o meno l’equivalente di un caffè al giorno a testa per sostenere lo sforzo di resistenza ucraino contro l’invasione di Putin. È poco, pochissimo, se lo confrontiamo con quello che è in gioco. Forse è arrivato il momento di accettare l’idea di spendere l’equivalente di due caffè, non per amore della guerra, ma per evitare che la guerra arrivi a bussare alla nostra porta. Anche perché quel motto, si vis pacem, para bellum, lo abbiamo inventato noi, in casa nostra, secoli fa. Lo abbiamo regalato al mondo e ora facciamo finta di non capirlo più.
Il pacifismo da salotto, quello che ripete che si parla troppo di armi e troppo poco di pace, salta sempre un passaggio. La pace non è lo stato naturale delle cose, è un equilibrio. Diplomazia, conferenze, iniziative culturali servono, ma funzionano solo se dietro c’è la certezza che certi confini non si superano senza pagarla cara. Se questo manca, i tavoli diventano scenografia.
Dire no alla guerra è giusto, ma non basta. Il punto non è dichiararsi contrari ai conflitti, il punto è impedire a chi vuole farli di avere mano libera. E senza deterrenza, questo non accade.
Oggi si vis pacem, para bellum non significa amare i cannoni. Significa avere forze armate capaci, infrastrutture protette, alleanze serie e una coesione interna che non lasci varchi facili alla propaganda ostile. Significa accettare che, in un mondo dove esistono ancora imperi mascherati da federazioni, la pace che conosciamo non sta in piedi da sola.
Zagrebelsky e chi la pensa come lui continuano a muoversi in un orizzonte nobile ma sospeso in aria, dove il ripudio della guerra viene letto come rifiuto di ogni difesa armata. In realtà, quella stessa logica ti obbliga a difendere la libertà di chi viene aggredito. La pace non è solo assenza di spari, è anche assenza di dominio e di ricatto.
La verità è scomoda ma semplice. La pace si difende, non si recita. La libertà si protegge, non si affida alla buona volontà degli altri. La deterrenza non è un feticcio militarista, è un male necessario in un mondo dove un colosso che occupa un ottavo del pianeta e ha un’economia fragile continua a usare la forza per tenersi in piedi. Possiamo girarci intorno finché vogliamo, ma alla fine si torna sempre lì, a quel motto antico che abbiamo scritto noi e che oggi fingiamo di non ricordare: se vuoi la pace prepara la guerra. E almeno, se proprio vogliamo fare i virtuosi, mettiamoci dentro quel secondo caffè.
Piero Terracina

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