
Giacomo Leopardi, nel suo stupendo “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”,affronta il tema della naturale felicità inconscia dell’animale, immerso e assorbito totalmente nell’attualità dell’ essere, e perciò ignaro della necessaria fatalità della morte, a differenza dell’uomo, che sa da sempre,a causa del pesante fardello della sua coscienza , di dover morire.
Ecco i noti bellissimi versi, che tutti abbiamo studiato al liceo e ricordiamo a memoria:
“O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua , credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
quasi libera vai;
ch’ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
tu se’ queta e contenta;
e gran parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggio sovra l’erbe, all’ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente; ed uno spron quasi mi punge
sì che, sedendo, più che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
dimmi : perché giacendo
a bell’agio, ozioso,,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?”
Questa premessa per riflettere sul recentissimo caso del magnate Bryan Johnson, che ossessionato dalla giovinezza, si fa una trasfusione con il sangue del figlio adolescente.
Lo scambio di plasma multigenerazionale con il figlio 17enne è l’ultimo «esperimento» dell’ americano, fanatico della longevità, che segue una fittissima routine anti-invecchiamento.
Infatti Bryan Johnson segue un programma ultra rigido che inizia ogni mattina alle 5 con due dozzine di integratori. Si allena poi per un’ora, fa colazione seguendo una dieta vegana a basso contenuto calorico..Obiettivo: avere tutti gli organi principali , inclusi cervello, fegato, reni, denti, pelle, capelli, pene e retto , funzionanti come nella tarda adolescenza.
Ma vale davvero la pena sottoporsi incessantemente a questo rigido e costoso programma per guadagnare una decina d’anni?
Magari si riesce pure a guadagnarli ma a che pro se si deve vivere , passando il tempo in un costante trattamento medico?
Certo è che la paura della morte ci perseguita da sempre. E’ infatti una paura ancestrale, in quanto si tratta di un evento intrinsecamente legato alla vita, al quale non è possibile sottrarsi.Ma questi comportamenti, frutto di un terrore della morte e della vecchiaia lasciano poco spazio al godersi la vita.
Per questo non credo nemmeno che tali approcci aiutino a promuovere una corretta gestione dello stile di vita nella popolazione, cosa di cui abbiamo davvero bisogno. La sfida di oggi non è far si che qualche bilionario raggiunga l’immortalità ma far in modo che più persone imparino a vivere in modo sano e ad invecchiare in salute .
Certo è ,ancora, che per non sentire questa paura, noi uomini ci rifugiamo nel frastuono e nelle attività, riempendo la notte di luci, e il silenzio di rumori.
Certo è , indubbiamente, che abbiamo paura di morire perché desideriamo vivere.
Nel frattempo, guardate come in questa ispirata e dolente pagina delle sue “Considerazioni inattuali”, dedicata alla naturale felicità dell’animale rispetto alla infelicità ontologica e storica dell’uomo, il grande filosofo tedesco, FRIEDRICH NIETZSCHE, si ispiri direttamente, quasi alla lettera, diremmo, al poeta recanatese e ai suoi mesti e dolenti versi sopra riportati:
“Osserva il gregge che ti pascola innanzi: esso non sa cosa sia ieri, cosa oggi, salta intorno, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato cioè al piuolo dell’istante, e perciò nè triste nè attediato.
Il veder ciò fa male all’uomo, poiché al confronto dell’animale egli si vanta della sua umanità e tuttavia guarda con invidia alla felicità di quello, giacché questo solo egli vorrebbe, vivere né tediato né fra dolori, e lo vuole tuttavia invano, perché non lo può volere come l’animale”.
È dunque per dirla con le parole di Heidegger , “l’animale perisce, ma non muore mai”, nel senso profondo che “muore” veramente chi sa, come l’essere umano, di dover, prima o poi, ineluttabilmente morire, mentre perisce, nel senso proprio del termine, solo l’animale, che perde inaspettatamente, quando che sia, la vita, senza che l’abbia mai preventivato o messo in conto.
Ecco proprio così immaginiamo l’animale : “legato al piuolo dell’istante”, senza memoria cioè del passato, prossimo o remoto che sia, e, soprattutto, senza quella paura del domani e della morte, che di necessità assedia e ossessiona continuamente e irrimedibilmente l’uomo e la sua coscienza infelice.
La morte è un appuntamento inevitabile, per ciascuno. Cercare di amministrare la morte non è nella direzione della qualità della vita, ma è nel fantasma del controllo onnipotente. Vani sarebbero i tentativi di dominare la morte, l’illusione di poterle dare un’immagine, uno scopo, di attribuirle una funzione. Allora,credo,che possiamo solo pensare alla morte e imparare a convivere con quest’idea rendendola accettabile.
Guido Gozzano con meno lirismo e nella sua meravigliosa semplicità poetica, aveva scritto:
“Penso e ripenso: – che mai pensa l’oca
gracidante alla riva del canale?
Pare felice! Al vespero invernale
protende il collo, giubilando roca.
Salta starnazza si rituffa gioca:
né certo sogna d’essere mortale
né certo sogna il prossimo Natale
né l’armi corruscanti della cuoca.
– O papera, mia candida sorella,
tu insegni che la Morte non esiste:
solo si muore da che s’é pensato.
Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Ché l’essere cucinato non è triste,
triste è il pensare d’esser cucinato.”
Importante sarebbe spostare l’attenzione da un futuro ansiogeno ad un presente tutto da vivere, ad una vita da costruire, ad un potenziale da realizzare, a relazioni sufficientemente buone da instaurare, così da non caricare di rimpianti il tempo che passa.
D’altro canto l’uomo prova tedio perché è libero ed è consapevole della sua libertà e di quanto essa sembrerebbe promettere.Ma è proprio il più grande desiderio degli uomini, l’assenza della morte, che diventa la più grande piaga della collettività.
E poi siamo veramente pronti a dire alla morte di prendersi effettivamente una vacanza?
José Saramago nel suo romanzo ‘la intermittenza della morte’ sembra non esserne convinto..
In un paese senza nome, il 31 dicembre, scocca la mezzanotte e arriva l’eternità, nella forma più semplice e quindi più inaspettata: nessuno muore più. La gioia è grande, la massima angoscia dell’umanità sembra sgominata per sempre. Ma non è tutto così semplice: chi sulla morte faceva affari per esempio perde la sua fonte di reddito. E cosa ne sarà della chiesa, ora che non c’è più uno spauracchio e non serve più nessuna resurrezione? I problemi, come si vede, sono tanti e complessi.
Con questo romanzo Saramago è riuscito a rendere la morte, qualcosa che ci spaventa dagli albori della nostra esistenza, in qualcosa di necessario, essenziale per l’umanità, così come l’umanità è essenziale per lei.
Alla fine di questa lettura la morte non solo fa meno paura ma è vista come necessaria,amichevole e sensibile.
In particolare la seconda parte del libro vede come protagonista la morte (con la “m” minuscola, chi ha letto capirà) che, ritornando a compiere il suo lavoro, si ritrova in difficoltà con una delle sue vittime, cui non riesce a spedire la famosa lettera viola che sancirà la fine della sua vita.E dunque la morte, nel tentativo di portare a termine il suo compito, resta affascinata dal violoncellista, a tal punto da diventare donna, da divenire umana per lui, rendendosi conto solo alla fine che la vita, mediante l’arte e la musica, ha sedotto ella stessa, oramai vinta dall’amore.
Una lettura che lascia certamente affascinati ma anche turbati, con numerosi spunti di riflessione, ma con un chiaro messaggio centrale, scongiurare la paura della morte con uno stile ironico, umoristico, sarcastico, ma anche poetico nella parte conclusiva del romanzo.
La storia si chiude con la stessa frase iniziale del libro “il giorno seguente non morì nessuno”, forgiando una simbolica Ring Composition: la morte, ora vinta dalla vita, diviene umana e la composizione ciclica ne è un’ulteriore conferma, perché ora anche lei cercherà la felicità, e magari avrà alti e bassi, che la porteranno ad essere come è sempre stata in questo romanzo, intermittente, ritornando sempre al punto di partenza.
Non siamo timorosi della morte, non trascorriamo la vita a temere il suo arrivo, perché ella è più umana, più vicina a noi, di quanto possiamo pensare
Daniela Piesco

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